Google Armageddon – L’avventura del tempo perso

Ora ditemi se avete ancora voglia di mollare tutto e tornare alle caverne, o precipitare nella realtà un po’ finta del sogno, oppure se non c’è qualcosa che vi prende dalla collottola e vi riporta qui, nel 2010, a perdere la testa per qualche diavoleria contemporanea, ad attaccare le dita alla tastiera, ancora una volta, peccaminosamente, senza alcuno scampo da questa parte dell’evoluzione.

Quello che mi riprende per la collottola stavolta è Google Search Stories Video Creator, quella diavoleria che ti dice:

– scegli 7 parole chiave da inserire in una ricerca

– scegli tra 7 diverse tipologie di trattamento da abbinare ad esse: web search, images, maps, news, blog search, product search, books

– scegli fra una gamma di colonne sonore

– clicca play.

Poi guardate l’intruglio che ne viene fuori, come questo mio specie di thriller senza senso, che però forse convincerebbe qualche sfasciato studente a desiderare qualcosa che i soldi non possono comprare. Per un attimo almeno.

Parte l’avventura di Google Search Stories Video Creator, che è un po’ come ri-raccontarsi il tempo perso nella rete a cercare la verità dentro la casella di ricerca, ma in un modo così denso che sembra di perdersi nel proprio film e sentirsi dei guerrieri immortali contro l’Armageddon della confusione mentale.

Annunci

Come non pagare il canone RAI

Se arriva il tipo dell’Agenzia delle Entrate fino alla porta di casa tua, ti lascerà un bollettino col canone da pagare. A quel punto, che fare? Fai sparire il televisore. Il filo dell’antenna può essere eliminato, o infilato  al volo dentro il tostapane o il frullatore. A nessuno verrà in mente di associare l’antenna televisiva al cibo o al caldo. Può andar bene anche una brocca piena d’acqua.

Frattanto invia all’Agenzia delle Entrate un modulo in cui dichiari di non possedere un televisore, ma solo un computer, un videocitofono… insomma, quel che possiedi atto o adattabile a ricevere il segnale televisivo. Ti risponderanno che non compete a loro stabilire se il tuo possedimento tecnologico implica il pagamento del canone, perché sono affari del Ministero delle Comunicazioni.

Forse significa non pagare. Poi cerca di non farti venire la febbre, o una di quelle cose per cui ti serve la voce di Gerry Scotti per stare un po’ meglio sotto le coperte. Concentrati a esercitare il libero arbitrio scegliendo fra le centinaia di video e web tv offerte dalla rete, ma senza attribuirti troppe responsabilità nel tuo ruolo di spettatore non passivo. Abituati al fatto che, se ogni visione è legata a un tuo atto volontario non vegetale, si ridurrà il comfort procurato dallo spegnimento del cervello. Sforzati di ricordare che hai sempre desiderato non possedere un televisore. Sforzati di ricordarlo anche quando i romanzi faranno riemergere schegge inquiete dal fondo esistenziale. Forse non avrai il coraggio di digitare “Gerry Scotti” su YouTube.

Un signore della provincia di Modena fa così: raccatta televisori dai cassonetti, e quando arriva l’esattore davanti alla porta gli dice, Aspetti, aspetti un attimo qua. Quindi va a prendere uno qualsiasi dei suo rottami, glielo mette in mano e insiste insiste finché non se lo porta. Poi ritorna tranquillo sul divano, coi piedi in aria a guardare il plasma.

(Ogni riferimento a nomi, persone o canoni è puramente casuale. Il presente testo è un’opera di invenzione e non può essere usato contro di me).

Il racconto breve soppianta il romanzo? Tutta colpa dei social network

libri

«Non so se sia vero che i social network come Facebook e Twitter abbiano modificato i tempi della lettura, ma a giudicare dalle richieste è la stagione del racconto breve», dice la commessa Sophie mentre sistema i volumi sullo scaffale all’ingresso della libreria Waterstone di Upper street, nel quartiere londinese di Angel.

Germi di una nuova tendenza? Il cambiamento era nell’aria. Tadashi Izumi ha già inventato il keitai, un racconto per cellulare, e la novella Cross Road è stata scaricata sui telefonini da due milioni di utenti prima ancora di raggiungere la tipografia. E io è da un po’ che non supero le 300 pagine, lascio i libri a metà e non seguo la trama. Chissà come mai ancora non impazzino i cortometraggi per la pausa pranzo. Forse per colpa di YouTube e dei suoi video così brevi da funzionare anche a merenda.

«L’era digitale ha cambiato il metabolismo della cultura» nota Motoko Rich, il critico letterario del New York Times. Ma accusare “internet” di modificare le nostre abitudini mentali è un po’ come Don Chisciotte contro i mulini a vento. Servono capri espiatori che abbiano un nome proprio, un’iniziale maiuscola, un indirizzo e una partita IVA. Forse nella percezione comune serve qualcuno con cui prendersela, come fa la commessa Sophie. E non è la prima volta che Facebook e Twitter devono  farsi carico di tutte le responsabilità che gravano sulla rete internet e sul digitale in generale. È già successo con l’accusa di favorire l’immoralità – scagliata contro Twitter nel Corriere della Sera – e di incidere negativamente sulle prestazioni scolastiche – come si è detto di Facebook.

Non ho visto il fondo dei Cent’anni di Solitudine per colpa di Facebook. Non so chi abbia ucciso Laura Palmer per colpa di Twitter. Faccio anche fatica a continuare questo post, certo per colpa degli sms.