Il guardatoio

Servirebbe un guardatoio da piazzare per strada, una cabina per voyeur che non hanno il coraggio di guardare negli occhi. Un parallelepipedo a due posti con un vetro di separazione, dove due persone in piedi hanno il tempo di osservarsi finché uno si stanca. Si entra per vedere ed essere visti. Occhi, bocca, capelli, come sei vestito. Che faccia che hai, come ti muovi o ti nascondi. Mani in tasca, sguardo basso, sguardo dritto. Servirebbe un guardatoio per affrontare gli sconosciuti con un gesto volontario, metterci dentro la sfrontatezza di andar meno veloce.

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Verità sconcertanti dai test di Facebook

pallone calcio

Il mio amico Giulio Tassoni si è sottoposto a uno dei tanti test di Facebook che impazzano in questi giorni sulle nostre bacheche. Ha scelto in test “Quale boss di San Pelle sei?”, laddove San Pelle(grino) è un quartiere di Reggio Emilia in cui sono cresciuti lui e tutti i suoi amici ora trentenni. Giulio Tassoni ha risposto con sincerità a tutte le domande e, alla fine, ecco il risultato: “Sei Giulio Tassoni”. Con tanto di descrizione dettagliata del suo carattere. Gli altri risultati possibili portavano il nome di altri personaggi della zona.

Questo test se l’è inventato un ragazzo di quindici anni che gioca sempre a pallone da quelle parti.

La percezione del progresso

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Douglas Adams, scrittore tecnologico, in un articolo del 1999 enuncia i tre assiomi fondamentali della percezione del progresso:

1. Tutto quello che si trova nel mondo alla tua nascita è dato per scontato

2. Tutto quello che viene inventato tra la tua nascita e i tuoi trent’anni è incredibilmente eccitante e creativa e se hai fortuna puoi costruirci sopra la tua carriera

3. Tutto quello che viene inventato dopo i tuoi trent’anni è un’offesa all’ordine naturale delle cose, è l’inizio della fine della civiltà e solo dopo essere stato in circolazione per almeno dieci anni torna ad essere abbastanza normale.

A volte, le cose, non seguono gli assiomi. È bello, a trent’anni, essersi avveduti già da un pezzo sull’inizio della fine della civiltà. E sapere con soddisfazione e certezza di non avere mai compreso qual è l’ordine naturale delle cose.

i am neurotic

neurosis2Vi è mai capitato di spegnere e riaccendere la luce più volte, per scaramanzia? Certo che sì, capita a tutti. Ma vi capita anche di bruciare il cerume depositatosi sul cotton fioc, ogni volta che vi pulite le orecchie? Se è così, allora la vostra è una storia da raccontare.

I am neuronic è una raccolta di manie, nevrosi, fobie del nostro tempo. Avete la possibilità di commentare, condividere o associarvi nel mal comune/mezzo gaudio. C’è uno che, quando sale sulla scale mobili, si premura di essere a 4 gradini esatti di distanza da chi lo precede. Uno non riesce mai a mangiare davanti agli altri, a meno che a loro volta questi non stiano mangiando. Un altro dice che, se ha la chewing gum in bocca e qualcuno gli domanda cosa gli va di mangiare, non riesce assolutamente a rispondere. Prima deve buttare la gomma e poi riesce a pensarci e a dare una risposta.

Le vie della paranoia sono infinite. Accendere e spegnere il phon 3 volte durante l’asciugatura. Lavarsi le parti del corpo sotto la doccia sempre nello stesso ordine: shampoo, viso, balsamo, dorso, braccio sinistro, braccio destro, inguine, gamba sinistra, gamba destra, schiena, natiche. C’è uno che, ogni volta che mangia al ristorante, se per caso non finisce tutto il cibo nel piatto, quando il cameriere sopraggiunge per ritirare il piatto sente il bisogno di scusarsi e di dire che il cibo era buono, assolutamente buono, nulla da ridire sul cibo, ci mancherebbe, solo che ha già mangiato prima ed è sazio, davvero, nulla da dire, è solo questo. E se non lo fa, se per caso va via senza spiegare, loro penseranno di sicuro che è uno sprecone o uno che non apprezza le cose. Meglio non dimenticarsi mai di dirlo, o loro lo penseranno, che non apprezza le cose, lo giudicheranno, se se ne dimentica, meglio non dimenticarlo.

