Facilitazioni per normodotati: i comfort fra le ruote

Nello scontro epocale fra memoria individuale e accesso veloce alla memoria collettiva, vince il secondo. Sempre meno importante ricordare, sempre più semplice trovare l’informazione cercata.

Da qualche mese Google suggerisce le parole probabili nella casella di ricerca. Una facilitazione da tempo in uso tra i soggetti con difficoltà di scrittura; un servizio aggiuntivo per i normodotati. Un punto per la velocità, uno in meno per la memoria. Sempre meno fatica per tutti. Sempre meno normodotati.

La facilità, mito o bersaglio. Succede a ogni scatto di comfort: il nuovo è patinato, il vecchio si tinge di veracità e pare più sincero.

Qualcuno ricorda con nostalgia quando internet era meno veloce. Strano ma vero! C’è quasi un senso di colpa nella conquista della velocità. Un secondo in meno è un lusso evitabile? Qualche piccol sacrificio ci assicura il Paradiso?

Che poi, a leggere di seguito i suggerimenti di Google, vengono fuori delle bellissime canzoni.

Come gli uomini inventarono i motori (e i motori gli uomini)

Quando i motori di ricerca fecero la loro apparizione, i primi pionieri li trattarono con prudenza. Si esprimevano per parole chiave, perché provavano a imitare la lingua fredda delle macchine. Cercavano “ricetta” “amatriciana” per farsi comprendere, semplici parole staccate oppure legate da simboli.

Col tempo si accorsero che i motori erano capaci di comprendere e sapevano rispondere alle loro richieste. Presero maggiore confidenza, li trattarono come si trattano gli amici e acquisirono l’abitudine di rivolgersi a loro attraverso domande di senso compiuto. Allora i motori impararono a rispondere anche ai quesiti umani, a trovare il risultato più esatto anche per “come si fa l’amatriciana”.

Quando i motori impararono a rispondere ai quesiti umani, gli umani dovettero imparare il linguaggio dei motori capaci di rispondere ai quesiti umani. Compresero che le parole non potevano più essere usate secondo un ordine libero, ma era necessario che le risposte imparassero a comprendere le domande e le domande a comprendere le risposte, perché in ogni asserzione c’è un interrogativo e in ogni interrogativo un’asserzione.

Google Armageddon – L’avventura del tempo perso

Ora ditemi se avete ancora voglia di mollare tutto e tornare alle caverne, o precipitare nella realtà un po’ finta del sogno, oppure se non c’è qualcosa che vi prende dalla collottola e vi riporta qui, nel 2010, a perdere la testa per qualche diavoleria contemporanea, ad attaccare le dita alla tastiera, ancora una volta, peccaminosamente, senza alcuno scampo da questa parte dell’evoluzione.

Quello che mi riprende per la collottola stavolta è Google Search Stories Video Creator, quella diavoleria che ti dice:

– scegli 7 parole chiave da inserire in una ricerca

– scegli tra 7 diverse tipologie di trattamento da abbinare ad esse: web search, images, maps, news, blog search, product search, books

– scegli fra una gamma di colonne sonore

– clicca play.

Poi guardate l’intruglio che ne viene fuori, come questo mio specie di thriller senza senso, che però forse convincerebbe qualche sfasciato studente a desiderare qualcosa che i soldi non possono comprare. Per un attimo almeno.

Parte l’avventura di Google Search Stories Video Creator, che è un po’ come ri-raccontarsi il tempo perso nella rete a cercare la verità dentro la casella di ricerca, ma in un modo così denso che sembra di perdersi nel proprio film e sentirsi dei guerrieri immortali contro l’Armageddon della confusione mentale.

Google è il peggior nemico della creatività linguistica

coppe

Oggi finalmente ho deciso di fare un mezzo check up a questo blog per vedere come si relaziona con i motori di ricerca. E ho avuto un’amara conferma su dove va la lingua.

