Facilitazioni per normodotati: i comfort fra le ruote

Nello scontro epocale fra memoria individuale e accesso veloce alla memoria collettiva, vince il secondo. Sempre meno importante ricordare, sempre più semplice trovare l’informazione cercata.

Da qualche mese Google suggerisce le parole probabili nella casella di ricerca. Una facilitazione da tempo in uso tra i soggetti con difficoltà di scrittura; un servizio aggiuntivo per i normodotati. Un punto per la velocità, uno in meno per la memoria. Sempre meno fatica per tutti. Sempre meno normodotati.

La facilità, mito o bersaglio. Succede a ogni scatto di comfort: il nuovo è patinato, il vecchio si tinge di veracità e pare più sincero.

Qualcuno ricorda con nostalgia quando internet era meno veloce. Strano ma vero! C’è quasi un senso di colpa nella conquista della velocità. Un secondo in meno è un lusso evitabile? Qualche piccol sacrificio ci assicura il Paradiso?

Che poi, a leggere di seguito i suggerimenti di Google, vengono fuori delle bellissime canzoni.

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Lunga vita ai messaggi ricevuti

Sempre con molta gelosia ho custodito le mie parole solitarie, sembrandomi poche ma buone. Con altrettanta dedizione ho tenuto copia dei messaggi ricevuti, perché pensati e scritti per me. Lasciando invece che le impostazioni predefinite del cellulare mi facessero perdere traccia di quelli inviati.

Nei messaggi ricevuti ricostruisco l’ordine dei fatti. Non so come immaginare il momento in cui li rileggerò: li conservo per qualsiasi evenienza. Serviranno per ritrovare la memoria? Consolarsi della morte imminente o affondare del tutto? Chi vive nell’eventualità più che nell’evento, non si chiede mai seriamente perché, perché preoccuparsi di salvare cose che non servono.

Non so ancora dove li rileggerò, al bar o su una panchina, se ci sarà una panchina. Quale sarà il momento propizio che darà un senso a questa storia di meticolose raccolte di giovinezza.

Ma quel giorno, i miei messaggi inviati non verranno a incalzare. Nelle vostre parole avrò il gusto di leggere dichiarazioni spontanee, risposte senza domande, verità senza dubbi. Saranno inspiegabili dimostrazioni di affetto venute dal passato, per cui già ora miei cari vi ringrazio.

Niente paura, arrivano i superficiali

Baricco sostiene oggi che i fanatici della profondità cercavano il senso ultimo nelle cose oscure, remote e faticose. Che questo modo di vedere a un certo punto è diventato “inadatto”, messa in dubbio l’esistenza di questo senso. Ora la profondità sta scomparendo sotto i colpi della superficialità. Sintomo di decadenza? Sparito il senso? No, dice Baricco.

La superficialità è oggi il luogo del senso. Incapaci di star fermi ma veloci a spostarci, incapaci di concentrarci ma bravi a collegare, rifiutiamo di cercare il senso nei “cunicoli del sottosuolo” imparati a scuola. Cerchiamo il senso in modo diverso. Sulla superficie del mondo. Uniamo i punti in costellazioni anziché scavare, scegliamo la velocità a discapito dell’approfondimento.

Ad assicurarci che la strada sia giusta – pare di capire – basta notare con quanta passione mai vista tentiamo di salvare: pace pianeta monumenti deboli. I profondi prima di noi “bruciavano le biblioteche o le streghe”.

A dire oggi queste cose, c’è il rischio che “lo smascheramento della profondità” possa “generare il dominio dell’insignificante”. Ma Baricco finge di scrivere dal futuro, e nel 2026 può parlare col senno di poi.

Pare siano andate bene le cose, dal suo racconto. Mi piace questa rinuncia alla nostalgia e l’onestà di non considerare il senso come un fatto generazionale.

Però – a pensarci, nel 2026 saranno ancora in vita molti neosuperficiali cresciuti al tempo della profondità. Forse una combinazione unica e irripetibile. Baricco, scrivici dal 2050. A meno che il confine fra profondità e superficialità non sarà già troppo profondo e fuori moda.

i-I. Non avrai altro io all’infuori di me.

