Di nome e di status

“Se tutto ciò vi interessa, dopo sarà diverso”, ho postato qualche giorno fa sullo status citando Olafur Eliasson.

Parlando del più e del meno, mi spiegano che la frase potrebbe alludere alla forza di volontà, capace di cambiare il mondo. Può darsi, ma mi piaceva di più constatare il peso dell’impotenza, che non sa impedire alle cose belle di trasformarsi col tempo.

Poche ore prima la mia omonima, in un’altra parte del mondo, deve aver pensato le stesse identiche cose, mentre scriveva sul suo status – senza che me ne accorgessi – “Dopo, inevitabilmente, sarà tutto diverso”.

Come l’esistenza divenne status

La mia omonima dice che negli ultimi tempi elabora status allusivi e densi. Li pensa intensamente, pensa a che coloritura hanno, poi decide se scriverli o no. A volte crede di averli scritti, ma poi si accorge di non averlo fatto. Dice di essere in linea di massima contraria a scrivere cose troppo personali, se prima non le ha rese astratte. Ma una volta rese astratte sembrano ancora più personali. “È così astratto che posso postarlo, e alla fine nessuno capirà? Oppure è così astratto che è troppo personale, dunque è meglio che lo tenga per me?”

Poi mi chiede: sarà grave?

Dipende. Bisogna decidere se è grave o meno interpretare la vita in forma di status. Fare una stima approssimativa di ciò che si guadagna e di ciò che si perde.

Il problema non è nel dilemma postabile-o-no, astratto-o-non-abbastanza, ma piuttosto nella persistenza, nell’imponenza, della statuizzazione della vita interiore. Ovvero l’esigenza di inscatolare l’esperienza in proposizioni esposte, commentabili, interpretabili, sociali, in opposizione a un sistema ante-facebook dove si lasciavano fluttuare le sensazioni senza l’opzione di wallizzarle in maniera più o meno spontanea.

Tutta l’esperienza personale, in questo modo, è e non può che essere sociale ed esposta. Il sociale ruba quote al personale nel momento stesso in cui, una volta concepita una sensazione, il pensiero si occupa di classificarla come postabile-o-no, quindi la sanziona come non postabile, o la manipola fino a renderla postabile. La trasforma in “sensazione sanzionata” o in “sensazione postata”, e imbucandola dentro questo suo Social Poltergeist le impedisce di essere una pura e semplice sensazione.

Tutto ciò che è statuizzato è marmoreo, immobile. Un’inevitabile e quotidiana traduzione-tradimento delle cose.

Una delle due omonime sta cercando di opporsi, ma…diavolo! è dura tenere i piedi ben saldi su due mondi. Ben saldi, ma su due mondi. Sei costretto a tenerli vicini per non dover divaricare troppo le gambe. E così ti perdi – perchè anche in questo ci perdi – il piacere della deriva.

L’altra si chiede se questi due mondi, messi insieme, riescano almeno a costituirne uno completo, o se uno dei due mondi non sottragga fatalmente qualcosa all’altro, mannaggia.

Facebook: come gestire le richieste di amicizia?

foto scuola

Ecco alcuni criteri per allargare il proprio parco amici.

1. Diffidare dagli sconosciuti che hanno tra gli amici molte bellezze da vetrina: cercano donne/uomini secondo un criterio estetico.

2. Evitare chi sceglie una foto in costume come immagine del profilo: probabilmente non avrà molti altri argomenti per farsi conoscere.

3. Se due face-amici scrivono status interessanti, è consigliabile trovare i loro face-amici comuni e inoltrare loro una richiesta d’amicizia. È altamente probabile che anche loro scrivano status interessanti.

4. Valutare attentamente quale percentuale di passato si è disposti a tollerare nella propria vita. Se non è alta, meglio evitare di trasformare il proprio profilo in una raccolta dei fantasmi delle elementari.

5. In generale, diffidare dei face-sconosciuti, a meno che non abbiano un nome o una foto del profilo interessante; in quel caso vale la pena intrufolarsi nella bacheca per saperne di più.

