La vita è già biografia

Come ieri notavo su Facebook, ci sono due modi per essere visibili al mondo.

Uno consiste nel pubblicare come sempre i propri contenuti esistenziali, lasciando ai visitatori lo sforzo di azzardare una visione d’insieme.

L’altro consiste nel cliccare a favore della nuova modalità di impacchettamento, che ci presenta in tre righe:

Data di nascita: 9 ottobre 1978 Ha studiato Lettere Classiche presso Università degli Studi di Palermo Vive a Reggio Emilia, Italia Parla English e Deutsch Città natale Palermo, Italy

Mi riconosci?

La vita è già biografia, prima che le nostre parole siano postume.

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Who said it?: il gioco delle tre facce

Who said it? è come quel gioco a premi dove devi indovinare il mestiere delle persone da piccoli indizi improbabili o anche solo dalla faccia. Ieri sera mi chiedevo cos’avesse di così evidente quell’uomo, per fare il collaudatore di buste da lettera. Un altro aveva addirittura scoperto la balena fossile più antica del mondo, ma non l’avrei mai detto prima che gli fosse permesso di parlare con terminologia paleontologica.

Ecco, Who sai it? ti propone una frase, uno status postato… Scopo del gioco è indovinare chi l’ha detto fra tre sconosciuti. È una di quelle applicazioni dieci anni fa impossibili, oggi comunque misteriose.

Ma il vero mistero è totalizzare sul serio 5 punti su 5. Alla fin fine, davvero lo stile di parola si capisce dalla faccia o dal nome che uno ha.

Ti accetto o non ti accetto? Una questione morale (o pura maleducazione?)

ciao sono F., nn so se ti ricordi di me, a me ha fatto piacere ritvederti penso che per te non sia lo stesso, visto che nn hai accettato la mia richiesta di amicizia, mi farebbe piacere sapere il perchè, cmq qualunque cosa sia successo mi dispiace , buona giornata!

ciao F., hai fatto bene a scrivermi. nn è successo assolutamente nulla di negativo, figurati! e poi, chi mai potrebbe ricordarsi, dopo tutto questo tempo! cmq il discorso è un altro e nn riguarda te in particolare. da quando uso facebook ho preferito nn aggiungere persone che nn vedo da una vita…sì, lo so, di solito si fa così, ma io preferisco usarlo per la vita presente anzichè per la vita passata :-)
spero si capisca, in ogni caso se ci incontriamo mi farà piacere
ciao, buon giornata anche a te!

Elettronica sul posto (con o senza Mobile)

Ieri sera, mentre al Node – Festival di live-media Ryoichi Kurokawa creava i disturbi televisivi più belli che io abbia mai visto, guardavo il risultato fotografico dentro l’i-phone della mia vicina di posto, impegnata a scattare a raffica. Mentre sospettavo che Kurokawa volesse nascondere nei suoi frattali astratti l’algoritmo liquido della pioggia e quello fragoroso delle mosche impazzite, cominciai a guardare la serata dal mio posto e al contempo da quello della mia vicina, per i nostri due modi diversi di accorgerci delle cose, da questa parte o dall’altra della tecnologia.

Ci sono molte cose che non voglio sapere – mi dicevo. Ryoichi Kurokawa non ha rivelato il fulcro attorno al quale ruotano le sue opere, ma se lo cercassi su Google ne sarei più sicura. Chissà quand’è il prossimo treno per Reggio: o lascerò fare alle mie amiche e ai passaggi? Il bestiario alle pareti è opera di Erica il Cane? talora sembrerebbe, talora no, ma può saperlo solo il sito della Galleria se non hai voglia di intestardirti sull’inchiostro e sul tratto. Domani devo vedere un’ amica, chissà se mi ha scritto, da un po’ non mi scrive, chissà se sta scrivendo proprio adesso, chi può saperlo. Mentre le mosche di Ryoichi Kurokawa prendevano fuoco, un fuoco bianco, scattavo una foto col mio vecchio cellulare, da riguardare il giorno dopo e chiedersi, “è abbastanza rappresentativa della serata?” o altri pensieri intimistici e solitari che precedono la condivisione con la propria rete di Solo amici, Amici di amici o Tutti.

E così mi preparavo alla New Era of Mobile Internet, raccattando dentro la musica elettronica le frattaglie di un mondo che fra poco non c’è più.

Di nome e di status

“Se tutto ciò vi interessa, dopo sarà diverso”, ho postato qualche giorno fa sullo status citando Olafur Eliasson.

Parlando del più e del meno, mi spiegano che la frase potrebbe alludere alla forza di volontà, capace di cambiare il mondo. Può darsi, ma mi piaceva di più constatare il peso dell’impotenza, che non sa impedire alle cose belle di trasformarsi col tempo.

