Come gli uomini inventarono i motori (e i motori gli uomini)

Quando i motori di ricerca fecero la loro apparizione, i primi pionieri li trattarono con prudenza. Si esprimevano per parole chiave, perché provavano a imitare la lingua fredda delle macchine. Cercavano “ricetta” “amatriciana” per farsi comprendere, semplici parole staccate oppure legate da simboli.

Col tempo si accorsero che i motori erano capaci di comprendere e sapevano rispondere alle loro richieste. Presero maggiore confidenza, li trattarono come si trattano gli amici e acquisirono l’abitudine di rivolgersi a loro attraverso domande di senso compiuto. Allora i motori impararono a rispondere anche ai quesiti umani, a trovare il risultato più esatto anche per “come si fa l’amatriciana”.

Quando i motori impararono a rispondere ai quesiti umani, gli umani dovettero imparare il linguaggio dei motori capaci di rispondere ai quesiti umani. Compresero che le parole non potevano più essere usate secondo un ordine libero, ma era necessario che le risposte imparassero a comprendere le domande e le domande a comprendere le risposte, perché in ogni asserzione c’è un interrogativo e in ogni interrogativo un’asserzione.

Facebook contro il rumore informativo, la tv per l’opinione pubblica

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Stasera spengo Facebook e accendo la TV. Ecco perché.

Su Facebook la fonte di informazione principale sono i nostri amici: gli immensi materiali del web vengono selezionati e resi finiti da un quotidiano lavoro di filtraggio condiviso. Facebook – secondo Zuckerberg – sarebbe più amichevole è personalizzato, e in questo senso più confortante e vincente, rispetto alla freddezza di Google. In effetti non ha torto. È probabile che l’opera collettiva dei nostri amici – ovvero, delle persone con cui abbiamo scelto di condividere pezzi di vita – ci offra notizie in sintonia con la nostra opinione. Ma più questa comunità ci assomiglia, più le informazioni scambiate rafforzano i nostri pregiudizi (Andrew Keen, Dilettanti.com).

Sono finiti da un pezzo i tempi in cui si osannava la rete perché “su internet c’è tutto”. Adesso la preoccupazione principale è stanare quel che vale la pena di conoscere, in una massa abnorme di dati. I social network si propongono di farlo attraverso una divisione del lavoro. E così Facebook vuol diventare una via d’accesso al web, anche nella ricerca: perché leggere le recensioni anonime disseminate in rete, quando posso sapere cosa pensa in merito un mio amico?

Risultato: non so più dove andare a cercare l’opinione pubblica. Ogni tanto mi viene voglia di saperla, l’opinione pubblica. Potrebbe essere in tv, so che non è sul mio Facebook, ma anche che probabilmente non esiste. Dev’essere colpa delle affinità fra me e i miei face-amici, del fatto che per stanchezza e mancanza di tempo mi lascio difendere da cavalieri inconsapevoli, congegni di filtraggio del rumore informativo. L’opinione pubblica non so cosa sia, però sembra qualcosa che non condivido.

Credo che dovrei correre qualche rischio, organizzare spedizioni al bar in cerca di discorsi un po’ sport. Credo che accenderò la TV, in questa serata in cui bisognerebbe tenerla spenta per difendere la libertà di informazione. Berlusconi consegna le prime case in Abruzzo: come faccio a sapere di cosa ingozza la gente?

Dizionario di carta o dizionario on line? Guida all’acquisto

denti dizionario
Una mia amica mi ha chiesto perché dovrebbe acquistare un dizionario di carta per sua figlia – come suggeriscono gli elenchi forniti dalle scuole – visto che esistono i dizionari on line gratuiti. Peraltro proprio quest’anno è scattato l’allarme sul tetto di spesa, proprio a causa dei dizionari.

Le rispondo che nei dizionari di carta sua figlia può imparare una volta per tutte l’ordine alfabetico, che serve per esempio a consultare con rapidità un elenco telefonico.

