Il paradosso del multitasking

A 30 anni di età, quella che più o meno hanno oggi gli ibridi, dovrebbe essersi impiantata una saggezza sufficiente a cogliere le ragioni di frustrazione ambientale, fino a capire che tv+chat+cell snervano se in simultanea.

Se si è impiantata questa coscienza, allora siamo in tempo per valutare gli effetti del multitasking e correre ai ripari. In tempo per misurare il deficit di attenzione maturato (vedi test) e la sua relazione con le prassi di ingobbimento tecnologicus.

Cliff Nass, direttore del CHIMe Lab dell’Università di Stanford, ha studiato i migliori multitasker: gli studenti di college. Scioccante. Non riescono tenere a mente le informazioni in modo organizzato. Sorvolare sulle informazioni meno rilevanti. Praticamente quelle due o tre cose semplici che servono nella vita.

La ricerca delude chi considera il multitasking un incremento evoluzionistico delle prestazioni cerebrali. Ma la cosa più sorprendente è che i multitasker, a quanto risulta, non sono nemmeno bravi a passare da un’attività all’altra.

A che serve, dunque, questo multitasking?

Serve come quella medicina per il mal di stomaco, che ha il mal di stomaco fra gli effetti collaterali.

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La nuova pagina amici di Facebook: verso la lucidità sociale?

amici

Facebook ha creato una nuova pagina Amici grazie alla quale sarà possibile organizzare le proprie amicizie per liste. Può essere utile per chi ha superato il tetto dei 200 amici e ha difficoltà a costruire una personalità unitaria da proporre a tutti. In questo modo si possono creare delle liste di  conoscenti, o di colleghi, o di compagni di scuola. Partendo dal presupposto che il grado di confidenza è legato alla categoria a cui l’amico appartiene.

Le liste possono essere utilizzate per inviare messaggi o inviti di gruppo o impostare la privacy sui contenuti pubblicati. Si può evitare che la foto di una sbornia sia visibile ai colleghi di lavoro.

Non so quanto mi aiuteranno le liste di amici. Mi sarebbero più utili delle gradazioni intermedie tra il visualizza e il nascondi. Più utile un meccanismo che assegna un peso percentuale a un amico, in modo che compaia una quantità di informazioni proporzionale al livello di amicizia. Ma poi sarei costretta a mettere gli amici in ordine di amicizia e mi troverei di fronte a problemi del tipo vuoi-più-bene-alla-mamma-o-al-papà?

In pratica sarei costretta a una lucidità sociale che non mi interessa avere. A parte l’espansione della memoria cerebrale – attualmente non disponibile fra le applicazioni di Facebook – l’unica cosa che avrebbe senso per far ordine nell’amicario sarebbe un filtro automatico che traduce i miei comportamenti verso i face-amici in un diverso grado di visibilità per ciascuno di loro.

A questo proposito, mi pare piuttosto chiaro questo schema. Cliccaci sopra se non si legge. spettro dell'amicizia

Si chiama “spettro dell’amicizia”. E grazie alla doppia accezione dell’italiano diventa una splendida, involontaria metafora del nostro Social Poltergeist quotidiano.

Autosarcasmo:autoironia ≠ sarcasmo:ironia [fonte: Google]

lamette

139.000 per autoironia, 467 per autosarcasmo. I risultati di Google dimostrano che fino a oggi, 8 maggio 2009, è più facile esser inclini all’autoironia che all’autosarcasmo. L’una spingerebbe a trattare se stessi con scherno e derisione o a un atteggiamento che consente di affrontare la vita in modo critico e con distacco. L’altro è una forma di ironia amara e pungente rivolta contro se stessi, dettata da animosità e insoddisfazione e tesa a ferire l’oggetto di tale sdegno.

È vero: è più facile parlare di ironia che di sarcasmo. Quasi 6 volte più facile: 6.020.000 contro 1.250.000.  Ma non c’è confronto rispetto alla rarità dell’autosarcasmo (467) rispetto alla discreta presenza di autoironia (139.000).

Non è un problema di ignoranza, ma di sostanza. Il sarcasmo ferisce, entra nella carne, taglia dentro. Non siamo ancora pronti, abbastanza resistenti.

Time extension con le ricariche Wind!

cellulare

Se chiami la Wind per fare una ricarica, ti dicono che Da oggi non devi più pagare i costi di ricarica. Da quant’è che non si paga la ricarica, da un anno? Ma quanto dura il presente?

