Who said it?: il gioco delle tre facce

Who said it? è come quel gioco a premi dove devi indovinare il mestiere delle persone da piccoli indizi improbabili o anche solo dalla faccia. Ieri sera mi chiedevo cos’avesse di così evidente quell’uomo, per fare il collaudatore di buste da lettera. Un altro aveva addirittura scoperto la balena fossile più antica del mondo, ma non l’avrei mai detto prima che gli fosse permesso di parlare con terminologia paleontologica.

Ecco, Who sai it? ti propone una frase, uno status postato… Scopo del gioco è indovinare chi l’ha detto fra tre sconosciuti. È una di quelle applicazioni dieci anni fa impossibili, oggi comunque misteriose.

Ma il vero mistero è totalizzare sul serio 5 punti su 5. Alla fin fine, davvero lo stile di parola si capisce dalla faccia o dal nome che uno ha.

Verità sconcertanti dai test di Facebook

pallone calcio

Il mio amico Giulio Tassoni si è sottoposto a uno dei tanti test di Facebook che impazzano in questi giorni sulle nostre bacheche. Ha scelto in test “Quale boss di San Pelle sei?”, laddove San Pelle(grino) è un quartiere di Reggio Emilia in cui sono cresciuti lui e tutti i suoi amici ora trentenni. Giulio Tassoni ha risposto con sincerità a tutte le domande e, alla fine, ecco il risultato: “Sei Giulio Tassoni”. Con tanto di descrizione dettagliata del suo carattere. Gli altri risultati possibili portavano il nome di altri personaggi della zona.

Questo test se l’è inventato un ragazzo di quindici anni che gioca sempre a pallone da quelle parti.

Facciamo che si sposavano (per Nintendo DS)

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I miei cuginetti stavano litigando per il Nintendo DS. Eravamo in macchina nei sedili dietro, io e loro. Solo che il Nintendo DS aveva la sua batteria limitata prossima ad esaurirsi. La cuginetta grande se lo teneva stretto per completare la vestizione matrimoniale della pupina digitale: scegli l’abito degli sposi e degli invitati, scegli la grafica delle partecipazioni, la sala, la location della cerimonia. Scegli la colonna sonora nuziale, e più giochi più sblocchi colonne sonore nuove: tutte un riarrangiamento dello stesso tarattattà.

Il cuginetto piccolo sbraita per la sua dose di DS regalato in comproprietà ad entrambi, ma la cuginetta grande aveva il DS in pugno per ripetere la trentesima prova matrimoniale dove né vinci né perdi, al massimo la sposa cade dalle scale. Arrivati al momento in cui puoi baciare la sposa, la batteria si scarica del tutto e ci molla lì, al passaggio a livello. Cuginetto sbraitante comincia a pestare la sorella e dopo 10 secondi di pestaggio passa ai calci.

Ma lei s’era portata dietro il caricabatterie per DS, però bisognava arrivare a una casa per attaccarlo a una presa. Davanti a un passaggio a livello chiuso, un treno può metterci un’infinità a spuntare, sfilare per tutta la lunghezza, andarsene fino a che le macchine passano oltre. Nell’abitacolo a DS spento calano le tenebre.

E allora mi metto a commentare a voce alta le scene da un matrimonio tutte inventate, guardando con entusiasmo il display morto. Ma che brutto vestito che le abbiamo messo! Oddio, lo sposo è un polpo tentacolare! Ah! La sposa è caduta! La sposa è caduta! E anche se non succede niente, non succede niente da nessuna parte, i due immaginano la scena e si sbellicano e smettono i pugni e i calci. Che schifo di torta! Che figura! Anche se non succede niente. Me lo ha insegnato Jack Nicholson in “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, quando anima un tifo da stadio davanti al televisore spento, per una partita di baseball immaginata: perché a lui e agli altri pazzi del manicomio non gliela lasciavano vedere.

Poi il treno è passato.

Digital divide_2

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In un piccolo paese dove l’ADSL è arrivata solo di recente, gli uomini si sono messi a giocare alle scommesse on line. Anche i ragazzi. Ma quelli più vecchi non hanno neanche la posta elettronica e del computer sanno poco e niente. L’importante, per le scommesse on line, è inserire la password. Questo l’hanno capito.

E quando finisce il bootstrap e le operazioni di avvio, appena si apre una finestra, un’home page o quel che è, appena vedono un campo qualsiasi da riempire, ci ficcano dentro la password con decisione. Anche se è il rettangolino dell’URL, un banner pubblicitario o, che ne so, la casella di ricerca di Google.

Social shopping

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A New York alcuni negozi, dopo che Obama ha vinto grazie a Facebook, hanno inserito dentro ai camerini delle postazioni con touchscreen multimediali e specchi che permettono a chi prova gli abiti di ricevere i consigli degli amici connessi da casa [fonte: ItaliaOggi]. Con l’intento di rendere ancora più accattivante l’esperienza dell’acquisto, in tempi di crisi.

