Verbicidio colposo

matrimonio

Le parole cambiano significato col passare del tempo. A volte il significato si restringe o si perde per ragioni televisive, come il “tugurio” ridotto all’accezione da Grande Fratello, ma pur sempre protagonista di un rinnovato periodo di notorietà: resta un ambiente angusto e squallido, ma si gode la luce dei riflettori.

Questo meccanismo diabolico può rivelarsi una fortuna se applicato in modo intenzionale. Creare un nuovo significato per una parola significa anche distogliere l’attenzione dal significato precedente, fino a che quest’ultimo addirittura non si perde, passano le generazioni e resta solo nei dizionari.

È quello che potrebbe accadere al matrimonio, se la gente su Facebook comincia a dichiarare di essere sposata con qualcuno degli amici, e il giorno dopo cambia idea sposando qualcun altro. Le bacheche in poco tempo si riempiranno di una serie di “sposarsi”, Lucia sposa Leonardo e poi Andrea e poi Federico, ma anche Maria sposa Roberto e poi Riccardo e chissà chi. Ma tu sei ancora sposata? ho chiesto alla mia coinquilina impegnata a girare il risotto. Aveva festeggiato il face-matrimonio da meno di 24 ore, con uno conosciuto la sera prima.

Abusando del termine, si può sperare che questo col tempo perda le sue accezioni condivise e ne acquisti delle altre di nuova concezione. Noto con piacere che i ragazzini di 12 anni gridano in coro “prof, ti stimo”, e lo gridano anche all’altra prof e all’educatore che passa per i corridoi della scuola, perché la stima è una cosa eccessivamente seria e da giudizio universale onnicomprensivo, è un’idea così poco compatibile con la mia valutazione limitata di cose e persone che non riesco ad assegnarla a nessuno, men che mai a me. È una cosa da mitigare. Così mi astengo dai verdetti complessivi, ma custodisco gelosamente la capacità di apprezzare e ammirare in base alle informazioni di volta in volta in mio possesso.

Visto che l’abuso ha tendenze verbicide, si tratta solo di selezionare accuratamente la vittima e cercare alleati. Quale accezione far fuori?

Chiunque intenda abbassare la carica semantica del matrimonio, dunque, oggi ha un’opportunità in più: sposarsi. Conviene approfittare del vuoto legislativo che c’è su Facebook in tema di unioni. Magari lo colmano da un giorno all’altro e ci impediscono di sposarci con leggerezza.

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Nevrosi da Facebook

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In i am neurotic, l’enciclopedia delle nevrosi quotidiane, c’è una sezione dedicata a rituali, paranoie e comportamenti compulsivi scatenati da Facebook.

C’è uno che è terrorizzato dall’idea di sembrare brutto nelle foto. Infatti prima di andare a letto deve a tutti i costi guardare tutte le foto pubblicate dai suoi amici per essere sicuro che non ci siano foto orribili di lui. Se ce ne sono, le cancella. Loro, poi, si arrabbiano e cercano di trovare il modo per impedirglielo. Ma è inutile, alla fine le trova.

C’è uno che, dopo aver navigato qua e là, deve farsi sempre un giro tra suoi siti preferiti: Facebook, Drudge, Dollard, Perez, TMZ, etc.

C’è uno che, se qualcuno gli lascia un commento sulla bacheca e non ha voglia di rispondergli, se però poi si mette a lasciare commenti sulle bacheche di qualcun altro, sente l’esigenza di assicurarsi che nella propria bacheca non sia rimasta traccia delle sue azioni, o quello lì che ha lasciato il primo commento senza avere risposta controllerà la sua bacheca e lo prenderà per scemo, perché agli altri ha risposto e a lui no.