Non so se si sono scordati di cambiare la registrazione, semplicemente. O se invece c’è una deliberata volontà dietro il mantenimento del nastro d’esordio. Chi ha concepito il nastro, deve essersi trovato di fronte a una scelta:

1. scrivere una pagina di storia, tutta al passato, commemorando come fatto compiuto l’abolizione dei costi di ricarica: Ti ricordiamo che da marzo sono stati aboliti i costi di ricarica, poteva dire;

2. ammosciare il messaggio eliminando la segnalazione temporale “Da oggi”;

3. immortalare il presente in un “Da oggi” per regalare una sensazione di incalzante novità, offerta da una compagnia telefonica sempre pronta a studiare soluzioni per rispondere alle esigenze di comunicazione delle tribù contemporanee.

Ed è quello che ha fatto chi ha concepito il nastro. Ma se mi dicono che Da oggi non pago – se ci rifletto un attimo – vuol dire che fino a ieri, avessi chiamato, avrei pagato. Però la novità della politica delle ricariche mi stordisce a tal punto che nemmeno ci penso, a cosa una frase può voler dire.

Se c’è una deliberata volontà, un’intelligenza, dietro al nastro d’esordio, significa che studi scientifici dimostrano che l’uomo è più sensibile alla novità che al senso del tempo. Che la verità cronologica di un fatto può essere occultata da un’emozione indotta da un nastro registrato. Per ragioni forse fisico-ambientali, forse culturali, un uomo che ricarica un cellulare è immerso in una realtà adimensionale senza punti di riferimento esterni, dove le ricariche non hanno storia e il presente è una linea che tende inesorabile verso l’infinito.

I danni dei social network

una TAC a caso

Facebook rovina i vostri voti. Spero abbiate già finito l’università, perché gli studenti che usano Facebook hanno un punteggio più basso di tutti gli altri – dice uno studio dell’Ohio State University. E per forza! Studiano meno ore.

Twitter rovina la vostra moralità. Spero siate già in carcere, dove non potrete più nuocere a nessuno. O che abbiate già chiuso i conti con una religione qualunque, così almeno non vivrete nel senso di colpa. Perché direttore del Brain and Creativity Institute alla University of Southern, California, Antonio Damasio, sostiene che gli esseri umani hanno bisogno di tempo per prendere decisioni moralmente consapevoli: il senso morale richiede almeno 6-8 secondi. Invece Twitter è molto più veloce e può generare una forma patologica di amoralità – dice Luce De Biase.

Spero abbiate già finito l’università, vi siate laureati in ingegneria aerospaziale e sappiate dirmi come fare a mollare tutto e andare, prima che sia troppo tardi, direttamente su Marte e senza sensi di colpa, in meno di 6 secondi.

La velocità delle innovazioni… Sapevatelo.

Il numero di bambini con un QI eccezionale in India è superiore al numero di bambini che ci sono negli Usa.

Ogni mese ci sono 31 bilioni di ricerche su Google. Nel 2006 erano solo 2,7 bilioni.

Il primo sms commerciale fu inviato nel 1992. Oggi il numero di sms inviati e ricevuti è superiore alla popolazione mondiale.

Viviamo in tempi esponenziali. Did you know?

Una vita normale anche senza memoria

bacio nel buio

A causa della scrittura, la memoria si atrofizza, dice Havelock. La trasmissione orale fa affidamento su orecchio, bocca e memoria. Invece nella comunicazione scritta prevale l’uso dell’occhio e la memoria perde colpi. L’ha detto anche Platone nel Fedro: gli uomini “fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei” (275a). E alcune tribù del Burkina Faso non si fidano della scrittura, ma solo dell’esperienza vissuta e delle storie orali narrate dagli esperti custodi dei racconti.

Pc, palmari, cellulari, archivi digitali sono responsabili di un’atrofizzazione collettiva. Ma se la memoria si atrofizza, che succede? Si instaura una specie di handicap. Che, come tale, può essere ridotto attraverso strumenti compensativi: pc, palmari, cellulari, archivi digitali. Si instaura un paradosso per cui lo strumento è la causa dell’handicap e anche il mezzo per ridurlo.

E, in questo handicap, ciascuno di noi grazie agli strumenti compensativi può sperare di avere una vita normale, in fondo. Così come un cieco che può muoversi con dimestichezza entro uno spazio costruito intorno alla sua disabilità. Possiamo confonderci fra i normodotati. Normali fino a quando il contesto non cambia, la corrente arriva nelle prese, il palmare non si rompe.