Se sua figlia usasse il computer per cercare i vocaboli, sarebbe sottoposta a un’attrazione costante e irresistibile che la renderebbe presto o tardi vittima precoce del multitasking. Finirebbe a chattare quanto prima con sconosciuti.

Ogni ricerca effettuata on line – dico alla mia amica – determina una nuova produzione di CO2; se invece la bambina usasse il dizionario della mamma non ci sarebbe un incremento di CO2 rispetto a quello emesso a suo tempo durante un unico atto non reiterato di produzione dello strumento in carta.

Usando il dizionario della mamma, sentirebbe come io ho sentito quella continuità parentale nel toccare gli stessi fogli a distanza. Svilupperebbe la ribellione adolescenziale, o forse una serie di somiglianze posturali. Forse anche un senso del tempo.

Nei dizionari di carta, le parole della stessa famiglia semantica sono allineate in sequenza; e scorrendo la sequenza col dito finisci per memorizzare per parentela, per collocarle secondo un ordine logico nello spazio deputato del cervello, memorizzate con un criterio lessicale. E qualora si somigliassero pur senza parentela, finiresti forse per trovare da solo quelle affinità paretimologiche che legano due parole in un’unica immagine, solo per ragioni di suono. Come nel caso della morte e della mortadella.

Potrebbe portarlo a scuola per i compiti in classe, il dizionario di carta. Uno di quelli fabbricati adesso, dotati di manico in plastica sulla scatola di cartone.

Ma adesso sua figlia ha 4 anni e nessuno le ha mai chiesto di comprare un dizionario. E quando glielo chiederanno, probabilmente, tutto quello che ho appena detto smetterà di avere un qualche senso.

Twootles: cercare su Google e Twitter contemporaneamente

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Su Google trovi le cosiddette informazioni, su Twitter trovi le segnalazioni e i pareri. Ma questo è sempre meno vero, dato che Google è pieno di pareri e Twitter si sta riempiendo di notizie in anteprima che ancora i siti non registrano. Soprattutto in caso di terremoti e boati, per i quali le conferme più tempestive arrivano sempre da Twitter.

E allora, perché cercare una stessa cosa su due motori di ricerca differenti? Perché usare Google e poi anche Twitter Search?

Dev’essere questa l’ispirazione di Twootles, il motore di ricerca unificato Google+Twitter. Ma Twootles non è un motore per tutti. Può essere adatto a chi è consapevole che in ogni informazione c’è una buona dose di parere e che in ogni parere una certa percentuale di informazione. E che ha la saggezza di distinguere l’uno dall’altro.

#hashtags: il cancelletto delle libertà

hashtags

Vi ricordate quando il cancelletto (#) era un tasto inutilizzato del telefono? Adesso addirittura serve a evidenziare le cose più importanti in una frase, nei casi in cui non è possibile né sottolineare né evidenziare. Almeno su Twitter. Su Twitter, scrivi 140 caratteri e piazzi dei bei cancelletti (#) aderenti alle parole chiave (hashtags), per esempio #così. Un metodo di scrittura che favorisce chi cerca informazioni veramente pertinenti su un dato tema. Su Twitter non cercherai “dio” ma “#dio”, in modo da veder apparire solo i risultati in cui “dio” è veramente pertinente.

Infatti, è inutile dire che “dio” è molto più pertinente nel twit:

#dio c’è

anziché in:

oh mio dio selena si è tagliata i capelli :D

Inoltre, su Twitter tutte le parole cancellettate sono poi disponibili in ordine di popolarità nella colonna a destra, come Trending topics. Oggi, per esempio, al secondo posto si classifica #iranelection. Una cosa di cui tutti parlano  (almeno su Twitter, l’unico posto che è riuscito a gabbare la censura).

Se non s’è capita questa spiegazione, puoi sempre guardare le figure di questo video. Se vuoi provare come funziona, vai al Twitter Search.