Se un giorno dovessimo perdere la memoria, per un fenomeno individuale o collettivo, la storia dei nostri comportamenti e relazioni in rete ci tornerà utile per ricostruire come eravamo. In una prima fase assolderemo dei detective privati per recuperare il recuperabile sul mercato nero. Più tardi le aziende fiuteranno l’affare e rivenderanno le anime a caro prezzo.

Proveremo a riconoscerci nelle immagini delle vacanze, l’ordine degli status, pure gli amici rimossi e certe stupide chat. Ma alla fine dentro al nostro stesso rumore esistenziale troveremo dei nuclei fondanti e guariremo dall’amnesia grazie a Facebook. Che attualmente detiene i diritti per quello che pubblichiamo, probabilmente appunto a scopo terapeutico.

Quando un giorno perderemo la memoria – setacciata, asciugata, esaurita dal consumo –  deprezzata, delegata, spostata sui social network – saremo disposti a dare un occhio della testa per ritrovare il nostro posto sulla terra. Bisogna che la massa di dati prenda delle decisioni al posto nostro per il corso restante dei giorni,  che sappia fare la spesa o scegliere il partner secondo le nostre storiche preferenze. Quando i nostri i-pod, i-pad, i-Life non potranno più venirci in soccorso, i-I sarà l’unico pacchetto di memoria completo in grado di restituirci la veramente vera storia della nostra vita.

Nessun posto è come casa

Sono sempre stata attratta dalla visione di un ambiente domestico rarefatto dove le cose diminuiscono anziché accumularsi. Mi colpisce la strategia proposta dall’autore di mnmlist per liberarsi dagli oggetti-ricordo: scansionarli, fotografarli, archiviarli, regalarli. Oppure ricordarli e basta. Costringo sempre mia sorella a mandarmi un jpg delle scarpe fosforescenti dell’adolescenza prima di trasferirle alla Caritas, non potendo pretendere di occupare i soppalchi familiari mentre mi aggiro nei miei 10 metri quadri in affitto.

Ma non posso ignorare l’effetto da cd-masterizzato dovuto a queste scelte di vita. Credo di emettere un suono, ma non ho una copertina. La mia interfaccia grafica è essenziale, perché il computer aspiratore non può competere con quattro pareti reali di pura atmosfera. Scansionare, conservare, separare la relazione tra i ricordi, e tra i ricordi e gli ambienti. Rimane la differenza fra aprire una scatola e passare a un’altra foto col tasto freccia.

Per questo spero di perdere la testa per My Memory Home, un social network emozionale dove racchiudere i propri ricordi personali. Una banca dati dei sentimenti dove farti accomodare, se ti conosco bene. 50 Giga di memoria delegata, invece di camminare sulla neve per far tornare indietro qualche ricordo perduto.

Nella My Memory Home avrò un divano preferito, scelto entro un range di divani. Una metropoli intorno, anziché pianura coltivata. Il mio passato depositato in cassetti che non ho mai avuto. Mi libererò dei ricordi sovrapponendo ad essi questa Second Life così personale. Come quando riafferro una visione d’infanzia, che invece era il rigurgito di una foto.

La realtà aumentata e la realtà bucata: i cieli d’Afghanistan e il formaggio svizzero

Quando un pilota americano attraversa i cieli d’Afghanistan, e dentro al casco visivo si materializzano alcune info scientifiche in stile hollywoodiano, abbiamo a che fare con un esempio di realtà aumentata. Sono dei “contenuti extra” somministrati insieme al film nella guerra senza stuntman inscenata per il grande pubblico. Al pilota non interessa la terra, il colore, la forma. L’esito della missione dipende dai numerini che gli scorrono davanti, dalla conoscenza supplementare ancorata a dei pezzi di realtà.

Ebbene, la realtà aumentata si sta diffondendo ed è alla portata di tutti. Nel numero di Colors del mese scorso c’erano molte meno parole rispetto alla media di un numero. Come si dichiara in copertina, “questa rivista è incompleta”. I contenuti extra sono disponibili sul web, dopo un accesso sorprendente: basta posizionarsi con il giornale davanti a un computer e mostrare alla webcam un codice QR, per vedere apparire in video i personaggi delle foto.

