Multitasking della pensione

Una signora che conosco, analfabeta digitale fino a sessant’anni, è ormai talmente convertita al multitasking che raramente segue i film con gli occhi. Finito il film può recensirlo in tre modi. Se non la coinvolge, dice che è una “cretinata”. Se parlano poco lo definisce “statico”. Il terzo commento è il migliore possibile: “Andrebbe visto una seconda volta per capirlo meglio”.

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Niente paura, arrivano i superficiali

Baricco sostiene oggi che i fanatici della profondità cercavano il senso ultimo nelle cose oscure, remote e faticose. Che questo modo di vedere a un certo punto è diventato “inadatto”, messa in dubbio l’esistenza di questo senso. Ora la profondità sta scomparendo sotto i colpi della superficialità. Sintomo di decadenza? Sparito il senso? No, dice Baricco.

La superficialità è oggi il luogo del senso. Incapaci di star fermi ma veloci a spostarci, incapaci di concentrarci ma bravi a collegare, rifiutiamo di cercare il senso nei “cunicoli del sottosuolo” imparati a scuola. Cerchiamo il senso in modo diverso. Sulla superficie del mondo. Uniamo i punti in costellazioni anziché scavare, scegliamo la velocità a discapito dell’approfondimento.

Ad assicurarci che la strada sia giusta – pare di capire – basta notare con quanta passione mai vista tentiamo di salvare: pace pianeta monumenti deboli. I profondi prima di noi “bruciavano le biblioteche o le streghe”.

A dire oggi queste cose, c’è il rischio che “lo smascheramento della profondità” possa “generare il dominio dell’insignificante”. Ma Baricco finge di scrivere dal futuro, e nel 2026 può parlare col senno di poi.

Pare siano andate bene le cose, dal suo racconto. Mi piace questa rinuncia alla nostalgia e l’onestà di non considerare il senso come un fatto generazionale.

Però – a pensarci, nel 2026 saranno ancora in vita molti neosuperficiali cresciuti al tempo della profondità. Forse una combinazione unica e irripetibile. Baricco, scrivici dal 2050. A meno che il confine fra profondità e superficialità non sarà già troppo profondo e fuori moda.

Deficit dell’attenzione: l’ultima cura contro la depressione

“Le persone che tendono a rimuginare sono più inclini a cadere in depressione” – leggo sull’Internazionale. “Dato che il rimuginare occupa completamente il flusso di coscienza, numerosi studi hanno dimostrato che i soggetti depressi fanno fatica a pensare ad altro”, continua Jonah Lehrer ben informato sugli sviluppi della scienza.

Con la diffusione delle nuove tecnologie, il deficit d’attenzione è destinato a crescere. Un giorno non lontano – allora mi dico – verrà meno il contesto in cui la depressione può attecchire e finalmente guariremo dalla depressione col deficit dell’attenzione. No?

La depressione è il male del nostro tempo, ma è un tempo che sta per finire. Se è così, lascerà il posto a qualcos’altro: ansia, attacchi di panico, crisi di pianto… Chissà cosa! Una specie di malessere cronico in cui, senza pensare a niente in modo ossessivo, senza tornare insistentemente sugli stessi pensieri, o forse semplicemente senza pensare a niente, si manifesta un senso di vuoto e la caduta dell’interesse vitale, senza trovare parole da dire o da ripetere o discorsi da fare.

Il paradosso del multitasking

A 30 anni di età, quella che più o meno hanno oggi gli ibridi, dovrebbe essersi impiantata una saggezza sufficiente a cogliere le ragioni di frustrazione ambientale, fino a capire che tv+chat+cell snervano se in simultanea.

Se si è impiantata questa coscienza, allora siamo in tempo per valutare gli effetti del multitasking e correre ai ripari. In tempo per misurare il deficit di attenzione maturato (vedi test) e la sua relazione con le prassi di ingobbimento tecnologicus.

Cliff Nass, direttore del CHIMe Lab dell’Università di Stanford, ha studiato i migliori multitasker: gli studenti di college. Scioccante. Non riescono tenere a mente le informazioni in modo organizzato. Sorvolare sulle informazioni meno rilevanti. Praticamente quelle due o tre cose semplici che servono nella vita.

La ricerca delude chi considera il multitasking un incremento evoluzionistico delle prestazioni cerebrali. Ma la cosa più sorprendente è che i multitasker, a quanto risulta, non sono nemmeno bravi a passare da un’attività all’altra.

A che serve, dunque, questo multitasking?

Serve come quella medicina per il mal di stomaco, che ha il mal di stomaco fra gli effetti collaterali.

Strategie corporali contro il multitasking

Chi tiene un orologio al polso, per sapere che ora è allunga e piega il braccio. Chi guarda un film, accende la televisione e prende il telecomando. Chi sta per telefonare cerca il telefono. Chi si isola, chiude la porta della sua stanza.

Se vedessi qualcuno fare una di queste cose – sbattere la porta, sprofondare nel divano, impugnare la cornetta – credo che potrei prevedere qual è la sua prossima azione: chiudersi nel silenzio, seguire il film fino alla fine, conversare ad alta voce. L’uomo che tiene l’orologio al polso potrebbe avere fretta / vuole darmi un segnale / è una persona ansiosa.

