Maiuscola vs maiuscola

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La maiuscola è fondamentale. La maiuscola è pleonastica. Non favorisce la leggibilità. Serve a separare. Dà un senso di importanza a inizio frase. Salviamola. Aboliamola.

In tanti ne fanno a meno. Word la preserva piazzandola di default dopo il punto: riesci a liberartene solo andando su Strumenti>Opzioni correzione automatica>togliere la spunta da “Inserisci la maiuscola ad inizio frase”. I tedeschi se la tengono stretta e la impiegano sistematicamente per sublimare tutti i Sostantivi. Così il Cavatappi e il Termosifone hanno la stessa patina divina del Sole e della Luna.

La maiuscola è fuori moda. La maiuscola è da libro di storia, perché furono i Romani Maiuscoli a sconfiggere i Galli, mentre i romani son quelli del vino de li Castelli e dei Bucatini all’amatriciana. I Greci fondano la filosofia, i greci mangiano tzatziki e ballano il sirtaki.

Lo scrivente ha il potere di entificare, personificare, creare un rapporto reverenziale. E non è cosa da poco. Il Papa non è il papa, e Dio non è dio. Io sono io oppure Io.

solo un’impressione

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se è vero quello che è vero, è vero anche il contrario: se il punto non pretende la maiuscola perché basta a separare, anche la maiuscola non esige il punto perché separa da sé Non vi pare?

l’impressione di scorrettezza ondigrafa che forse vi prende credo sia in parte giustificata

Perdere il punto e tenere le maiuscole, non è un’operazione al momento plausibile, perché ancora perdura la funzione nobilitante delle maiuscole per i nomi propri, la grammatica della terraferma E per questo motivo rischiamo di interpretare come umana o importante o degna di attenzione una “e” o un’altra semplice congiunzione incipitaria Ma da parte mia non credo che le maiuscole ne avranno ancora per molto e credo che perderanno il loro potere di denotare oggettivamente nomi, persone, città che tutti volenti o nolenti sarebbero tenuti a ritenere degne di rispetto o comunque di svettare davanti all’attenzione dell’occhio E credo che – una volta smessa questa denotazione oggettiva – le maiuscole si rassegneranno al ruolo in definitiva pregevole di contenere gli umori e le impressioni e le opinioni come è giusto che sia Senza per questo sparire dalla circolazione, perché di scarabocchi che aiutino a non fraintendere gli sms bisogno ce n’è.

ma quando questo accadrà, le maiuscole opzionali e i punti a piacere, credo sarà troppo tardi per me e non mi farà più quell’effetto di superiore importanza data volontariamente a una parola nella frase, ma solo di irresistibile antipatia Questo perché da qualche anno ho imparato a saltare con l’occhio le parole maiuscole senza degnarle di attenzione L’ho fatto per andare al cuore delle cose, smemorata dei nomi e degli autori e delle autorità Non chiedetemi chi ha detto cosa, rischio di non saperlo Ma l’importante è che qualcosa sia rimasto, il sentimento, le parole, le circostanze, anche in queste virgole che senza i punti agli estremi a tenerle, sembrano galleggiare come zattere abbandonate

Per Libera Scelta

210930937_050bdbcd33Non si vedono molte maiuscole, di questi tempi. Il punto ha smesso di pretenderle, visto che basta da solo a separare. La maiuscola dopo il punto è un’opzione, dipende dalla fluidità al discorso che vuoi dare, dalla fase narrativa in cui sei, dalla fretta che ti prende. La lingua perde pezzi lessicali mentre dimentichiamo le sue innumerevoli parole, ma impara nuovi toni per dare sfumature senza contenuto a questo parlarsi digitale.

Se il punto è un momento di determinazione comprensibile, l’iniziale maiuscola nel nome proprio può essere un atto di presunzione.

Anche le maiuscole vanno contrattate.