Nella realtà aumentata, però, le cose non sono le cose. Gli strutturalisti direbbero che il valore delle cose è determinato dai rapporti con le altre cose. Questa, certo, non è una novità. Se  passeggio lungo una strada, se vedo una casa che mi ricorda casa di mia nonna, forse mi distrarrò abbastanza da dimenticare la casa in sé, finirò per perdermi nel ricordo dei giochi e dei regali a casa di mia nonna. Anch’io ho i miei rapporti con gli elementi, strutturalisticamente parlando.

Ma la realtà aumentata non è né personale né memoriale. È una realtà virtuale in cui è la realtà a sembrare incompleta. Se passeggio lungo la strada dei Contenuti Extra, le cose sono dotate di codici che le rendono immediatamente virtuali e aumentate, se solo lo voglio. Gli scaffali sono pieni di cose aumentate. Anche le case delle nonne sono piene di cose aumentate: contengono Hansel e Gretel della Walt Disney dentro a un codice QR. Ed è così dannatamene attraente, così nuovo e scintillante che non farò più in tempo a ripensare a mia nonna. Troppo distratta, troppo deconcentrata.

La strada dei Contenuti Extra è piena di buchi. Buco di YouTube, buco di Facebook, buco di Twitter, buco di Google. Perchè ogni realtà aumentata è anche una realtà bucata, dove si esportano continuamente altrove i barlumi di attenzione, con un effetto colabrodo. È un formaggio svizzero gigante con oblò verso altri mondi. Vedo più il buco che il formaggio.

Ogni volta che la realtà ci sembra incompleta, e vorremmo correre a completarla con una connessione  internet, il Regno della Realtà Aumentata avanza. Non rimarrà che un granello di sabbia, di Fantàsia.

Ma potrà ancora risorgere, dai nostri sogni, dai nostri desideri.

Un test sul Disturbo da deficit dell’attenzione (un regalino del multitasking)

ritalin

Ricerche scientifiche dimostrano che il multitasking è spesso alla radice della sindrome del Disturbo da deficit dell’attenzione e di molti altri malesseri, come ad esempio la stanchezza cronica, lo stress, l’ansia, la sensazione che la memoria non sia più così efficiente come lo era una volta. Il multitasking può indurre una risposta di stress producendo adrenalina. Se questo processo va avanti per un periodo prolungato nel tempo, può danneggiare le cellule che producono la memoria a breve termine.

Soffrite già del Disturbo da deficit dell’attenzione? Io sì. Non rispetto i turni di parola, temo di dimenticare cosa sto per dire, annuisco anche se non seguo, mi annoio maledettamente. Tante altre cose, e soprattutto questa strana sensazione di palline-che-rimbalzano-nella-testa.

La conferma arriva da un test trovato in questo sito. Per fortuna Google e Delicious fungono da strumenti compensativi e mi aiutano a recuperare i link, visto che la memoria non è più efficiente come lo era una volta.

La soluzione? Posso assumere del Ritalin, somministrato in gran quantità agli studenti negli USA. Ma non so se riuscirei a sopportare la tossicodipendenza.

In compenso, gli psicologi cognitivi hanno trovato che c’è un rapporto inversamente proporzionale fra concentrazione e creatività. Gli individui più bravi nel focalizzarsi su un compito e nel filtrare le distrazioni tendono a essere meno creativi.

Queste e altre considerazioni farmaceutiche sono disponibili su una rivista di carta, Wired del mese scorso. Me ne ricordo, l’ho letto lì, me ne ricordo. Anche senza Google.

Forse non tutto è perduto.

C’è un tempo per ogni cosa, uno per vivere, uno per archiviare. Oppure no

donna panchina

Confidare a un computer la propria vita e le 1000 e più cose da conoscere prima di morire, significa lasciare traccia di ogni proprio passo, sul disco fisso o in rete. Mp3 a go go, foto e film scaricati, link utili salvati tra i bookmark. Scoprire qualcosa di interessante si accompagna al gesto – più o meno volontario – di salvare un pezzo di bellezza tra i preferiti. Il confine fra vivere a archiviare si fa sempre più sottile.

