Come l’esistenza divenne status

La mia omonima dice che negli ultimi tempi elabora status allusivi e densi. Li pensa intensamente, pensa a che coloritura hanno, poi decide se scriverli o no. A volte crede di averli scritti, ma poi si accorge di non averlo fatto. Dice di essere in linea di massima contraria a scrivere cose troppo personali, se prima non le ha rese astratte. Ma una volta rese astratte sembrano ancora più personali. “È così astratto che posso postarlo, e alla fine nessuno capirà? Oppure è così astratto che è troppo personale, dunque è meglio che lo tenga per me?”

Poi mi chiede: sarà grave?

Dipende. Bisogna decidere se è grave o meno interpretare la vita in forma di status. Fare una stima approssimativa di ciò che si guadagna e di ciò che si perde.

Il problema non è nel dilemma postabile-o-no, astratto-o-non-abbastanza, ma piuttosto nella persistenza, nell’imponenza, della statuizzazione della vita interiore. Ovvero l’esigenza di inscatolare l’esperienza in proposizioni esposte, commentabili, interpretabili, sociali, in opposizione a un sistema ante-facebook dove si lasciavano fluttuare le sensazioni senza l’opzione di wallizzarle in maniera più o meno spontanea.

Tutta l’esperienza personale, in questo modo, è e non può che essere sociale ed esposta. Il sociale ruba quote al personale nel momento stesso in cui, una volta concepita una sensazione, il pensiero si occupa di classificarla come postabile-o-no, quindi la sanziona come non postabile, o la manipola fino a renderla postabile. La trasforma in “sensazione sanzionata” o in “sensazione postata”, e imbucandola dentro questo suo Social Poltergeist le impedisce di essere una pura e semplice sensazione.

Tutto ciò che è statuizzato è marmoreo, immobile. Un’inevitabile e quotidiana traduzione-tradimento delle cose.

Una delle due omonime sta cercando di opporsi, ma…diavolo! è dura tenere i piedi ben saldi su due mondi. Ben saldi, ma su due mondi. Sei costretto a tenerli vicini per non dover divaricare troppo le gambe. E così ti perdi – perchè anche in questo ci perdi – il piacere della deriva.

L’altra si chiede se questi due mondi, messi insieme, riescano almeno a costituirne uno completo, o se uno dei due mondi non sottragga fatalmente qualcosa all’altro, mannaggia.

Il Grande Fratello passaparole. Contagio imminente

Può succedere, parlando, di cominciare a usare espressioni altrui fino a farle proprie. Una specie di contagio di lingua non sempre consapevole, perché nessuno sa bene qual è la filiera delle parole prima che ci finiscano in bocca. Può pure succedere che ci finiscano quelle del Grande Fratello, magari assimilate da una fonte intermedia ignara. E poi ripetute a un Tizio o a un Caio.

Mi sento in dovere di segnalare alcune delle formule virali più gettonate nel Grande Fratello 2010 & Co.:

– “Ci sta”, “è giusto così”. Può succedere. Anche perché, si sa, è la vita.

– “Dire qlcs. a una Francesca, a una Veronica…”. Dall’identità all’antonomasia.

– la correzione del congiuntivo azzeccato: “Se fossi più forte… oh, scusate. Se sarei”.

– la rettifica recidiva di una frase. Ovvero, quando si cerca di esemplificare un pensiero aggiungendo parole. Nel senso, quando dici la stessa cosa in altre parole, duecento volte. Voglio dire che si è costretti a spiegarsi meglio, a trovare modi diversi per essere chiari, quando uno non è padrone nemmeno delle sue parole.

Google è il peggior nemico della creatività linguistica

coppe

Oggi finalmente ho deciso di fare un mezzo check up a questo blog per vedere come si relaziona con i motori di ricerca. E ho avuto un’amara conferma su dove va la lingua.

Pare che la keywords density di Sentimentodigitale sia troppo bassa: il check up mi avvisa che il contenuto della pagina è molto diluito; non sono state riscontrate parole con densità di oltre il 2% sul totale delle parole usate. Poi mi consiglia di ottimizzare la keyword density di questa pagina cercando di aumentare il numero delle parole per le quali vorrei avere un miglior punteggio nei motori di ricerca e/o ridurre il numero totale delle parole usate. Più il punteggio è basso, meno visibile è il blog.

Mi rifiuto di ridurre il numero totale di parole usate. Mi sembrano già troppo poche.