Strumenti compensativi e coefficienti di caratura

cervello-2Qual è il numero massimo di persone che riusciamo a ricordare? Quanti compagni delle elementari senza l’aiutino della foto taggata? Quanti con l’aiutino? Qual è il numero massimo di face-friends che sappiamo elencare in ordine alfabetico?

L’associazione nome-foto identificativa, già collaudata nel caso di disabilità relazionali e disfunzioni mnemoniche, aumenta la quantità di soggetti memorizzabili. La tecnica, se estesa a un soggetto normodotato, può far sperare in un ampliamento del numero di persone memorizzabili. Un fattore di difficoltà è rappresentato dal diverso ordine in cui i profili ricorrono: ora prevale l’alfabetico, ora l’aggiornamento dello status. È così che possiamo mettere in sequenza i nostri amici: in base a come si chiamano di nome, o secondo il momento in cui l’umore è stato provato e il soggetto ha deciso di comunicarcelo.

Tuttavia l’alternanza dei due criteri – l’eventuale inserimento di nuovi amici nella sequenza nota e la libera combinazione dei soggetti nella bacheca – riducono dell’x% la possibilità che l’amicario faciliti le operazioni di ritenzione nella memoria e di richiamo delle info immagazzinate. Ad ogni modo lo scorrimento di una sequenza di nomi-amici con relativa icona può semplificare la panoramica delle relazioni di fronte a scelte imminenti. Quali persone invitare alla festa, quali amici sto trascurando, a chi propongo l’aperitivo, chi mi ospita per le vacanze.

Nome e icona non sono in grado, nelle piattaforme attualmente on line, di esprimere graficamente il coefficiente di caratura della relazione (come avviene ad esempio nei tag, dove a una maggiore grandezza del font corrisponde un più alto numero di voci correlate). Facebook non prevede una visualizzazione attendibile delle gerarchie di importanze.

Finisce che invito alla festa uno che ho visto due volte, chiedo di ospitarmi a quello che ho trascurato, propongo un aperitivo stasera a chi per strada mi vede e non mi saluta.

Come stai, mi fai un favore?

soldato-bacio-bnMa quando avete da chiedere un favore, viene prima il “come stai” o il favore? Io parto solitamente dal favore, tenendomi la seconda parte del discorso per il come stai, che fai, è un sacco che non ci vediamo, ma lavori ancora alla Wind, ah ti hanno licenziato, ah.

Via mail allo stesso modo c’è una parte di favore e una di gentilezza informativa.

Esordire col favore può sembrare un attacco scortese, ma la gentilezza anteposta al favore dopo un po’ – a favore avanzato – rivela la sua natura di premessa dovuta e convenzionale. Perché il favore, chiesto a metà conversazione, getta una luce formale sul come-stai inaspettato di uno che non si sente da tempo.

Ipocrisia o scortesia? Per evitare il dilemma ho smesso di chiedere favori via mail. Risolvo tutto su Facebook: attacco il favore a un messaggio di risposta datato, uno di quelli della prima fase sul tempo trascorso senza vedersi, ma guarda un po’ sei su Facebook, ci voleva Facebook per rivedersi, che fai, lavori? Lavoravi alla Wind? Ah, ti hanno licenziato.

Attacco il favore a un messaggio di risposta datato, e siccome siamo tutti su Facebook ed è quasi come essersi visti, non importa chiedere come stai e so già che ti hanno licenziato.

Malessere esclamativo

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Mia sorella “cerca di dare una motivazione al suo malessere di stamattina!!”, dice il suo status.

Ma se c’ha il malessere – mi chiedevo – perché usa due punti esclamativi? È contenta di star male? Malinconicamente appagata dal dolore? E io dovevo saperlo da Facebook che mia sorella è masochista? O invece ha paura – continuavo a chiedermi – che senza due magici punti esclamativi la gente entri in allarme? E mi dicevo: ma io dovevo saperlo da Facebook che mia sorella è una persona così delicata, così attenta a non turbare l’animo altrui? O forse è finalmente contenta di essere in cerca di una motivazione, qualunque essa sia?