Il cancelletto è una new entry rivoluzionaria nei motori di ricerca. Google, per esempio, il cancelletto neanche lo vede. Non vede nemmeno le virgole e i punti, Google. Così se cerchi “dio” trovi il suo nome invano. Dalle argomentazioni sulla sua esistenza alle bestemmie, tutto mischiato. Nei risultati di Google “dio” è ovunque, anche dove a nessuno è venuto in mente di evidenziarlo.

Social network troppo potenti per i limiti umani (e il mondo reale a 20.000 leghe sotto i mari)

ventimila leghe sotto i mari

Grazie ai social network, le possibilità di distribuzione crescono esponenzialmente – leggo in un notevole articolo di Alexander van Elsas. Ma non le nostre abilità di interazione. Su Wikipedia, tutti possono creare, pubblicare contenuti distribuibili all’infinito, ma i limiti umani non ci permettono di seguire 10.000 persone. Le tecnologie provano ad aiutarci a far ordine in questi contenuti e a proteggerci dal rumore informatico: Twitter non necessita di interazione, Facebook la limita a persone selezionate, Friendfeed a quelle di cui ci fidiamo. È un problema di scalability: mettere in ordine le cose secondo il loro ordine di grandezza. Davanti al web, la tecnologia può. Noi no.

Google cerca di proteggerci coi motori di ricerca attraverso il PageRank, l’ordine dei risultati, visto che è impossibile scorrere tutto il contenuto del web.  Ma i social network aggiungono una nuova dimensione a questa scalability: oltre ai contenuti, ci propongono interazioni tutto compreso.

È per questo che oggi è difficile ottenere i propri 15 minuti di celebrità che ci ha promesso Warhol. Per un successo ci sono milioni di fallimenti. Bisogna lavorare duro per diventare una celebrità, interagire con la comunità e guadagnarsi il rispetto della gente, perché pubblicare con facilità non significa essere ascoltati di sicuro.

La conclusione dell’articolo è geniale.

Il più grande effetto dei social network potrebbe essere quello che li useremo per rendere il mondo più piccolo, anziché più grande. Qualità anziché qualità. Un giorno potremmo assistere a una nuova tendenza: network che diventano più ristretti anziché più grandi. Dove i contenuti e le interazioni diventeranno concentrati, anziché diffusi. Dove il posizionamento geografico e la localizzazione saranno più importanti della globalizzazione. Dove interagire con le persone che abbiamo realmente incontrato sarà più importante che con la gente in cui ci siamo imbattuti.

Come nel mondo reale.

Strane esperienze con Google Squared

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Google Squared è la nuova frontiera della ricerca, che ultimamente tenta di diventare sempre più intelligente per difenderci dal rumore. Google Squared genera automaticamente delle tabelle con i risultati delle ricerche, presentando dei contenuti (e non degli indirizzi) già al primo clic.

La forza di Squared dovrebbe essere l’estrema manipolabilità: l’utente può organizzare i contenuti come meglio crede, eliminando o aggiungendo colonne/parole chiave e in alcuni casi modificando i dati stessi. Le sue principali applicazioni – per quello che si intravede – sarebbero le pigre ricerche scolastiche e gli attenti confronti di prodotti in vista dell’acquisto. Ve ne accorgerete subito provando a digitare per esempio “british poets” o “digital cameras”.

Però, come dice Google stessa, si tratta di una tecnologia ancora lontana dalla perfezione, pertanto viene ritenuto fondamentale l’apporto degli utenti i cui feedback saranno fondamentali per l’evoluzione di Squared.

Provo a testare il motore per vedere quanto è preciso l’algoritmo.

–          se cerco una digital camera posso affinare la ricerca fino in fondo

–          se cerco solo un plunger (sturalavandini) mi offre solo un risultato

–          se cerco “barbie” “doll” in prima posizione compare Ken (viviamo in una società maschilista, si sapeva)

–          se cerco “suicide” “tools” mi scoraggia dirottandomi immediatamente al “suicide prevention”

–          alla voce “british poets” non è così semplice mettere a confronto le malattie che li hanno uccisi, aggiungendo la colonna “disease”. No value found.