Pare che la keywords density di Sentimentodigitale sia troppo bassa: il check up mi avvisa che il contenuto della pagina è molto diluito; non sono state riscontrate parole con densità di oltre il 2% sul totale delle parole usate. Poi mi consiglia di ottimizzare la keyword density di questa pagina cercando di aumentare il numero delle parole per le quali vorrei avere un miglior punteggio nei motori di ricerca e/o ridurre il numero totale delle parole usate. Più il punteggio è basso, meno visibile è il blog.

Mi rifiuto di ridurre il numero totale di parole usate. Mi sembrano già troppo poche.

Tengo in considerazione l’ipotesi di martellarvi con parole come “effetti”, “impatto”, “conseguenze”, “digitale”, “internet”. Non me ne vogliate: lo faccio per i motori di ricerca.

In teoria, secondo il web-writing, dovrei anche preferire una struttura soggetto-verbo-complemento e una punteggiatura all’americana. Corta. Spezzata. Non mi va neanche questo.

Quello che voglio dire è che una parte di quello che leggete in rete si adegua a questi comandamenti. Una buona parte di quello che leggete in rete ha una lingua derivata dalla maestà di Google, che detta dizionari e sintassi orientate al punteggio. Sto cercando di non farlo, di non farlo troppo. Scrivo difficile, e quello che scrivo diventa sempre più difficile a ogni trovata indicizzante di Google.

Prima o poi ci stancheremo di cotanta semplicità.

Una volta volevo scrivere “una sbottata”, inteso come “l’atto di sbottare”. Mi sono chiesta se fosse un’espressione già usata e l’ho cercata su Google. Forse cercavi “una sbo**ata? Ricerca a esito pornografico. Mi è sembrato anche un tantino…invadente.

Era il 5 luglio. Oggi non è più così. Google ha imparato le buone maniere. O – semplicemente – che in certi casi le sbottate vengono prima delle sbo**ate.

Facebook contro il rumore informativo, la tv per l’opinione pubblica

berlusconi-abruzzo

Stasera spengo Facebook e accendo la TV. Ecco perché.

Su Facebook la fonte di informazione principale sono i nostri amici: gli immensi materiali del web vengono selezionati e resi finiti da un quotidiano lavoro di filtraggio condiviso. Facebook – secondo Zuckerberg – sarebbe più amichevole è personalizzato, e in questo senso più confortante e vincente, rispetto alla freddezza di Google. In effetti non ha torto. È probabile che l’opera collettiva dei nostri amici – ovvero, delle persone con cui abbiamo scelto di condividere pezzi di vita – ci offra notizie in sintonia con la nostra opinione. Ma più questa comunità ci assomiglia, più le informazioni scambiate rafforzano i nostri pregiudizi (Andrew Keen, Dilettanti.com).

Sono finiti da un pezzo i tempi in cui si osannava la rete perché “su internet c’è tutto”. Adesso la preoccupazione principale è stanare quel che vale la pena di conoscere, in una massa abnorme di dati. I social network si propongono di farlo attraverso una divisione del lavoro. E così Facebook vuol diventare una via d’accesso al web, anche nella ricerca: perché leggere le recensioni anonime disseminate in rete, quando posso sapere cosa pensa in merito un mio amico?

Risultato: non so più dove andare a cercare l’opinione pubblica. Ogni tanto mi viene voglia di saperla, l’opinione pubblica. Potrebbe essere in tv, so che non è sul mio Facebook, ma anche che probabilmente non esiste. Dev’essere colpa delle affinità fra me e i miei face-amici, del fatto che per stanchezza e mancanza di tempo mi lascio difendere da cavalieri inconsapevoli, congegni di filtraggio del rumore informativo. L’opinione pubblica non so cosa sia, però sembra qualcosa che non condivido.