In attesa che la moda investa anche l’Italia dei saldi, provo a figurarmi come sfruttare appieno le potenzialità del network:

creare un album dal titolo inequivocabile e palesemente urgente, per attirare l’attenzione dei friends. Titoli suggeriti: “Camicia viola o grigio chiaro: che fare?” o “Abito scozzese a 79 euro: mi conviene?”

cambiare lo status in “Aiuto! Sono in un camerino e non so che fare” o “Urgente! Quale vestito compro???”

creare il gruppo “Quelli che in camerino entrano nel panico!!!” e inviare un messaggio ai membri

contattare gli amici on line via chat, eliminando i preliminari e le frasi di chiusura per favorire il rapido reperimento delle informazioni salienti.

In ogni caso, vista la durata media delle operazioni suddette, è possibile prevedere un aumento significativo del tempo di permanenza dei camerini, con conseguenti ricadute negative sulla soddisfazione del cliente in attesa, sull’appeal del punto vendita, sull’industria della moda e dei settori annessi.

Io spero che nel laboratorio di Facebook creino al più presto un’applicazione dedicata in salsa Game. In modo che non solo i miei amici ma TUTTO IL MIO NETWORK possa rapidamente comporre il mio look ideale in base a informazioni dettagliate che ho inserito preventivamente nel mio profilo e al campionario digitalizzato dei capi disponibili in negozio, applicabile al mio avatar. O il social-shopping non risolverà la crisi economica. Andremo in bancarotta grazie a Facebook.

Andarsene così

statale-194Chissà che succede al tuo profilo Facebook – mi chiedo da un po’ – se muori nella realtà, se ti capita un incidente e ti schianti in auto. Se a 19 anni sbatti sul guardarail e poi rimbalzi sull’altra corsia con Gabriele, Giuseppe e Leandro. Chissà che succede al tuo profilo Facebook adesso, a 24 ore dal frontale con un autotreno sulla Ragusa-Catania, che non è un’autostrada perché autostrade non ce n’è, solo la statale 194 a doppio senso, con le curve sempre brutte e mai rifatte nemmeno con gli incidenti. Chissà se hai congelato dei commenti e dei botta-e-risposta e se qualcuno si prenderà cura di pubblicarli a intervalli regolari, finta che niente sia successo: come i frammenti di DNA nei capelli e nelle cellule morte di Jerome di Gattaca alla fine del film, prima di incendiarsi. Forse fra qualche giorno le parole te le attacca su Facebook il camionista che è sotto shock all’ospedale. Ho sempre pensato che in questi casi la bacheca diventi un sacrario cimiteriale coi fiori e i biglietti e i sei-sempre-nei-nostri-cuori. Invece, Fabio, non è ancora successo niente. Tanto niente sembra serio se è sbarellato su Facebook. Neanche ti viene voglia di giocare a Geo-Challenge per distrarti, che poi alla gente di Giarratana (RG) arriva la notifica di quel che fai e pare non rispetti il lutto cittadino.

Facevi un po’ ridere taggato in quella foto, coi peli sulle gambe e sul petto no.

Eutanasia: play again?

lara-croft-veget-1Provate anche voi a giocare con Lara Croft in stato vegetativo, in questa animazione interattiva pugno nello stomaco. Giocate, giocate. C’è una donna in costume che precipita come in un Tetris senza fondo, ballonzolata da una palla all’altra. Un Pilates suicida. Dicono crei dipendenza. Quando il corpo molle si inceppa fra una palla e l’altra, con un colpo di mouse potete salvare la creatura dalla stasi eterna. Che pena. Senza il vostro intervento starebbe lì per sempre. Sui gomiti piegati, con la testa penzoloni oppure, a volte, incastrata nelle intercapedini delle sfere. In quei momenti, vi sentirete utili: lasciatela scorrere lentamente lungo l’aggregato di asteroidi, prendetevi cura di lei come mettere un bambino a letto, addormentato. In voi motori dell’azione c’è una potenziale schiera di volontari contro le piaghe da decubito.

L’istinto è muoverla. Alleviare la pena. Scomporre le posture da manichino. Muovendola scivolerà senza uomini ragno a tirarla fuori dal buco. Alice precipita senza Meraviglie.

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Ha solo riflessi involontari, ormai, questa Lara Croft dopo un grave incidente in mezzo ai palloni riabilitativi. Approfittare del multitasking e distrarsi con un’altra scheda del browser serve a poco: tornando indietro, la troverete sui baloon ad aspettare. Debolezza mortificante. Le cambierete posizione per evitarle uno strappo muscolare. Scivolerà.

Ma è impossibile trascinarla con delicatezza verso il fondo: la barra di scorrimento non lo consente e il fondo non esiste.

Basta. Sto male. Continuo ad osservare Lara Croft in mezzo alle gigantografie atomiche dei suoi veleni molecolari. La sopravvivenza dà dipendenza. Se chiudo il browser, non mi libero dall’impressione di averla abbandonata. Fate quel che vi pare, manifestate con lacrime davanti alla finestra di suo padre e sotto l’ospedale, urlate che non è giusto interrompere il trattamento dopo 17 anni di precipizio. Ma non sarò io a protrarre l’accanimento terapeutico, la somministrazione di sfere chimiche che la terranno ancora in vita.

Voglio solo vederla morire, e basta. Come lei avrebbe voluto, come lei stessa aveva confessato prima di quel brutto incidente.

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