Il multitasking riduce questa prevedibilità. Più funzioni alloggiano in un solo oggetto, più un comportamento è mimetico e indecifrabile. Stavo solo controllando se mi era arrivato un messaggio: non volevo metterti fretta guardando l’orologio. Stavo solo scegliendo un film da guardare: non intendevo passare un’altra serata al computer. Stavo solo chattando con l’altro capo del mondo: non pensavo di chiudermi nel silenzio con gli occhi al tetto.

Ma chi mastica, mangia. Chi versa dell’acqua alla bocca, beve. Chi chiude gli occhi, dorme. Ed è bello potersi abituare a questa prevedibilità approssimata, senza essere assaliti dal dubbio che  la persona che abbiamo davanti possa rigurgitare, sputare, morire da un momento all’altro. Il corpo ha tanti organi, non sempre multitasking. Non aspira a compattarsi evolvendosi.

Speriamo di ingobbirci meno, di diventare tutti un po’ più wii.

Un test sul Disturbo da deficit dell’attenzione (un regalino del multitasking)

ritalin

Ricerche scientifiche dimostrano che il multitasking è spesso alla radice della sindrome del Disturbo da deficit dell’attenzione e di molti altri malesseri, come ad esempio la stanchezza cronica, lo stress, l’ansia, la sensazione che la memoria non sia più così efficiente come lo era una volta. Il multitasking può indurre una risposta di stress producendo adrenalina. Se questo processo va avanti per un periodo prolungato nel tempo, può danneggiare le cellule che producono la memoria a breve termine.

Soffrite già del Disturbo da deficit dell’attenzione? Io sì. Non rispetto i turni di parola, temo di dimenticare cosa sto per dire, annuisco anche se non seguo, mi annoio maledettamente. Tante altre cose, e soprattutto questa strana sensazione di palline-che-rimbalzano-nella-testa.

La conferma arriva da un test trovato in questo sito. Per fortuna Google e Delicious fungono da strumenti compensativi e mi aiutano a recuperare i link, visto che la memoria non è più efficiente come lo era una volta.

La soluzione? Posso assumere del Ritalin, somministrato in gran quantità agli studenti negli USA. Ma non so se riuscirei a sopportare la tossicodipendenza.

In compenso, gli psicologi cognitivi hanno trovato che c’è un rapporto inversamente proporzionale fra concentrazione e creatività. Gli individui più bravi nel focalizzarsi su un compito e nel filtrare le distrazioni tendono a essere meno creativi.

Queste e altre considerazioni farmaceutiche sono disponibili su una rivista di carta, Wired del mese scorso. Me ne ricordo, l’ho letto lì, me ne ricordo. Anche senza Google.

Forse non tutto è perduto.

Dizionario di carta o dizionario on line? Guida all’acquisto

denti dizionario
Una mia amica mi ha chiesto perché dovrebbe acquistare un dizionario di carta per sua figlia – come suggeriscono gli elenchi forniti dalle scuole – visto che esistono i dizionari on line gratuiti. Peraltro proprio quest’anno è scattato l’allarme sul tetto di spesa, proprio a causa dei dizionari.

Le rispondo che nei dizionari di carta sua figlia può imparare una volta per tutte l’ordine alfabetico, che serve per esempio a consultare con rapidità un elenco telefonico.

Se sua figlia usasse il computer per cercare i vocaboli, sarebbe sottoposta a un’attrazione costante e irresistibile che la renderebbe presto o tardi vittima precoce del multitasking. Finirebbe a chattare quanto prima con sconosciuti.

Ogni ricerca effettuata on line – dico alla mia amica – determina una nuova produzione di CO2; se invece la bambina usasse il dizionario della mamma non ci sarebbe un incremento di CO2 rispetto a quello emesso a suo tempo durante un unico atto non reiterato di produzione dello strumento in carta.

Usando il dizionario della mamma, sentirebbe come io ho sentito quella continuità parentale nel toccare gli stessi fogli a distanza. Svilupperebbe la ribellione adolescenziale, o forse una serie di somiglianze posturali. Forse anche un senso del tempo.

Nei dizionari di carta, le parole della stessa famiglia semantica sono allineate in sequenza; e scorrendo la sequenza col dito finisci per memorizzare per parentela, per collocarle secondo un ordine logico nello spazio deputato del cervello, memorizzate con un criterio lessicale. E qualora si somigliassero pur senza parentela, finiresti forse per trovare da solo quelle affinità paretimologiche che legano due parole in un’unica immagine, solo per ragioni di suono. Come nel caso della morte e della mortadella.

Potrebbe portarlo a scuola per i compiti in classe, il dizionario di carta. Uno di quelli fabbricati adesso, dotati di manico in plastica sulla scatola di cartone.

Ma adesso sua figlia ha 4 anni e nessuno le ha mai chiesto di comprare un dizionario. E quando glielo chiederanno, probabilmente, tutto quello che ho appena detto smetterà di avere un qualche senso.