Ha ragione Google: l’algoritmo va affinato.

E tu? strane esperienze con Google Squared?

Tutti i libri del mondo dentro Google Book

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Avete vinto un milione di libri. O forse anche sette milioni. Collegatevi a Google Book e  troverete le  vostre care edizioni Feltrinelli e Routard e compagnia bella. Se appartenete alla classe emergente di chi preferisce leggere a monitor, non soffre della mancanza della carta o non ha spazio in casa o soldi per andare in libreria, Google Book sta mettendo in rete una Babele di volumi praticamente gratis.

Avete perso i diritti sulla vostra opera. O forse rischiate di perderli. Se siete un autore vivo e vegeto, leggete il garbuglio secondo cui Google si appropria dei diritti in base al principio del silenzio-assenso e senza ammettere ignoranza. Entro il 4 settembre 2009 dovrete prendere una decisione tra quelle qui proposte dalla SIAE. O prima che ve ne accorgiate finirete digitalizzati senza trarne una percentuale di guadagno.

In questa era di transizioni, non mi risultano invece libri cartacei che abbiano un indice superanalitico online. Dove, pur senza accedere al pdf completo coperto da diritti, si possa inserire una parola o frase e trovare le pagine del libro in cui ricorre.

Ed è così terribilmente vecchio, che Google Book mi pare una bella invenzione.

Autosarcasmo:autoironia ≠ sarcasmo:ironia [fonte: Google]

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139.000 per autoironia, 467 per autosarcasmo. I risultati di Google dimostrano che fino a oggi, 8 maggio 2009, è più facile esser inclini all’autoironia che all’autosarcasmo. L’una spingerebbe a trattare se stessi con scherno e derisione o a un atteggiamento che consente di affrontare la vita in modo critico e con distacco. L’altro è una forma di ironia amara e pungente rivolta contro se stessi, dettata da animosità e insoddisfazione e tesa a ferire l’oggetto di tale sdegno.

È vero: è più facile parlare di ironia che di sarcasmo. Quasi 6 volte più facile: 6.020.000 contro 1.250.000.  Ma non c’è confronto rispetto alla rarità dell’autosarcasmo (467) rispetto alla discreta presenza di autoironia (139.000).

Non è un problema di ignoranza, ma di sostanza. Il sarcasmo ferisce, entra nella carne, taglia dentro. Non siamo ancora pronti, abbastanza resistenti.

Il dono della visibilità

eu

Una cittadina turistica francese ha deciso di cambiare il proprio nome. Non vuole più chiamarsi Eu, perché i motori di ricerca non la tengono in considerazione e le preferiscono l’Unione Europea e il suffisso .eu dei siti web. Il nome danneggia l’immagine, e il sindaco ha deciso di fare un referendum per cambiarlo in Ville d’Eu, Eu-le-Château oppure Eu-en-Normandie.

«Oggi sempre più persone organizzano le loro vacanze usando internet» – dice il direttore dell’ente del turismo Otsi. «Se non trovano immediatamente la città di Eu, probabilmente decidono di passare le vacanze altrove». Alcuni cittadini dicono che la chiameranno come sempre: Eu. Come l’hanno sempre chiamata. Su internet, uno dice che costerà un sacco di soldi cambiare il nome: la segnaletica da rifare, i documenti, le insegne e bla bla bla. Un altro si sente fortunato a chiamarsi Michele Polico, che se si chiamasse Rossi, Russo o Ferrari i motori di ricerca si confonderebbero.

Oggi, chi è invisibile ai motori di ricerca è costretto a vivere nell’eunonimato. Io, meno male che adesso sono iloveusb: o chi mi troverebbe, chi.