Bene che vada, non riuscirò a utilizzarne nemmeno metà. Ma credo che l’archiviare sia un gesto vitalistico e ottimista, perché non è la giovinezza ma la vecchiaia l’età in cui si passa in rassegna la vita, smettendo di incamerare nuovo materiale: e difatti la memoria a lungo termine migliora, mentre quella a breve termine si atrofizza. La vecchiaia, come dice Eliot, fa spazio alla “sera che si passa con l’album delle fotografie”. Una vocazione tipica degli ultimi anni, secondo la gerontologia.

E allora, andando avanti con questa lungimiranza, trascorro il tempo ad archiviare materiali interessanti. E quando un giorno non avrò più la memoria buona per immagazzinare nuovi dati, anch’io mi guarderò indietro e passerò in rassegna – uno per uno – tutti quei momenti indimenticabili in cui ho archiviato qualcosa.

Session Experience: una soluzione contro il Deficit di attenzione da multitasking

session experience

Il multitasking causa Deficit di attenzione e disturbi della memoria, si dice da un po’. Forse anche una pandemia di Alzheimer precoce o sindromi che ancora non esistono. Ma io confido nella relatività dei valori, quindi nell’emergente importanza del frullatore sull’enciclopedia: non solo archiviare, ma anche triturare, sminuzzare, mischiare dati per ricomporli a modo proprio.

Perciò ho preso a giustificarmi delle mie dimenticanze dicendo che non ho scordato il piucchepperfetto latino, no. L’ho solo sostituito con qualcos’altro. Ma nello stesso tempo confido nelle capacità di adattamento dell’essere umano e di creare tempestivamente strumenti per ridurre l’handicap.

Nel web che vorrei, per ripassare le informazioni e non dimenticarle, esiste un dispositivo che ti fa riattraversare la sessione ripercorrendo la cronologia con modalità cinematografiche, ma con una velocità 2x o 4x o il x che ti pare, secondo i ritmi preferiti per il ripasso. Riportandola a queste modalità schiettamente scolastiche, è possibile che la memoria – per quanto laterale – sia capace di trattenere qualcosa.

Grazie a Session Experience, sopravvivremo e godremo di una buona reputazione anche senza una connessione a portata di mano.

Memorie volatili: dalla carta al palmare al cellulare

London Nokia

Sono anni che ho smesso di usare l’agenda di carta. Non ha la funzione “cerca” utile a ritrovare le cose di cui mi sono scordata, e nemmeno il copia e incolla per rimandare con facilità al giorno dopo le attività non portate a termine. Se la perdo non ho un back_up sul computer e non posso farne duplicati. E poi, a volte non capisco la mia scrittura.

Ma oggi il palmare mi ha abbandonato e i costi di riparazione equivalgono al prodotto nuovo. La batteria del Palm Tungsten E2 non può essere sostituita in casa. Comprarne un altro? Lo farei, se non fossi in una fase di lento trasferimento delle competenze di memorizzazione dai vari dispositivi portatili alla mia personale memoria cerebrale, se no poi si atrofizza, dicono. Per questo negli ultimi mesi ho smesso di fissare  sul palm le informazioni dimenticabili senza gravi conseguenze.

E dove le metterò adesso – senza palmare – le fondamentali? Prendo in mano il Nokia N70 e in 3 ore riesco a farlo dialogare con Outlook. Ora si trasmettono numeri di telefono e appuntamenti, così posso digitarli sulla tastiera grande anziché intestardirmi sui tasti troppo piccoli dell’N70 dannato. Per passare ad Outlook i dati del Palm Desktop serve un programma che converta i file da dba a cvs. Poi aggiorno Outlook per collegarlo al Calendar di Google.

Io non so se l’N70 sarà in grado di soddisfare le mie esigenze di organizzazione. Non ha il copia e incolla, cosicché rimandare le attività mi costerà un transito su Outlook. In contesti professionali, poi, tirare fuori dalla borsa un palmare o un cellulare fa tutto un altro effetto: per esempio a scuola il cellulare è vietato e poco serio, anche se lo uso per segnare i voti.

Faccio una prova, ma non so quanto resisterò senza my sweet palm. Il palm mi rendeva geek, ora col cell  in mano sono un po’ bimbominkia.