6. Non sottovalutare gli omonimi. Per esempio questo post non è tutta farina del mio sacco, ma è stato quasi interamente ideato da una mia omonima conosciuta su Facebook.

Non ci sono più le coincidenze di status di una volta

bene e male

Prima che Facebook decidesse di lanciare l’interfaccia più impopolare della sua storia, mi ricordo che era possibile visualizzare i vari status cliccando “Amici” sul menù. Mi ricordo che a volte la vicinanza degli status di due persone poteva scatenare accostamenti curiosi:

Antonio Graziani vorrebbe scappare di casa / Federica Dallari vorrebbe tornare a casa ma non può

Renata Longo è nervosa e non dormirà / Donatella Ferrari , buonanotte

Una volta li raccoglievo. Mi ricordo l’effetto sorpresa degli umori che combaciavano. Mi ricordo la forza umoristica degli status in botta e risposta: quasi le due persone, in due diverse parti del mondo, stessero parlando tra loro non solo senza conoscersi, ma perfino senza saperlo. Una conversazione inscenata solo per me, solo nel mio account. Perché nelle coincidenze di status la narrazione è nel lettore e non nei protagonisti, come se fosse un romanzo e non la vita. Per me molto più esoterico e affascinante della teoria dei Sei gradi di separazione.

La nuova interfaccia, privilegiando il Lifestream, ha declassato lo status a elemento pubblicato e ha cancellato il quadro sinottico dove le coincidenze sono possibili. Meno visibilità allo status, ma anche meno durata: non è più una sintesi dei miei giorni, ma un umore momentaneo quasi lunatico. Impossibile seguire il filo degli status navigando tra i link.

Non ci sono più le coincidenze di status di una volta. Siamo diventati  più estemporanei, occasionali, istintivi. Non è così? Non importa: l’interfaccia ci aiuterà a sembrarlo. Sparpagliamo stati d’animo in rete, per rispondere a domande sempre nuove: cosa fai in questo momento, a cosa stai pensando, what are you doing. La prossima frontiera delle coincidenze di status sarà dichiarare lo stesso status su tutti i social network. Una conquista individuale: l’equilibrio, la coerenza.

Intanto, nessuno osa chiederci “Come stai?”. Avete notato? Risponderemmo tutti Bene, grazie. E finirebbe lì, anche se non va bene niente.

Status: aiuto non so cosa scrivere

Che fai in questo momento? A cosa stai pensando? In questo momento non sai cosa scrivere? Non rinunciare a dichiarare il tuo status! La risposta è dentro di te, e Twitexist ti aiuta a trovarla. Come quando nei temi ti manca l’ispirazione, ma per fortuna la prof ha inserito anche la traccia.

Twitexist è l’antidoto contro l’horror status da pagina bianca, detto anche Tweeter’s block. Funziona su Twitter ma il principio vale anche per gli altri social network. Se il solito “What are you doing?” ti mette in imbarazzo, puoi provare con “How do you feel?”, What’s different from yesterday?”, o anche con un più apocalittico “Imagine nobody is following you”.

twitexistDella serie: non importa se non hai l’ispirazione, l’importante è che tu scriva uno status. Terapia per dipendenze da status o incentivo alla dipendenza?

Dizionario della statusfera

dizionario

statusfera [sta·tus·sfè·ra] 1 Ambiente per condividere, scoprire e pubblicare aggiornamenti sotto forma di micro-contenuti, capaci di alimentare i servizi di social network attraverso il loro effetto virale 2 Insieme degli utenti di Twitter, Facebook, FriendFeed e di altre forme di microblogging  [termine coniato da Brian Solis].

status addiction [stà·tus ad·dic·tion] 1 Dipendenza da status, urgenza irrefrenabile di dichiarare la propria condizione o il proprio pensiero attraverso la rete; può generare frustrazione se non soddisfatta 2 Tendenza a concepire pensieri in forma di status, traducendo le esperienze in una proposizione che assuma l’io come protagonista e non superi i 140 caratteri, a prescindere dalla complessità dei contenuti.

déjà status [dé·jà stà·tus] ~ Sensazione, per lo più illusoria, di avere già vissuto e istantaneamente dichiarato una situazione in cui ci si trova.