La realtà aumentata e la realtà bucata: i cieli d’Afghanistan e il formaggio svizzero

Quando un pilota americano attraversa i cieli d’Afghanistan, e dentro al casco visivo si materializzano alcune info scientifiche in stile hollywoodiano, abbiamo a che fare con un esempio di realtà aumentata. Sono dei “contenuti extra” somministrati insieme al film nella guerra senza stuntman inscenata per il grande pubblico. Al pilota non interessa la terra, il colore, la forma. L’esito della missione dipende dai numerini che gli scorrono davanti, dalla conoscenza supplementare ancorata a dei pezzi di realtà.

Ebbene, la realtà aumentata si sta diffondendo ed è alla portata di tutti. Nel numero di Colors del mese scorso c’erano molte meno parole rispetto alla media di un numero. Come si dichiara in copertina, “questa rivista è incompleta”. I contenuti extra sono disponibili sul web, dopo un accesso sorprendente: basta posizionarsi con il giornale davanti a un computer e mostrare alla webcam un codice QR, per vedere apparire in video i personaggi delle foto.

Nella realtà aumentata, però, le cose non sono le cose. Gli strutturalisti direbbero che il valore delle cose è determinato dai rapporti con le altre cose. Questa, certo, non è una novità. Se  passeggio lungo una strada, se vedo una casa che mi ricorda casa di mia nonna, forse mi distrarrò abbastanza da dimenticare la casa in sé, finirò per perdermi nel ricordo dei giochi e dei regali a casa di mia nonna. Anch’io ho i miei rapporti con gli elementi, strutturalisticamente parlando.

Ma la realtà aumentata non è né personale né memoriale. È una realtà virtuale in cui è la realtà a sembrare incompleta. Se passeggio lungo la strada dei Contenuti Extra, le cose sono dotate di codici che le rendono immediatamente virtuali e aumentate, se solo lo voglio. Gli scaffali sono pieni di cose aumentate. Anche le case delle nonne sono piene di cose aumentate: contengono Hansel e Gretel della Walt Disney dentro a un codice QR. Ed è così dannatamene attraente, così nuovo e scintillante che non farò più in tempo a ripensare a mia nonna. Troppo distratta, troppo deconcentrata.

La strada dei Contenuti Extra è piena di buchi. Buco di YouTube, buco di Facebook, buco di Twitter, buco di Google. Perchè ogni realtà aumentata è anche una realtà bucata, dove si esportano continuamente altrove i barlumi di attenzione, con un effetto colabrodo. È un formaggio svizzero gigante con oblò verso altri mondi. Vedo più il buco che il formaggio.

Ogni volta che la realtà ci sembra incompleta, e vorremmo correre a completarla con una connessione  internet, il Regno della Realtà Aumentata avanza. Non rimarrà che un granello di sabbia, di Fantàsia.

Ma potrà ancora risorgere, dai nostri sogni, dai nostri desideri.

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Webcam per viaggiare nello spazio

new york baghdad

Dicono che costruiranno dei ristoranti dove potrai avere al tavolo i tuoi amici lontani in tempo reale su uno schermo accanto a te, grazie a un sistema di webcam. E cenare insieme a loro attraverso questa porta virtuale.

Potremo anche collegare due piazze. Per esempio una di New York e una di Baghdad, per vedere l’effetto che fa.

Facebook e il telefono

telefonoIl telefono fa vita reale? Ma se è cordless o wired cambia qualcosa? Ma se arriccio il filo e scarabocchio mentre parlo, è un’immagine più vivida e coinvolgente? Cinematografica?

A quanto si dice, Facebook non è la vita reale. Ha delle sacche di virtualità che il telefono non conosce. Il telefono ha un colore. Se tiri troppo il filo, si sfilaccia e la voce arriva disturbata e graffiata. Se tieni la cornetta per troppo tempo da un lato della faccia, poi ti fa male il collo e a volte anche l’orecchio: meglio cambiare lato ogni tanto. Il telefono, lo davano col canone. Il telefono è un oggetto e le parole che ci passano dentro. La modalità di comunicazione e il mezzo fisico sono tutt’uno.