E poi ce n’è un altro che, dopo aver visitato il sito i am neurotic, deve guardare per forza anche amiright.com. È normale, hanno indirizzi simili. E alla fine nella testa gli resta: “I am neurotic, am I right?”

i am neurotic

neurosis2Vi è mai capitato di spegnere e riaccendere la luce più volte, per scaramanzia? Certo che sì, capita a tutti. Ma vi capita anche di bruciare il cerume depositatosi sul cotton fioc, ogni volta che vi pulite le orecchie? Se è così, allora la vostra è una storia da raccontare.

I am neuronic è una raccolta di manie, nevrosi, fobie del nostro tempo. Avete la possibilità di commentare, condividere o associarvi nel mal comune/mezzo gaudio. C’è uno che, quando sale sulla scale mobili, si premura di essere a 4 gradini esatti di distanza da chi lo precede. Uno non riesce mai a mangiare davanti agli altri, a meno che a loro volta questi non stiano mangiando. Un altro dice che, se ha la chewing gum in bocca e qualcuno gli domanda cosa gli va di mangiare, non riesce assolutamente a rispondere. Prima deve buttare la gomma e poi riesce a pensarci e a dare una risposta.

Le vie della paranoia sono infinite. Accendere e spegnere il phon 3 volte durante l’asciugatura. Lavarsi le parti del corpo sotto la doccia sempre nello stesso ordine: shampoo, viso, balsamo, dorso, braccio sinistro, braccio destro, inguine, gamba sinistra, gamba destra, schiena, natiche. C’è uno che, ogni volta che mangia al ristorante, se per caso non finisce tutto il cibo nel piatto, quando il cameriere sopraggiunge per ritirare il piatto sente il bisogno di scusarsi e di dire che il cibo era buono, assolutamente buono, nulla da ridire sul cibo, ci mancherebbe, solo che ha già mangiato prima ed è sazio, davvero, nulla da dire, è solo questo. E se non lo fa, se per caso va via senza spiegare, loro penseranno di sicuro che è uno sprecone o uno che non apprezza le cose. Meglio non dimenticarsi mai di dirlo, o loro lo penseranno, che non apprezza le cose, lo giudicheranno, se se ne dimentica, meglio non dimenticarlo.

Andarsene così

statale-194Chissà che succede al tuo profilo Facebook – mi chiedo da un po’ – se muori nella realtà, se ti capita un incidente e ti schianti in auto. Se a 19 anni sbatti sul guardarail e poi rimbalzi sull’altra corsia con Gabriele, Giuseppe e Leandro. Chissà che succede al tuo profilo Facebook adesso, a 24 ore dal frontale con un autotreno sulla Ragusa-Catania, che non è un’autostrada perché autostrade non ce n’è, solo la statale 194 a doppio senso, con le curve sempre brutte e mai rifatte nemmeno con gli incidenti. Chissà se hai congelato dei commenti e dei botta-e-risposta e se qualcuno si prenderà cura di pubblicarli a intervalli regolari, finta che niente sia successo: come i frammenti di DNA nei capelli e nelle cellule morte di Jerome di Gattaca alla fine del film, prima di incendiarsi. Forse fra qualche giorno le parole te le attacca su Facebook il camionista che è sotto shock all’ospedale. Ho sempre pensato che in questi casi la bacheca diventi un sacrario cimiteriale coi fiori e i biglietti e i sei-sempre-nei-nostri-cuori. Invece, Fabio, non è ancora successo niente. Tanto niente sembra serio se è sbarellato su Facebook. Neanche ti viene voglia di giocare a Geo-Challenge per distrarti, che poi alla gente di Giarratana (RG) arriva la notifica di quel che fai e pare non rispetti il lutto cittadino.

Facevi un po’ ridere taggato in quella foto, coi peli sulle gambe e sul petto no.

È successo su Facebook

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Hanno l’espressione stanca e retrodatata, quelli che non sono su Facebook. Vedono amici a singhiozzo rincasando il finesettimana, ma le conversazioni non sono quelle di una volta. Si parla subito di Facebook e hanno niente da dire. Solo fastidio a sentirlo pronunciare.