Tengo in considerazione l’ipotesi di martellarvi con parole come “effetti”, “impatto”, “conseguenze”, “digitale”, “internet”. Non me ne vogliate: lo faccio per i motori di ricerca.

In teoria, secondo il web-writing, dovrei anche preferire una struttura soggetto-verbo-complemento e una punteggiatura all’americana. Corta. Spezzata. Non mi va neanche questo.

Quello che voglio dire è che una parte di quello che leggete in rete si adegua a questi comandamenti. Una buona parte di quello che leggete in rete ha una lingua derivata dalla maestà di Google, che detta dizionari e sintassi orientate al punteggio. Sto cercando di non farlo, di non farlo troppo. Scrivo difficile, e quello che scrivo diventa sempre più difficile a ogni trovata indicizzante di Google.

Prima o poi ci stancheremo di cotanta semplicità.

Una volta volevo scrivere “una sbottata”, inteso come “l’atto di sbottare”. Mi sono chiesta se fosse un’espressione già usata e l’ho cercata su Google. Forse cercavi “una sbo**ata? Ricerca a esito pornografico. Mi è sembrato anche un tantino…invadente.

Era il 5 luglio. Oggi non è più così. Google ha imparato le buone maniere. O – semplicemente – che in certi casi le sbottate vengono prima delle sbo**ate.

Verbicidio colposo

matrimonio

Le parole cambiano significato col passare del tempo. A volte il significato si restringe o si perde per ragioni televisive, come il “tugurio” ridotto all’accezione da Grande Fratello, ma pur sempre protagonista di un rinnovato periodo di notorietà: resta un ambiente angusto e squallido, ma si gode la luce dei riflettori.

Questo meccanismo diabolico può rivelarsi una fortuna se applicato in modo intenzionale. Creare un nuovo significato per una parola significa anche distogliere l’attenzione dal significato precedente, fino a che quest’ultimo addirittura non si perde, passano le generazioni e resta solo nei dizionari.

È quello che potrebbe accadere al matrimonio, se la gente su Facebook comincia a dichiarare di essere sposata con qualcuno degli amici, e il giorno dopo cambia idea sposando qualcun altro. Le bacheche in poco tempo si riempiranno di una serie di “sposarsi”, Lucia sposa Leonardo e poi Andrea e poi Federico, ma anche Maria sposa Roberto e poi Riccardo e chissà chi. Ma tu sei ancora sposata? ho chiesto alla mia coinquilina impegnata a girare il risotto. Aveva festeggiato il face-matrimonio da meno di 24 ore, con uno conosciuto la sera prima.

Abusando del termine, si può sperare che questo col tempo perda le sue accezioni condivise e ne acquisti delle altre di nuova concezione. Noto con piacere che i ragazzini di 12 anni gridano in coro “prof, ti stimo”, e lo gridano anche all’altra prof e all’educatore che passa per i corridoi della scuola, perché la stima è una cosa eccessivamente seria e da giudizio universale onnicomprensivo, è un’idea così poco compatibile con la mia valutazione limitata di cose e persone che non riesco ad assegnarla a nessuno, men che mai a me. È una cosa da mitigare. Così mi astengo dai verdetti complessivi, ma custodisco gelosamente la capacità di apprezzare e ammirare in base alle informazioni di volta in volta in mio possesso.

Visto che l’abuso ha tendenze verbicide, si tratta solo di selezionare accuratamente la vittima e cercare alleati. Quale accezione far fuori?

Chiunque intenda abbassare la carica semantica del matrimonio, dunque, oggi ha un’opportunità in più: sposarsi. Conviene approfittare del vuoto legislativo che c’è su Facebook in tema di unioni. Magari lo colmano da un giorno all’altro e ci impediscono di sposarci con leggerezza.

Dizionario di carta o dizionario on line? Guida all’acquisto

denti dizionario
Una mia amica mi ha chiesto perché dovrebbe acquistare un dizionario di carta per sua figlia – come suggeriscono gli elenchi forniti dalle scuole – visto che esistono i dizionari on line gratuiti. Peraltro proprio quest’anno è scattato l’allarme sul tetto di spesa, proprio a causa dei dizionari.

Le rispondo che nei dizionari di carta sua figlia può imparare una volta per tutte l’ordine alfabetico, che serve per esempio a consultare con rapidità un elenco telefonico.

