Come non pagare il canone RAI

Se arriva il tipo dell’Agenzia delle Entrate fino alla porta di casa tua, ti lascerà un bollettino col canone da pagare. A quel punto, che fare? Fai sparire il televisore. Il filo dell’antenna può essere eliminato, o infilato  al volo dentro il tostapane o il frullatore. A nessuno verrà in mente di associare l’antenna televisiva al cibo o al caldo. Può andar bene anche una brocca piena d’acqua.

Frattanto invia all’Agenzia delle Entrate un modulo in cui dichiari di non possedere un televisore, ma solo un computer, un videocitofono… insomma, quel che possiedi atto o adattabile a ricevere il segnale televisivo. Ti risponderanno che non compete a loro stabilire se il tuo possedimento tecnologico implica il pagamento del canone, perché sono affari del Ministero delle Comunicazioni.

Forse significa non pagare. Poi cerca di non farti venire la febbre, o una di quelle cose per cui ti serve la voce di Gerry Scotti per stare un po’ meglio sotto le coperte. Concentrati a esercitare il libero arbitrio scegliendo fra le centinaia di video e web tv offerte dalla rete, ma senza attribuirti troppe responsabilità nel tuo ruolo di spettatore non passivo. Abituati al fatto che, se ogni visione è legata a un tuo atto volontario non vegetale, si ridurrà il comfort procurato dallo spegnimento del cervello. Sforzati di ricordare che hai sempre desiderato non possedere un televisore. Sforzati di ricordarlo anche quando i romanzi faranno riemergere schegge inquiete dal fondo esistenziale. Forse non avrai il coraggio di digitare “Gerry Scotti” su YouTube.

Un signore della provincia di Modena fa così: raccatta televisori dai cassonetti, e quando arriva l’esattore davanti alla porta gli dice, Aspetti, aspetti un attimo qua. Quindi va a prendere uno qualsiasi dei suo rottami, glielo mette in mano e insiste insiste finché non se lo porta. Poi ritorna tranquillo sul divano, coi piedi in aria a guardare il plasma.

(Ogni riferimento a nomi, persone o canoni è puramente casuale. Il presente testo è un’opera di invenzione e non può essere usato contro di me).

Il Grande Fratello passaparole. Contagio imminente

Può succedere, parlando, di cominciare a usare espressioni altrui fino a farle proprie. Una specie di contagio di lingua non sempre consapevole, perché nessuno sa bene qual è la filiera delle parole prima che ci finiscano in bocca. Può pure succedere che ci finiscano quelle del Grande Fratello, magari assimilate da una fonte intermedia ignara. E poi ripetute a un Tizio o a un Caio.

Mi sento in dovere di segnalare alcune delle formule virali più gettonate nel Grande Fratello 2010 & Co.:

– “Ci sta”, “è giusto così”. Può succedere. Anche perché, si sa, è la vita.

– “Dire qlcs. a una Francesca, a una Veronica…”. Dall’identità all’antonomasia.

– la correzione del congiuntivo azzeccato: “Se fossi più forte… oh, scusate. Se sarei”.

– la rettifica recidiva di una frase. Ovvero, quando si cerca di esemplificare un pensiero aggiungendo parole. Nel senso, quando dici la stessa cosa in altre parole, duecento volte. Voglio dire che si è costretti a spiegarsi meglio, a trovare modi diversi per essere chiari, quando uno non è padrone nemmeno delle sue parole.

Facebook contro il rumore informativo, la tv per l’opinione pubblica

berlusconi-abruzzo

Stasera spengo Facebook e accendo la TV. Ecco perché.

Su Facebook la fonte di informazione principale sono i nostri amici: gli immensi materiali del web vengono selezionati e resi finiti da un quotidiano lavoro di filtraggio condiviso. Facebook – secondo Zuckerberg – sarebbe più amichevole è personalizzato, e in questo senso più confortante e vincente, rispetto alla freddezza di Google. In effetti non ha torto. È probabile che l’opera collettiva dei nostri amici – ovvero, delle persone con cui abbiamo scelto di condividere pezzi di vita – ci offra notizie in sintonia con la nostra opinione. Ma più questa comunità ci assomiglia, più le informazioni scambiate rafforzano i nostri pregiudizi (Andrew Keen, Dilettanti.com).

Sono finiti da un pezzo i tempi in cui si osannava la rete perché “su internet c’è tutto”. Adesso la preoccupazione principale è stanare quel che vale la pena di conoscere, in una massa abnorme di dati. I social network si propongono di farlo attraverso una divisione del lavoro. E così Facebook vuol diventare una via d’accesso al web, anche nella ricerca: perché leggere le recensioni anonime disseminate in rete, quando posso sapere cosa pensa in merito un mio amico?

Risultato: non so più dove andare a cercare l’opinione pubblica. Ogni tanto mi viene voglia di saperla, l’opinione pubblica. Potrebbe essere in tv, so che non è sul mio Facebook, ma anche che probabilmente non esiste. Dev’essere colpa delle affinità fra me e i miei face-amici, del fatto che per stanchezza e mancanza di tempo mi lascio difendere da cavalieri inconsapevoli, congegni di filtraggio del rumore informativo. L’opinione pubblica non so cosa sia, però sembra qualcosa che non condivido.

Credo che dovrei correre qualche rischio, organizzare spedizioni al bar in cerca di discorsi un po’ sport. Credo che accenderò la TV, in questa serata in cui bisognerebbe tenerla spenta per difendere la libertà di informazione. Berlusconi consegna le prime case in Abruzzo: come faccio a sapere di cosa ingozza la gente?

Record di visite e di ascolti (grazie al terremoto)

Oggi questo blog ha totalizzato il maggior numero di visite quotidiane dal giorno della sua nascita. Strano: non ho nemmeno parlato del terremoto! Invece la strategia del terremoto ha portato fortuna al TG1, come mostra questo video con scandalosa dovizia di particolari: