Elettronica sul posto (con o senza Mobile)

Ieri sera, mentre al Node – Festival di live-media Ryoichi Kurokawa creava i disturbi televisivi più belli che io abbia mai visto, guardavo il risultato fotografico dentro l’i-phone della mia vicina di posto, impegnata a scattare a raffica. Mentre sospettavo che Kurokawa volesse nascondere nei suoi frattali astratti l’algoritmo liquido della pioggia e quello fragoroso delle mosche impazzite, cominciai a guardare la serata dal mio posto e al contempo da quello della mia vicina, per i nostri due modi diversi di accorgerci delle cose, da questa parte o dall’altra della tecnologia.

Ci sono molte cose che non voglio sapere – mi dicevo. Ryoichi Kurokawa non ha rivelato il fulcro attorno al quale ruotano le sue opere, ma se lo cercassi su Google ne sarei più sicura. Chissà quand’è il prossimo treno per Reggio: o lascerò fare alle mie amiche e ai passaggi? Il bestiario alle pareti è opera di Erica il Cane? talora sembrerebbe, talora no, ma può saperlo solo il sito della Galleria se non hai voglia di intestardirti sull’inchiostro e sul tratto. Domani devo vedere un’ amica, chissà se mi ha scritto, da un po’ non mi scrive, chissà se sta scrivendo proprio adesso, chi può saperlo. Mentre le mosche di Ryoichi Kurokawa prendevano fuoco, un fuoco bianco, scattavo una foto col mio vecchio cellulare, da riguardare il giorno dopo e chiedersi, “è abbastanza rappresentativa della serata?” o altri pensieri intimistici e solitari che precedono la condivisione con la propria rete di Solo amici, Amici di amici o Tutti.

E così mi preparavo alla New Era of Mobile Internet, raccattando dentro la musica elettronica le frattaglie di un mondo che fra poco non c’è più.

Aggiornare lo status anche se sei in compagnia (Dal “Galateo della realtà bucata”)

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Raffaele naviga da più di dieci anni, ma non è rimasto indifferente una sera, mentre era con quattro amici al pub attorno a un tavolo. Si sono messi ad aggiornare il proprio status ognuno con il proprio aggeggio fra le mani. E anche se Raffaele è cresciuto un po’ geek, alla fine ha chiesto ai quattro amici di piantarla.

Un mio alunno dodicenne scrive che la playstation gli piace soprattutto in pizzeria. La prof di lettere prova a spiegare ai genitori che nessuno dei ragazzi sopporta più i momenti morti. “Una volta ci saremmo girati verso il compagno per proporgli un “tris” sul banco”, dice una mamma. Adesso si alzano dalla sedia e fanno rumore.

Al Policlinico Gemelli si cura la dipendenza da internet. Nell’ambulatorio psichiatrico è previsto un percorso riabilitativo con sedute di gruppo.  Forse li costringono a guardarsi negli occhi.

Viviamo in una realtà bucata, in un formaggio svizzero gigante con gli oblò verso altri mondi. Vedo più il buco che il formaggio. Ma questa è un’altra storia.


Un test sul Disturbo da deficit dell’attenzione (un regalino del multitasking)

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Ricerche scientifiche dimostrano che il multitasking è spesso alla radice della sindrome del Disturbo da deficit dell’attenzione e di molti altri malesseri, come ad esempio la stanchezza cronica, lo stress, l’ansia, la sensazione che la memoria non sia più così efficiente come lo era una volta. Il multitasking può indurre una risposta di stress producendo adrenalina. Se questo processo va avanti per un periodo prolungato nel tempo, può danneggiare le cellule che producono la memoria a breve termine.

Soffrite già del Disturbo da deficit dell’attenzione? Io sì. Non rispetto i turni di parola, temo di dimenticare cosa sto per dire, annuisco anche se non seguo, mi annoio maledettamente. Tante altre cose, e soprattutto questa strana sensazione di palline-che-rimbalzano-nella-testa.

La conferma arriva da un test trovato in questo sito. Per fortuna Google e Delicious fungono da strumenti compensativi e mi aiutano a recuperare i link, visto che la memoria non è più efficiente come lo era una volta.

La soluzione? Posso assumere del Ritalin, somministrato in gran quantità agli studenti negli USA. Ma non so se riuscirei a sopportare la tossicodipendenza.

In compenso, gli psicologi cognitivi hanno trovato che c’è un rapporto inversamente proporzionale fra concentrazione e creatività. Gli individui più bravi nel focalizzarsi su un compito e nel filtrare le distrazioni tendono a essere meno creativi.

Queste e altre considerazioni farmaceutiche sono disponibili su una rivista di carta, Wired del mese scorso. Me ne ricordo, l’ho letto lì, me ne ricordo. Anche senza Google.

Forse non tutto è perduto.

Perché non tutti potranno godersi i propri 15 minuti di celebrità

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“Tutti hanno i propri 15 minuti di celebrità”, diceva Andy Warhol. Ma secondo i miei calcoli la frase di Warhol non è più attuale. Considerato che al mondo – nell’istante in cui scrivo – siamo ben 6,791,798,103, perché tutti possiamo goderci il nostro quarto d’ora di celebrità sarebbero necessari 101.876.971.545 minuti. Ovvero 193829 anni. Considerando un’aspettativa di vita di 65 anni, la celebrità non è accessibile a tutti. Al massimo possono esserci 96 persone famose al giorno.

Certo, è possibile che due persone siano famose contemporaneamente, almeno finché i famosi non superano il numero dei fan che li supportano (principio minimo della notorietà). E qui entra in gioco il concetto di micro-celebrità, (David Weinberger, dell’ Harvard Berkman Center for Internet and Society): essere molto famosi per alcuni, sconosciuti per tanti altri. Come fa notare Gianluca Riccio su “Futuro prossimo”, internet sta creando un nuovo standard per la notorietà: non ci saranno più persone-che-hanno-il-loro-quarto-d’ora, ma piuttosto persone-famose-per-15-persone.

Per quanto mi riguarda, non ho ancora finito di scrivere questo post e il worldometers segna già 6,791,799,445 abitanti sulla faccia della terra. Per farla breve, rispetto a pochi minuti fa ho già irrimediabilmente perduto qualcuno dei miei preziosi warholistanti di celebrità.


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Nativi, ibridi e tardivi nel mondo digitale: prove tecniche di estinzione

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Su Wired di maggio Luca Sofri cì chiama ibridi, perché vecchi abbastanza da aver frequentato il mondo “di prima”, ma anche giovani abbastanza da avere abitato da subito il mondo “di dopo”. Una  categoria ridotta, mentre i nativi digitali avanzano. Poi ci sono i “tardivi” di internet, che si sono infilati nella rete solo da poco e credono che internet sia Facebook, e che Facebook sia l’universo. Sono attratti dalla sua forma accogliente e familiare, perché ci trovano cose che già in parte conoscono.

L’effetto – continua Sofri – è che internet si normalizza, perché viene ricolonizzato dai nuovi abitanti impegnati a ricostruire modelli per loro familiari. I tardivi sopravvalutano la propria esperienza e sono vittime di una “sbornia adolescenziale”, attratti dai meccanismi semplici di Facebook. E da lì spesso non si schiodano verso le lande numerose della rete.

A me questo articolo è piaciuto molto perché mi ha fatto capire cosa ci trovavo di patetico in quelli che parlano sempre di Facebook come se fossero i padroni del mondo e invece verranno i nativi digitali a schiacciarli come scarafaggi.

The Gallery – NEW!

Ho creato una nuova pagina dove ci sono delle cose che a parole non riuscivo a dire.

Chi vuole può aggiungere le sue opere, basta che me lo dice.

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Per visualizzare/scaricare quest’immagine in grandi dimensioni vai qui, ‘che si vede molto meglio.

Il dono della visibilità

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Una cittadina turistica francese ha deciso di cambiare il proprio nome. Non vuole più chiamarsi Eu, perché i motori di ricerca non la tengono in considerazione e le preferiscono l’Unione Europea e il suffisso .eu dei siti web. Il nome danneggia l’immagine, e il sindaco ha deciso di fare un referendum per cambiarlo in Ville d’Eu, Eu-le-Château oppure Eu-en-Normandie.

«Oggi sempre più persone organizzano le loro vacanze usando internet» – dice il direttore dell’ente del turismo Otsi. «Se non trovano immediatamente la città di Eu, probabilmente decidono di passare le vacanze altrove». Alcuni cittadini dicono che la chiameranno come sempre: Eu. Come l’hanno sempre chiamata. Su internet, uno dice che costerà un sacco di soldi cambiare il nome: la segnaletica da rifare, i documenti, le insegne e bla bla bla. Un altro si sente fortunato a chiamarsi Michele Polico, che se si chiamasse Rossi, Russo o Ferrari i motori di ricerca si confonderebbero.

Oggi, chi è invisibile ai motori di ricerca è costretto a vivere nell’eunonimato. Io, meno male che adesso sono iloveusb: o chi mi troverebbe, chi.

Nevrosi da Facebook

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In i am neurotic, l’enciclopedia delle nevrosi quotidiane, c’è una sezione dedicata a rituali, paranoie e comportamenti compulsivi scatenati da Facebook.

C’è uno che è terrorizzato dall’idea di sembrare brutto nelle foto. Infatti prima di andare a letto deve a tutti i costi guardare tutte le foto pubblicate dai suoi amici per essere sicuro che non ci siano foto orribili di lui. Se ce ne sono, le cancella. Loro, poi, si arrabbiano e cercano di trovare il modo per impedirglielo. Ma è inutile, alla fine le trova.

C’è uno che, dopo aver navigato qua e là, deve farsi sempre un giro tra suoi siti preferiti: Facebook, Drudge, Dollard, Perez, TMZ, etc.

C’è uno che, se qualcuno gli lascia un commento sulla bacheca e non ha voglia di rispondergli, se però poi si mette a lasciare commenti sulle bacheche di qualcun altro, sente l’esigenza di assicurarsi che nella propria bacheca non sia rimasta traccia delle sue azioni, o quello lì che ha lasciato il primo commento senza avere risposta controllerà la sua bacheca e lo prenderà per scemo, perché agli altri ha risposto e a lui no.

E poi ce n’è un altro che, dopo aver visitato il sito i am neurotic, deve guardare per forza anche amiright.com. È normale, hanno indirizzi simili. E alla fine nella testa gli resta: “I am neurotic, am I right?”

i am neurotic

neurosis2Vi è mai capitato di spegnere e riaccendere la luce più volte, per scaramanzia? Certo che sì, capita a tutti. Ma vi capita anche di bruciare il cerume depositatosi sul cotton fioc, ogni volta che vi pulite le orecchie? Se è così, allora la vostra è una storia da raccontare.

I am neuronic è una raccolta di manie, nevrosi, fobie del nostro tempo. Avete la possibilità di commentare, condividere o associarvi nel mal comune/mezzo gaudio. C’è uno che, quando sale sulla scale mobili, si premura di essere a 4 gradini esatti di distanza da chi lo precede. Uno non riesce mai a mangiare davanti agli altri, a meno che a loro volta questi non stiano mangiando. Un altro dice che, se ha la chewing gum in bocca e qualcuno gli domanda cosa gli va di mangiare, non riesce assolutamente a rispondere. Prima deve buttare la gomma e poi riesce a pensarci e a dare una risposta.