Credo che dovrei correre qualche rischio, organizzare spedizioni al bar in cerca di discorsi un po’ sport. Credo che accenderò la TV, in questa serata in cui bisognerebbe tenerla spenta per difendere la libertà di informazione. Berlusconi consegna le prime case in Abruzzo: come faccio a sapere di cosa ingozza la gente?

Twootles: cercare su Google e Twitter contemporaneamente

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Su Google trovi le cosiddette informazioni, su Twitter trovi le segnalazioni e i pareri. Ma questo è sempre meno vero, dato che Google è pieno di pareri e Twitter si sta riempiendo di notizie in anteprima che ancora i siti non registrano. Soprattutto in caso di terremoti e boati, per i quali le conferme più tempestive arrivano sempre da Twitter.

E allora, perché cercare una stessa cosa su due motori di ricerca differenti? Perché usare Google e poi anche Twitter Search?

Dev’essere questa l’ispirazione di Twootles, il motore di ricerca unificato Google+Twitter. Ma Twootles non è un motore per tutti. Può essere adatto a chi è consapevole che in ogni informazione c’è una buona dose di parere e che in ogni parere una certa percentuale di informazione. E che ha la saggezza di distinguere l’uno dall’altro.

Strane esperienze con Google Squared

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Google Squared è la nuova frontiera della ricerca, che ultimamente tenta di diventare sempre più intelligente per difenderci dal rumore. Google Squared genera automaticamente delle tabelle con i risultati delle ricerche, presentando dei contenuti (e non degli indirizzi) già al primo clic.

La forza di Squared dovrebbe essere l’estrema manipolabilità: l’utente può organizzare i contenuti come meglio crede, eliminando o aggiungendo colonne/parole chiave e in alcuni casi modificando i dati stessi. Le sue principali applicazioni – per quello che si intravede – sarebbero le pigre ricerche scolastiche e gli attenti confronti di prodotti in vista dell’acquisto. Ve ne accorgerete subito provando a digitare per esempio “british poets” o “digital cameras”.

Però, come dice Google stessa, si tratta di una tecnologia ancora lontana dalla perfezione, pertanto viene ritenuto fondamentale l’apporto degli utenti i cui feedback saranno fondamentali per l’evoluzione di Squared.

Provo a testare il motore per vedere quanto è preciso l’algoritmo.

–          se cerco una digital camera posso affinare la ricerca fino in fondo

–          se cerco solo un plunger (sturalavandini) mi offre solo un risultato

–          se cerco “barbie” “doll” in prima posizione compare Ken (viviamo in una società maschilista, si sapeva)

–          se cerco “suicide” “tools” mi scoraggia dirottandomi immediatamente al “suicide prevention”

–          alla voce “british poets” non è così semplice mettere a confronto le malattie che li hanno uccisi, aggiungendo la colonna “disease”. No value found.

Ha ragione Google: l’algoritmo va affinato.

E tu? strane esperienze con Google Squared?

Autosarcasmo:autoironia ≠ sarcasmo:ironia [fonte: Google]

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139.000 per autoironia, 467 per autosarcasmo. I risultati di Google dimostrano che fino a oggi, 8 maggio 2009, è più facile esser inclini all’autoironia che all’autosarcasmo. L’una spingerebbe a trattare se stessi con scherno e derisione o a un atteggiamento che consente di affrontare la vita in modo critico e con distacco. L’altro è una forma di ironia amara e pungente rivolta contro se stessi, dettata da animosità e insoddisfazione e tesa a ferire l’oggetto di tale sdegno.

È vero: è più facile parlare di ironia che di sarcasmo. Quasi 6 volte più facile: 6.020.000 contro 1.250.000.  Ma non c’è confronto rispetto alla rarità dell’autosarcasmo (467) rispetto alla discreta presenza di autoironia (139.000).

Non è un problema di ignoranza, ma di sostanza. Il sarcasmo ferisce, entra nella carne, taglia dentro. Non siamo ancora pronti, abbastanza resistenti.