Anzi, nel mondo così come lo conosciamo potremmo sembrare degli esseri superiori: sappiamo ricordare più della media grazie ai nostri supporti digitali. Potremmo sembrare perfino dei superuomini, una spanna sopra tutti grazie al digital divide. Così com’è superiore un cieco, che sa muoversi meglio degli altri quando va via la luce.

Ma lui sopravvivrà meglio di tutti noi alla venuta del buio universale.

Facebook è la vita reale? 8 ragioni per dire NO.

finestra

Ecco 8 delle n ragioni per cui Facebook non è la vita reale:

  1. dentro Facebook hanno sede cose che non esistono: paesi ripopolati dai profili virtuali degli emigrati, piante regalabili solo in forma di icona, la pagina di Dio Onnipotente
  2. Facebook comprime le azioni fino a una temporalità innaturale: come andare a casa di un ex-compagno di liceo e tempestarlo di domande sulla sua vita privata
  3. non associo Facebook a un oggetto fisico sensostimolatore, ma solo a una schermata inodore, insapore, e più o meno bicolore
  4. Facebook è una fonte inattendibile di nomi, persone e cose realmente accadute
  5. Facebook fagocita la realtà e la falsifica: da quando uno sconosciuto è diventato mio “amico”, sono costretta a chiamare “cari amici” gli amici reali, per sottolineare la differenza
  6. Facebook si fonda sulla comunicazione visiva, in prevalenza scritta. La vita è orale, senza tasti di edit/modifica
  7. la mia esistenza su Facebook è tracciabile; le giornate che scorrono l’una dietro l’altra, no
  8. Facebook passa attraverso il monitor. Ma venti finestre aperte non faranno mai un tramonto.

Eureka??? (sull’utilità e il danno dei motori di ricerca)

eureka

Quale libro avresti voluto scrivere, film avresti voluto girare è una domanda che si fa nelle interviste. Io adesso mi chiedo quali cose stavo per inventare, e poi ho scoperto che l’aveva fatto qualcun altro:

– un peluche montato coi pezzi di altri peluche e tutte le cuciture Frankenstein fatte a mano con la mia parte più Hyde, che tanto è tutta letteratura gotica inglese mangiata negli anni degli orsacchiotti morbidi sulle mensole

– il caricabatterie da strada dove tutti attaccano i cellulari e li ritrovano pronti dopo un po’, ma m’incartavo sull’impedire il furto ai passanti, l’occasione fa l’uomo ladro. Quello che hanno inventato dispone di cassettini blindati, metti il tuo cellulare > porti via la chiave > torni con la chiave, > riprendi il tuo cellulare. Lasci dei soldi non ricordo dove

– la maglietta con le trasmissioni televisive interrotte in un sole a bande arcobaleno sgargiante

– la nostalgia di cose non ancora accadute: l’ha spiegata una donna alla radio, e io ero ancora arrivata a descrivere fra me e me la mancanza delle cose presenti

– il “Futuro dizionario d’America” di autori vari, evidentemente la gente pensa le stesse cose con l’oceano in mezzo, gli Egiziani i Maya le piramidi, qualcun altro il termoscopio, il pianoforte ad armadio con le corde vicine al pavimento

– il test per capire on line di che religione sei

– un racconto con le frasi lunghe come sms

“Sentimento digitale: controllo in rete ed è stato già detto dell’opera dei due visual artists Harris e  Kamvar, beati loro che sanno usare anche i programmi

Adesso i trentenni sono bambini cresciuti con le mie stesse cose, hanno iniziato a lavorare, avere un conto in banca, inventare. Negli stessi anni srotolavamo il nastro alle cassette e smontavamo i giradischi delle bambole.

Ogni volta è un “Eureka” floscio come il tappo di spumante debole e sfortunato. L’Archimede che l’ha detto, con Google a portata di mano sarebbe stato meno genio e meno Disney scoprendo in pochi clic che da qualche parte del mondo qualcuno già calcolava il volume di un corpo di forma irregolare, come lui faceva:  dall’acqua che spostava tuffato. A quel tempo, “Eureka” non era ancora il nome di 12 città dell’America, di un asteroide coorbitale di Marte, di un grattacielo, un film, un museo, di una serie di cartoni, fumetti, videogiochi e scientifici progetti. Scritto sbagliato anche di un’acqua minerale.

Spesso preferisco la floscezza alla copia, non conosco la soddisfazione cinese nell’identico. Le ricette le leggo per spunto. Ma confesso: anch’io ho dei copia e incolla nell’armadio.

Il Creatore ci giudicherà per la nostra mancanza di idee?