E mentre perdevo il tempo a pensare queste cose – e mia sorella forse stava versando fiumi di lacrime o forse fissando il vuoto con sguardo assente o forse già meditando con calma i metodi per farla finita – in un attimo di lucidità ho alzato la cornetta e l’ho chiamata.

Alter ego

Hai fatto amicizia con te stessa: mi è sembrato di leggere in Facebook. Una col mio stesso nome aveva appena accettato la mia richiesta di amicizia. Mi ero completamente dimenticata di averle chiesto di aggiungermi per ragioni puramente onomastiche. Così ho pensato si trattasse di me, quando è arrivata la sua conferma.

È stato quasi come quella volta in cui sovrappensiero ho bussato alla mia porta, scordatami di non essere in stanza.

“Mandamelo cartaceo”: come cambia la confidenza.

Gli incrementi di confidenza, per ognuno di noi, si manifestano in modo diverso. Una volta pensavo di passare dalla conoscenza all’amicizia solo dopo una conversazione a due con un bicchiere di vino, meglio se su un gradino. Poi mi è risultato più comodo il colpo d’occhio di Facebook, l’amicario che si spalanca dopo un buon periodo di aggiunte istintive. Ho provato un’intima confidenza con la mia coinquilina, uno stadio di ulteriore amicizia, solo quando ho visto spuntare le sue frasette nella chat di Skype. Anche se mi aveva prestato più volte la stanza quando non c’era, toglievo sistematicamente i suoi capelli dalla vasca e le avevo pure regalato un deodorante che non mettevo più.

Via mail ho incasinato amicizie o cominciate. Mia madre ha scoperto che c’era ancora in me dell’affetto dichiarabile quando ho cominciato a mandarle parole scritte negli sms. Erano anni che passavamo a telefonate orali e io che non rispondevo agli abbracci. Ci sono visualizzazioni che mi sono più familiari e mi ammorbidiscono per natura, hotmail mi commuove più di Facebook, ma lì è una questione di antichità del ricordo o di precedenti vissuti o dell’ordine in cui appaiono i messaggi. Dal più vecchio al più recente come in Facebook, di solito mi pare un rapporto lineare ed educato, senza particolari contrasti. Al contrario e con strani simboli in mezzo come nella posta elettronica, con l’oggetto che cambia e i vari Re: e Fw: e >> sputati qua e là, mi pare sempre un rapporto burrascoso, ma forse anche più intenso e imprevedibile. Fogli di carta non ne ho più per nessuno. Quei pochi sono “pizzini” – nient’altro che semplici biglietti prima che la mafia e il suo gergo andassero in tv – clandestinamente passati a qualcuno durante una riunione, con qualcosa di comico dentro.

Ognuno ha le sue spie di confidenza incrementata. Una proposta di invio in posta elettronica può essere per qualcuno un’imperdonabile dichiarazione di freddezza. “Mandamelo cartaceo!”, mi è stato risposto con tono duro da un conoscente a cui avevo promesso di spedire un documento al più presto. Stavo per dargli la mia mail, per aprire una breccia, da parte mia, dopo che mi aveva raccontato metà della sua vita in mezz’ora. In quel mandamelo-cartaceo si è consumato un gap generazionale. L’apertura non è stata colta e l’approfondimento del rapporto, di sicuro, rimandato per anni.

In quest’assoluta cangiante arbitrarietà dei segni, quando si instaureranno nuove logiche relazionali e volgeranno alla conquista del mondo, mi accadrà probabilmente di considerare amico uno che mi cambia le banconote in monete, uno che fa la fila alla posta davanti a me e mi passa un bollettino bianco, uno che mi presta la sua pompa per gonfiare le ruote alla bicicletta.


Se stessi in terza persona

Una mia Face-amica combatte col mal di testa e la nausea post insonnia chiedendosi che senso abbia scrivere di sé in terza persona. Dice il suo status.

Credo che in terza persona dopo qualche anno si diventi più distaccati dalla vita e dalle cose. Forse sentirà meno il mal di testa e l’insonnia. Invece la seconda persona è sconsigliabile: scatena sensi di colpa da rimprovero. Penserà che il mal di testa e l’insonnia siano solo una conseguenza delle sue azioni e nulla più.