Se sua figlia usasse il computer per cercare i vocaboli, sarebbe sottoposta a un’attrazione costante e irresistibile che la renderebbe presto o tardi vittima precoce del multitasking. Finirebbe a chattare quanto prima con sconosciuti.

Ogni ricerca effettuata on line – dico alla mia amica – determina una nuova produzione di CO2; se invece la bambina usasse il dizionario della mamma non ci sarebbe un incremento di CO2 rispetto a quello emesso a suo tempo durante un unico atto non reiterato di produzione dello strumento in carta.

Usando il dizionario della mamma, sentirebbe come io ho sentito quella continuità parentale nel toccare gli stessi fogli a distanza. Svilupperebbe la ribellione adolescenziale, o forse una serie di somiglianze posturali. Forse anche un senso del tempo.

Nei dizionari di carta, le parole della stessa famiglia semantica sono allineate in sequenza; e scorrendo la sequenza col dito finisci per memorizzare per parentela, per collocarle secondo un ordine logico nello spazio deputato del cervello, memorizzate con un criterio lessicale. E qualora si somigliassero pur senza parentela, finiresti forse per trovare da solo quelle affinità paretimologiche che legano due parole in un’unica immagine, solo per ragioni di suono. Come nel caso della morte e della mortadella.

Potrebbe portarlo a scuola per i compiti in classe, il dizionario di carta. Uno di quelli fabbricati adesso, dotati di manico in plastica sulla scatola di cartone.

Ma adesso sua figlia ha 4 anni e nessuno le ha mai chiesto di comprare un dizionario. E quando glielo chiederanno, probabilmente, tutto quello che ho appena detto smetterà di avere un qualche senso.

Tagdef: il minimo sindacale linguistico

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Scoprire da soli il significato di un nuovo #hashtag e provare a definirlo: questo è il principio di un sito eccezionale, tagdef. In realtà è un profilo Twitter che ogni tanto butta nella mischia un hashtag nuovo e chiede ai followers di scriverne la definizione, fornendo quel database di occorrenze e contesti che aiutano a intuirne il significato.

Tagdef è il dizionario collettivo delle parole che nascono, con una velocità definitoria mai vista a fronte di una creatività verbale mai vista.  Anche se in realtà molti termini sono ancora in attesa di definizione.

Ma tagdef è anche il minimo sindacale linguistico che bisogna assicurare per non disorientare. La sua esistenza ci ricorda una delle leggi della lingua: non si possano accalcare a piacimento le parole – peggio ancora se fuori contesto – con l’illusione che dall’altra parte se ne comprenda sempre il senso.

Autosarcasmo:autoironia ≠ sarcasmo:ironia [fonte: Google]

lamette

139.000 per autoironia, 467 per autosarcasmo. I risultati di Google dimostrano che fino a oggi, 8 maggio 2009, è più facile esser inclini all’autoironia che all’autosarcasmo. L’una spingerebbe a trattare se stessi con scherno e derisione o a un atteggiamento che consente di affrontare la vita in modo critico e con distacco. L’altro è una forma di ironia amara e pungente rivolta contro se stessi, dettata da animosità e insoddisfazione e tesa a ferire l’oggetto di tale sdegno.

È vero: è più facile parlare di ironia che di sarcasmo. Quasi 6 volte più facile: 6.020.000 contro 1.250.000.  Ma non c’è confronto rispetto alla rarità dell’autosarcasmo (467) rispetto alla discreta presenza di autoironia (139.000).

Non è un problema di ignoranza, ma di sostanza. Il sarcasmo ferisce, entra nella carne, taglia dentro. Non siamo ancora pronti, abbastanza resistenti.

Dizionario della statusfera

dizionario

statusfera [sta·tus·sfè·ra] 1 Ambiente per condividere, scoprire e pubblicare aggiornamenti sotto forma di micro-contenuti, capaci di alimentare i servizi di social network attraverso il loro effetto virale 2 Insieme degli utenti di Twitter, Facebook, FriendFeed e di altre forme di microblogging  [termine coniato da Brian Solis].

status addiction [stà·tus ad·dic·tion] 1 Dipendenza da status, urgenza irrefrenabile di dichiarare la propria condizione o il proprio pensiero attraverso la rete; può generare frustrazione se non soddisfatta 2 Tendenza a concepire pensieri in forma di status, traducendo le esperienze in una proposizione che assuma l’io come protagonista e non superi i 140 caratteri, a prescindere dalla complessità dei contenuti.

déjà status [dé·jà stà·tus] ~ Sensazione, per lo più illusoria, di avere già vissuto e istantaneamente dichiarato una situazione in cui ci si trova.