In un primo contatto via mail, chiamare l’altro col suo nome proprio correttamente maiuscolo è una questione di educazione. Ma attenzione alla firma: saper scrivere il proprio nome con la maiuscola può essere una minima attestazione di precisione, di conoscenza elementare della lingua. Può anche non durare in eterno, e a un certo punto sta a noi decidere se rinunciare per primi alla maiuscola e istaurare una grafia sbilanciata: il suo nome con iniziale maiuscola per gentilezza, il nostro minuscola per lanciare una proposta di confidenza. In questo modo lo autorizziamo a disporre liberamente, gli diamo in pasto l’iniziale del nostro nome, faccia quel che vuole.

Nelle fasi successive si valuterà l’andamento delle maiuscole fino ad attestarsi su un rapporto standard. Oppure no. Si può sempre tornare indietro, una volta dimostrata la suddetta conoscenza minima delle regole della lingua e dell’educazione e ottenuta la confidenza. Si può sempre confondere l’interlocutore con misure di carattere moderatamente schizofrenico. Magari le considererà una manifestazione di quella meravigliosa libertà che solo il web può dare.

Il punto di nulla

C’erano una volta il punto, la virgola, il punto e virgola e i due punti. Il punto separava, la virgola era versatile, il punto e virgola una via di mezzo, i due punti illustravano. I puntini di sospensione sempre in numero di tre. La pigrizia e la fantasia, ancora una volta, hanno mescolato le cose.

Stavolta non si tratta dell’ennesima denuncia d’impoverimento. Da un lato, il lessico d’uso perde dei pezzi e nessuno si sconvolge. Poter esprimere con esattezza i concetti senza confonderli con altri, approfittare delle sfumature di sinonimi e connotazioni, è un lusso a cui stiamo pacificamente rinunciando. Dall’altra, però, la rivincita è dietro l’angolo. La nuova ricchezza non sta nelle parole, bensì nei segni di interpunzione. Il repertorio degli scarabocchi possibili tra una parola e l’altra si sta infatti allargando, aumentando le opportunità combinatorie.

Ecco un esempio. Il punto ha smesso di essere obbligatorio a fine frase. Per questo, adesso, il punto è una scelta, perfino un raptus di determinazione che bisogna soppesare in base ai casi. Mai fare abuso di punti in una chat: l’abuso di punti causa secchezza delle conversazioni, riduce la fluidità ed è un modo sgarbato di passare il turno di parola. La prossima volta oscuratevi, piuttosto che rivolgervi a quel modo a un interlocutore.

Chi rinuncia al punto, spesso per horror vacui passa all’esclamativo.

La conversazione si tinge di meraviglia, stupore e sorpresa fuori dalle righe. Non importa quel che frattanto si dice. Ho letto mail di disaccordo tempestate di esclamativi euforici: mi sentivo un cane a cui dici brutto bastardo con tono allegro e carezzevole, piuttosto che la sostanza compresa gli resta una sensazione di benessere e dopo un po’ finisce che scodinzola. Il punto esclamativo è come l’evidenziatore, non eccedere nell’uso. Prova a capire cosa conta davvero in una pagina fosforescente. L’evidenziatore a certi livelli alza i toni e mette l’ansia: avrò il diritto di saltare una parte e di non imparare?

La seconda via per chi rinuncia al punto per delicatezza, è la grande new entry nei segni di interpunzione: il punto di nulla. Il punto di nulla è gentile, economico, eclettico. Rappresenta compiutamente la nuova ricchezza d’espressione. Crea connessioni fra gli interventi, apre la sintassi a collaborazioni creative che rinunciano all’autorità del mittente, propendendo per una priorità delle frasi sugli autori. Chi scrive è meno importante della conversazione che ne deriva. Il punto di nulla permette di superare l’impasse fra la freddezza del punto e l’allegria paralitica dell’esclamativo. Il punto di nulla mi ha spesso salvata dall’imbarazzo di dover dichiarare a tutti i costi un umore.

L’unica controindicazione del punto di nulla è che non è ecologico. Per chi resta fedele al classico sfondo bianco, ogni pixel luminoso non occupato da caratteri è la sede di uno spreco elettrico. Ma provate a scrivere tutto in Arial Black in nome dell’ambiente.

Typolution by Olivier Beaudoin