Geoblog, scrivere storie sulle geografie

Quando la scuola italiana risorgerà dalle sue ceneri, quando Word la smetterà di singhiozzare le sue lettere in un’oscura aula informatica causa problemi hardware mai risolti, quando gli alunni abbracceranno lavagne interattive anziché toccare il muro per scherzo sulle icone mandate da un vecchio proiettore, cose come Geoblog saranno all’ordine del giorno.

Gli alunni scriveranno le loro storie sulle geografie e le appenderanno ai luoghi in un gesto automatico, in modo che un navigatore qualunque possa arrancare sulla superficie della terra seguendo le briciole di parole che altri hanno lasciato prima di lui.

#hashtags: il cancelletto delle libertà

hashtags

Vi ricordate quando il cancelletto (#) era un tasto inutilizzato del telefono? Adesso addirittura serve a evidenziare le cose più importanti in una frase, nei casi in cui non è possibile né sottolineare né evidenziare. Almeno su Twitter. Su Twitter, scrivi 140 caratteri e piazzi dei bei cancelletti (#) aderenti alle parole chiave (hashtags), per esempio #così. Un metodo di scrittura che favorisce chi cerca informazioni veramente pertinenti su un dato tema. Su Twitter non cercherai “dio” ma “#dio”, in modo da veder apparire solo i risultati in cui “dio” è veramente pertinente.

Infatti, è inutile dire che “dio” è molto più pertinente nel twit:

#dio c’è

anziché in:

oh mio dio selena si è tagliata i capelli :D

Inoltre, su Twitter tutte le parole cancellettate sono poi disponibili in ordine di popolarità nella colonna a destra, come Trending topics. Oggi, per esempio, al secondo posto si classifica #iranelection. Una cosa di cui tutti parlano  (almeno su Twitter, l’unico posto che è riuscito a gabbare la censura).

Se non s’è capita questa spiegazione, puoi sempre guardare le figure di questo video. Se vuoi provare come funziona, vai al Twitter Search.

Il cancelletto è una new entry rivoluzionaria nei motori di ricerca. Google, per esempio, il cancelletto neanche lo vede. Non vede nemmeno le virgole e i punti, Google. Così se cerchi “dio” trovi il suo nome invano. Dalle argomentazioni sulla sua esistenza alle bestemmie, tutto mischiato. Nei risultati di Google “dio” è ovunque, anche dove a nessuno è venuto in mente di evidenziarlo.

La scoperta di Wordle



A forza di navigare mi si è presentato questo curioso generatore di nuvole. Perfetto per chi ha i pensieri impaginati in cumulonembi. È un nuovo layout mentale che supera le mappe disperse, reticolari e piene di zone bianche. Wordle tiene strette le tue parole care e le incasina come ti pare. Cambi i colori, le direzioni, i contrasti, scegli il grado di caos e il frastagliamento sullo sfondo. Wordle conosce la zavorra delle tue parole e assegna loro grandezze proporzionali, è una Virtual Machine che sa quanto insisti e quante volte ti ripeti. Ha la bellezza delle tag clouds, formatesi con Flickr e gonfiatesi in del.icio.us, e l’incanto di un indice che comprende le frequenze e le occorrenze. Ecco qui quelle di sentimentodigitale.

Ma in Wordle niente è cliccabile: ogni parola rimanda solo a se stessa. In questi tempi in cui vedo ipertesti anche nelle pozzanghere per strada, mentre decalioooooooni di pagine chiedono di essere visualizzate, la rinuncia alla linkabilità è un appiattimento tranquillizzante.

Wordle è tutto quello che si può chiedere a una nuvola, di fare quello che c’è da fare, poi di passare oltre e di lasciarti in pace.