Di solito sbuffano a raccontarmelo. Una volta c’erano i convenevoli fatti di come stai, un accertamento reciproco della permanenza in vita, un update metodico dei ricordi fino a quell’attimo davanti al tavolo e al bicchiere di vino. C’erano sguardi di sorpresa a rivedersi un po’ per caso un po’ per intenzione, nonostante il cellulare e le ultime chiamate per individuare l’esatto angolo dell’incrocio tra l’edicola e il tabaccaio e la cabina del telefono. C’era qualcosa di inaspettato anche negli appuntamenti concordati. Si parlava di tante cose, dicono; io li guardo, sinceri come i giovani, delusi come i vecchi. Sembrano passati degli anni.

Da questa parte del confine, dicono tutti la stessa cosa. L’ho visto su Facebook. C’è su Facebook. Pronunciato una volta, Facebook crea uno slittamento spazio-temporale che costringe a ragionare contemporaneamente su due binari: vita reale, vita virtuale. Quando si parla di Facebook, si apre un buco catodico nella stanza: guardi negli occhi la gente e vedi le schermate, ascolti le frasi e le vedi  già wallizzate. L’ho visto su Facebook e ci tengo a puntualizzarlo – che non è la vita reale – poi lo ripeto temendo tu possa dimenticarlo. La ripetizione è la forma dell’incredulità. Fosse successo per strada, forse l’avrei precisato? Una volta e nulla più. Ho incontrato per strada il tuo ex, non lo vedevo da tempo, e mentre eravamo lì per strada mi ha mostrato delle foto, nelle foto c’eri tu. È successo lì, per strada. Ma ci sei anche tu, per strada?

L’ho visto su Facebook. È su Facebook. Pronunciato 5 volte al minuto, Facebook crea uno shift impazzito fra reale e virtuale che sballa le conversazioni. Ma fino ad ora, che sia accaduto su Facebook, siamo tenuti a precisarlo per dare voce a uno stupore, nella nostra abbozzata Pragmatica della Comunicazione 2008. È una nota di contestualizzazione, un riferimento extralinguistico non opzionale, stando così le cose. Ipertrofia del circostanziare. Facebook bombarda regole minime conversazione. Sovraccarica brucia cervello. Ripetere dove succede ripetere.

Un giorno ti vedrò per strada, mi chiederai se ho già visto le tue foto. Sì, le ho già viste. Sono belle le tue foto. Mi dirai che per ora non accetti nuovi amici, che ridi alle mie battute, che ti sei messa a far parte di un gruppo di gente che apprezza il vino. Adesso, anche a me piace più il rosso che il bianco, sì, anche a me. Vai già via? Va be’. Ci vediamo su Facebook.

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Novembre elettrico

Halloween si avvicina e c’è aria di travestimenti shock. Mi permetto di suggerirvi il costume da corrente elettrica, realizzabile a un costo contenuto e senza rincari sulla bolletta.

Ecco come procedere.

Su una tuta nera, applicate alcune decorazioni in stoffa o utilizzate dei pigmenti removibili per disegnare dei flash. La tuta servirà da base su cui attaccare gli accessori. Aggiungete cavi e circuiti a piacere.

Utilizzando del cartoncino bianco e della carta alluminio, costruite un enorme guanto a forma di spina come nell’illustrazione.

Su uno dei due polsi applicate un finto manometro, ricavabile da un cilindro in plastica (come quello dei formaggini).

Per il copricapo, costruite un atomo utilizzando una sfera in polistirolo colorata di rosso, del fil di ferro per gli orbitali e alcune palline del pallottoliere disposte a mo’ di elettroni. Incollate il tutto su un cerchietto tramite una molla robusta o del fil di ferro.

Il vostro costume da corrente elettrica è pronto. Consideratelo pure un omaggio all’energia, senza la quale il sentimento digitale non sarebbe possibile.