Facebook è piattaforma, software, applicazioni. Passa dentro al computer, dove passa tutto il resto. Non c’è identificazione fra funzionalità e aspetto del supporto: il computer ha troppi superpoteri per essere associato soltanto al social network. Oggi la multifunzionalità è di serie, sicché un i-phone fa presto a soppiantare le internet-table legate alla logica esclusiva del web. Non c’è spazio per un oggetto consacrato ai social network. E poi il computer non fa vita reale perché già contaminato da possibilità di Second Life.

I social network, tappa fondamentale nella storia delle comunicazioni, sono un mass-media senza oggetto proprio. Riusciremo a percepirli come reali? Se arriccio il cavo di rete e mangio mentre digito, è un’immagine più vivida e coinvolgente? Cinematografica?

È successo su Facebook

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Hanno l’espressione stanca e retrodatata, quelli che non sono su Facebook. Vedono amici a singhiozzo rincasando il finesettimana, ma le conversazioni non sono quelle di una volta. Si parla subito di Facebook e hanno niente da dire. Solo fastidio a sentirlo pronunciare.

Di solito sbuffano a raccontarmelo. Una volta c’erano i convenevoli fatti di come stai, un accertamento reciproco della permanenza in vita, un update metodico dei ricordi fino a quell’attimo davanti al tavolo e al bicchiere di vino. C’erano sguardi di sorpresa a rivedersi un po’ per caso un po’ per intenzione, nonostante il cellulare e le ultime chiamate per individuare l’esatto angolo dell’incrocio tra l’edicola e il tabaccaio e la cabina del telefono. C’era qualcosa di inaspettato anche negli appuntamenti concordati. Si parlava di tante cose, dicono; io li guardo, sinceri come i giovani, delusi come i vecchi. Sembrano passati degli anni.

Da questa parte del confine, dicono tutti la stessa cosa. L’ho visto su Facebook. C’è su Facebook. Pronunciato una volta, Facebook crea uno slittamento spazio-temporale che costringe a ragionare contemporaneamente su due binari: vita reale, vita virtuale. Quando si parla di Facebook, si apre un buco catodico nella stanza: guardi negli occhi la gente e vedi le schermate, ascolti le frasi e le vedi  già wallizzate. L’ho visto su Facebook e ci tengo a puntualizzarlo – che non è la vita reale – poi lo ripeto temendo tu possa dimenticarlo. La ripetizione è la forma dell’incredulità. Fosse successo per strada, forse l’avrei precisato? Una volta e nulla più. Ho incontrato per strada il tuo ex, non lo vedevo da tempo, e mentre eravamo lì per strada mi ha mostrato delle foto, nelle foto c’eri tu. È successo lì, per strada. Ma ci sei anche tu, per strada?

L’ho visto su Facebook. È su Facebook. Pronunciato 5 volte al minuto, Facebook crea uno shift impazzito fra reale e virtuale che sballa le conversazioni. Ma fino ad ora, che sia accaduto su Facebook, siamo tenuti a precisarlo per dare voce a uno stupore, nella nostra abbozzata Pragmatica della Comunicazione 2008. È una nota di contestualizzazione, un riferimento extralinguistico non opzionale, stando così le cose. Ipertrofia del circostanziare. Facebook bombarda regole minime conversazione. Sovraccarica brucia cervello. Ripetere dove succede ripetere.

Un giorno ti vedrò per strada, mi chiederai se ho già visto le tue foto. Sì, le ho già viste. Sono belle le tue foto. Mi dirai che per ora non accetti nuovi amici, che ridi alle mie battute, che ti sei messa a far parte di un gruppo di gente che apprezza il vino. Adesso, anche a me piace più il rosso che il bianco, sì, anche a me. Vai già via? Va be’. Ci vediamo su Facebook.

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