L’italiano degli sms e l’emigrazione degli italiani

tra sguardi

Dentro Fotografia Europea 2009, un festival made in Reggio Emilia, ogni anno c’è una mostra in cui giovani scrittori e fotografi si ispirano a una stessa fonte. Stavolta il tema era la vita e l’opera di artisti contemporanei della zona, piuttosto conosciuti.

Io mi sono ispirata all’opera di William Guerrieri, un fotografo a cui piace accostare le immagini in base alla forma, al soggetto rappresentato o perché ritraggono uno stesso luogo in due diversi momenti della storia. Dice che a volte gli errori tecnici rendono le foto più belle. Si è occupato anche di Alta Velocità ed è il coordinatore di Linea di confine.


TAV

Cara Rosalba, ho visto la tua fotografia e prima ancora di conoscerti sento già che ti voglio bene. Tuo cugino mi dice che state tutti bene a parte tuo padre. Per il disturbo che ha io credo che col freddo peggiora. Le case non sono riscaldate e i dolori vogliono il caldo. Come farai con l’acqua ora che tuo padre non si può muovere? Se penso che a V. hanno l’acqua e a C. no mi viene una rabbia! Io qui in casa vado all’acquaio e ce l’ho calda e fredda. Per fortuna l’anno che viene tu e tuo padre venite e possiamo vivere tranquilli la nostra vita qui in Australia. Io sto bene. Tutti i giorni mi faccio di brave passeggiate a mio piacimento. Vado sempre in piazza a vedere la frutta; com’è bella! Saluti da parte mia a tutta la famiglia, ti bacio con tanto affetto,

Giovanni

parto da roma alle15,alle18.10 già a milano non venire in staz prendo metro thx nn vedo l’ora di vederti | :-) ti aspetto x axtivo, civepo | tra 2h sono lì.nn ti ho mai visto ma già nn posso stare snz te M manki! | Anke tu, xò aspettiamo di vederci, in fondo nn c conosciamo!cmq hai una voce super!!! | Treno in ritardo ti kiamo dopo tieni cell acceso. 1kiss | dicono1h d ritardo ke palle! :-[ scusa arrivo dp | c6?arrivato mio sms? dicono1h d ritardo #:-oTi kiamo qnd arrivo | xké nn m risp???senti,arrivo alle 9 TAV di merda

c6?

Time extension con le ricariche Wind!

cellulare

Se chiami la Wind per fare una ricarica, ti dicono che Da oggi non devi più pagare i costi di ricarica. Da quant’è che non si paga la ricarica, da un anno? Ma quanto dura il presente?

Non so se si sono scordati di cambiare la registrazione, semplicemente. O se invece c’è una deliberata volontà dietro il mantenimento del nastro d’esordio. Chi ha concepito il nastro, deve essersi trovato di fronte a una scelta:

1. scrivere una pagina di storia, tutta al passato, commemorando come fatto compiuto l’abolizione dei costi di ricarica: Ti ricordiamo che da marzo sono stati aboliti i costi di ricarica, poteva dire;

2. ammosciare il messaggio eliminando la segnalazione temporale “Da oggi”;

3. immortalare il presente in un “Da oggi” per regalare una sensazione di incalzante novità, offerta da una compagnia telefonica sempre pronta a studiare soluzioni per rispondere alle esigenze di comunicazione delle tribù contemporanee.

Ed è quello che ha fatto chi ha concepito il nastro. Ma se mi dicono che Da oggi non pago – se ci rifletto un attimo – vuol dire che fino a ieri, avessi chiamato, avrei pagato. Però la novità della politica delle ricariche mi stordisce a tal punto che nemmeno ci penso, a cosa una frase può voler dire.

Se c’è una deliberata volontà, un’intelligenza, dietro al nastro d’esordio, significa che studi scientifici dimostrano che l’uomo è più sensibile alla novità che al senso del tempo. Che la verità cronologica di un fatto può essere occultata da un’emozione indotta da un nastro registrato. Per ragioni forse fisico-ambientali, forse culturali, un uomo che ricarica un cellulare è immerso in una realtà adimensionale senza punti di riferimento esterni, dove le ricariche non hanno storia e il presente è una linea che tende inesorabile verso l’infinito.