Le vie della paranoia sono infinite. Accendere e spegnere il phon 3 volte durante l’asciugatura. Lavarsi le parti del corpo sotto la doccia sempre nello stesso ordine: shampoo, viso, balsamo, dorso, braccio sinistro, braccio destro, inguine, gamba sinistra, gamba destra, schiena, natiche. C’è uno che, ogni volta che mangia al ristorante, se per caso non finisce tutto il cibo nel piatto, quando il cameriere sopraggiunge per ritirare il piatto sente il bisogno di scusarsi e di dire che il cibo era buono, assolutamente buono, nulla da ridire sul cibo, ci mancherebbe, solo che ha già mangiato prima ed è sazio, davvero, nulla da dire, è solo questo. E se non lo fa, se per caso va via senza spiegare, loro penseranno di sicuro che è uno sprecone o uno che non apprezza le cose. Meglio non dimenticarsi mai di dirlo, o loro lo penseranno, che non apprezza le cose, lo giudicheranno, se se ne dimentica, meglio non dimenticarlo.

Aiutati che Facebook t’aiuta

gesu-azzurro1La parola di Google testimonia che 18.900 cose sono successe grazie-a-Facebook. Sventata truffa al ristorante grazie a Facebook. Bono Vox incastrato dalla moglie grazie a Facebook. Narcolettici, mai più senza diagnosi grazie a Facebook. Pescarese perde portafogli a Roma e lo ritrova grazie a Facebook. La crisi spaventa? Un senatore promuove la settimana corta grazie a Facebook. Bisogno di sesso? 50 uomini in 3 mesi grazie a Facebook.

In alcune delle sue manifestazioni, Facebook ha del miracoloso. La provvidenza digitale getta una luce di speranza per i giovani, i diseredati, i cuori semplici, i poveri di spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli. Facebook c’è, anche se non si vede.

Facebook è nelle piccole cose di ogni giorno. Una mia amica ha trovato lavoro grazie a Facebook. Molti ritrovano vecchie conoscenze perse per strada, gli ex-compagni di liceo, gli amichetti delle elementari. Alcuni semplicemente conoscono gente nuova, recuperano fotine di sé dell’asilo, contattano amici storici spariti senza lasciare tracce.

Le 18.900 cose successe in italiano grazie alla mano del Face-creatore sono piccoli e grandi prodigi del nostro tempo. All’intercessione di Facebook affidiamo le nostre cause, le nostre umili vite di utenti, le nostre pulsioni evangeliche. E Facebook vede e provvede.

Allarghiamo un attimo lo sguardo e chiediamo di nuovo a Google. Grazie al telefono, sono successe solo 895 cose. Grazie alla radio, 4.790 cose. Alla TV, 24.800. 339 grazie a Maria De Filippi. 8.120 grazie a Berlusconi. Più di 700 grazie alla bomba atomica. 315, grazie al magnesio. 7 grazie all’antiaderente. 43.000 cose sono successe grazie al **zzo.

Ora, 95.500 cose sono successe grazie a internet. Vale a dire ben 76.600 cose in più rispetto a quelle attribuite a Facebook. Ma internet esiste, nella forma di World Wide Web, dal 1991. Sono passati 18 anni, e internet può vantare – facendo i dovuti calcoli – una densità di provvidenza pari a 5.305 fenomeni l’anno. Facebook è nato nel 2004, ma il boom in Italia è targato 2008, con un incremento annuo del 961%: la densità di provvidenza di Facebook è dunque pari a 18.900 fenomeni l’anno. 13.595 in più rispetto al generico potere della rete.

Estendendo il ragionamento al piano teologico, emergono risultati interessanti. Secondo la web-ecumene, 377.000 fenomeni sarebbero avvenuti grazie a Dio, da quando internet esiste. Una media di 20.944 l’anno. Solo 2000 in più rispetto a Facebook.

Fra Dio e Facebook è ormai testa a testa. Chi ha orecchie per intendere, intenda. Confidate pure in una nuova face-resurrezione di Lazzaro. Aggiungetelo ai vostri amici.

Ma non pronunciate il nome di Facebook invano.

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