Il Grande Fratello passaparole. Contagio imminente

Può succedere, parlando, di cominciare a usare espressioni altrui fino a farle proprie. Una specie di contagio di lingua non sempre consapevole, perché nessuno sa bene qual è la filiera delle parole prima che ci finiscano in bocca. Può pure succedere che ci finiscano quelle del Grande Fratello, magari assimilate da una fonte intermedia ignara. E poi ripetute a un Tizio o a un Caio.

Mi sento in dovere di segnalare alcune delle formule virali più gettonate nel Grande Fratello 2010 & Co.:

– “Ci sta”, “è giusto così”. Può succedere. Anche perché, si sa, è la vita.

– “Dire qlcs. a una Francesca, a una Veronica…”. Dall’identità all’antonomasia.

– la correzione del congiuntivo azzeccato: “Se fossi più forte… oh, scusate. Se sarei”.

– la rettifica recidiva di una frase. Ovvero, quando si cerca di esemplificare un pensiero aggiungendo parole. Nel senso, quando dici la stessa cosa in altre parole, duecento volte. Voglio dire che si è costretti a spiegarsi meglio, a trovare modi diversi per essere chiari, quando uno non è padrone nemmeno delle sue parole.

Google è il peggior nemico della creatività linguistica

coppe

Oggi finalmente ho deciso di fare un mezzo check up a questo blog per vedere come si relaziona con i motori di ricerca. E ho avuto un’amara conferma su dove va la lingua.

Pare che la keywords density di Sentimentodigitale sia troppo bassa: il check up mi avvisa che il contenuto della pagina è molto diluito; non sono state riscontrate parole con densità di oltre il 2% sul totale delle parole usate. Poi mi consiglia di ottimizzare la keyword density di questa pagina cercando di aumentare il numero delle parole per le quali vorrei avere un miglior punteggio nei motori di ricerca e/o ridurre il numero totale delle parole usate. Più il punteggio è basso, meno visibile è il blog.

Mi rifiuto di ridurre il numero totale di parole usate. Mi sembrano già troppo poche.

Tengo in considerazione l’ipotesi di martellarvi con parole come “effetti”, “impatto”, “conseguenze”, “digitale”, “internet”. Non me ne vogliate: lo faccio per i motori di ricerca.

In teoria, secondo il web-writing, dovrei anche preferire una struttura soggetto-verbo-complemento e una punteggiatura all’americana. Corta. Spezzata. Non mi va neanche questo.

Quello che voglio dire è che una parte di quello che leggete in rete si adegua a questi comandamenti. Una buona parte di quello che leggete in rete ha una lingua derivata dalla maestà di Google, che detta dizionari e sintassi orientate al punteggio. Sto cercando di non farlo, di non farlo troppo. Scrivo difficile, e quello che scrivo diventa sempre più difficile a ogni trovata indicizzante di Google.

Prima o poi ci stancheremo di cotanta semplicità.

Una volta volevo scrivere “una sbottata”, inteso come “l’atto di sbottare”. Mi sono chiesta se fosse un’espressione già usata e l’ho cercata su Google. Forse cercavi “una sbo**ata? Ricerca a esito pornografico. Mi è sembrato anche un tantino…invadente.

Era il 5 luglio. Oggi non è più così. Google ha imparato le buone maniere. O – semplicemente – che in certi casi le sbottate vengono prima delle sbo**ate.

Il linguaggio degli sms ha origini antiche

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Il linguaggio degli sms ha un antenato illustre: l’epigrafia latina. Negli sms si cerca di esser brevi per non bruciare il credito, invece nelle lapidi di marmo per risparmiare sui costi del lavoro degli scalpellini. Il confonto, proposto da  Andrea Granelli in “Immagini e linguaggi del digitale”, forse ci aiuterà a storcere meno il naso di fronte alle abbreviazioni, almeno se sorrette da motivi economici o di tempo.

Ecco alcuni fenomeni comuni:

uso delle iniziali di parole o espressioni molto usate

V = Vir

D. M. = Dis Minibus

DSPF = De Sua Pecunia Fecit

ttp = Torno tra poco

tat = Ti amo tanto

abbreviazioni di espressioni rituali

CEBQ = Cineres Eius Bene Quiescant

QDERFPDERIC = Quid De Ea Re Fieri Placeret, De Ea Re Ita Censuerunt

fdmccv = Fa Di Me Ciò Che Vuoi

msidt = Mi Sono Innamorato Di Te

creazione di nuovi alfabeti usando la dimensione fonica della lettera

VII V = Septemvir

r8 = Rotto

c6? = Ci sei?

4u = For you

soc8a = Sono cotto a puntino

Il trattino sta morendo. Ucciso dal cancelletto

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Gli hashtags sono delle parole chiave (/tags) di un breve messaggio su Twitter (/tweet) segnalate  volontariamente con un cancelletto (#). Nella colonna a destra c’è la classifica (/Trending topics) delle parole più scritte – cancellettate o no – in quel dato momento. E di questo abbiamo già parlato.

La relativa novità è che il trattino sta morendo. Cominciamo dall’inizio: gli hashtags non sono solo parole, ma anche frasi intere o a pezzetti, sintagmi. Per esempio, #iranelection, #indonesiaunite, #herewegoagain, #tweetmyjobs… Ora, la tendenza è quella di non usare il trattino né lo spazio in questi hashtags. Infatti, tutto quello che è seguito da un cancelletto viene trasformato automaticamente in parola cliccabile; ma se le parole sono separate da un trattino, questa fortuna spetta solo alla prima della stringa: è per questo che il trattino sta morendo.

E frattanto la lingua inglese si trasforma. In un hashtag entrano in composizione più parole; per meglio dire, le parole si accostano senza minimamente trasformarsi, assumendo una lunghezza che ricorda quella dei paurosi composti del tedesco, ma stavolta nessuno si sconvolge. E senza desinenze interne né fenomeni di crasi o tamponamento (/scomparsa di alcune lettere), tant’è che le singole parole più o meno si riconoscono, di solito anche la loro relazione e qualche volta anche il significato.

Negli Stati Uniti, dove tutto questo sta succedendo prima che qui, c’è anche gente che si diverte ad aggiungere un cancelletto a ogni parola, vanificando il senso dell’hashtag. Lì, accade tutto prima che qui: inventano anche nuove scemenze.