Poche ore prima la mia omonima, in un’altra parte del mondo, deve aver pensato le stesse identiche cose, mentre scriveva sul suo status – senza che me ne accorgessi – “Dopo, inevitabilmente, sarà tutto diverso”.

Sociourbanistica di Farmville

Metti una sera a cena un urbanista, un’insegnante e me, a spiegare i diversi modi di  essere-a-Farmville  masticando del maiale in agrodolce che modestamente è venuto buonissimo. Emerge che i modelli di fattoria creati da ognuno corrispondono a delle fisionomie cosmogoniche mentali chiaramente classificabili.

Gli adolescenti cinesi ammassano tutto il  bestiame. I figli di calabresi – che tanti ce n’è da queste parti – tendono al kitch: allargano le ville, acquistano fontane e patacche. Gli psichedelici, pur senza piantare cannabis, applicano al campo rettangolare criteri geometrici molto rigorosi fino a creare composizioni optical. Verde e fuxia i colori preferiti. I totalitari non li ho capiti. Poi seguiva una spiegazione un po’ complessa del profilo da Clessidra, un individuo che tende a raffinare il dettaglio all’infinito, in modo che a ogni zoommata nella fattoria noteresti innumerevoli particolari, oppure anche allontanando la vista.

Prove scientifiche dimostrerebbero quel che si è detto a cena, ma in questi appunti a matita sbiaditi non si capisce dove finisce la teoria, nelle macchie di olio di girasole.

Come l’esistenza divenne status

La mia omonima dice che negli ultimi tempi elabora status allusivi e densi. Li pensa intensamente, pensa a che coloritura hanno, poi decide se scriverli o no. A volte crede di averli scritti, ma poi si accorge di non averlo fatto. Dice di essere in linea di massima contraria a scrivere cose troppo personali, se prima non le ha rese astratte. Ma una volta rese astratte sembrano ancora più personali. “È così astratto che posso postarlo, e alla fine nessuno capirà? Oppure è così astratto che è troppo personale, dunque è meglio che lo tenga per me?”

Poi mi chiede: sarà grave?

Dipende. Bisogna decidere se è grave o meno interpretare la vita in forma di status. Fare una stima approssimativa di ciò che si guadagna e di ciò che si perde.

Il problema non è nel dilemma postabile-o-no, astratto-o-non-abbastanza, ma piuttosto nella persistenza, nell’imponenza, della statuizzazione della vita interiore. Ovvero l’esigenza di inscatolare l’esperienza in proposizioni esposte, commentabili, interpretabili, sociali, in opposizione a un sistema ante-facebook dove si lasciavano fluttuare le sensazioni senza l’opzione di wallizzarle in maniera più o meno spontanea.

Tutta l’esperienza personale, in questo modo, è e non può che essere sociale ed esposta. Il sociale ruba quote al personale nel momento stesso in cui, una volta concepita una sensazione, il pensiero si occupa di classificarla come postabile-o-no, quindi la sanziona come non postabile, o la manipola fino a renderla postabile. La trasforma in “sensazione sanzionata” o in “sensazione postata”, e imbucandola dentro questo suo Social Poltergeist le impedisce di essere una pura e semplice sensazione.

Tutto ciò che è statuizzato è marmoreo, immobile. Un’inevitabile e quotidiana traduzione-tradimento delle cose.

Una delle due omonime sta cercando di opporsi, ma…diavolo! è dura tenere i piedi ben saldi su due mondi. Ben saldi, ma su due mondi. Sei costretto a tenerli vicini per non dover divaricare troppo le gambe. E così ti perdi – perchè anche in questo ci perdi – il piacere della deriva.

L’altra si chiede se questi due mondi, messi insieme, riescano almeno a costituirne uno completo, o se uno dei due mondi non sottragga fatalmente qualcosa all’altro, mannaggia.

Leggi questo, salta il resto

53 minuti al giorno solo su Facebook. Spaventa, più della fila alla posta. Ma il web si sta attrezzando.

Il Signore degli Anelli, raccontato in un minuto, ti fa risparmiare 9 ore e 30 minuti di vita. E in questo Gruppo trovi romanzi di 10 parole, composte per appassionarti già dalla terza. Alla quarta non riesci a smettere, all’ottava ti svelano tutta la verità.

“Read this skip that”, si sottotitola il blog The daily Beast. Leggi questo, salta il resto. Una bella sgomitata per farti andare a colpo sicuro.

In rete c’è di tutto, ma ormai non ci interessa.

Trovate un altro mito: ridateci i minuti.

Volevo solo salutarti

Mentre mi dici Arrivederci, potrei credermi immortale. “Gli uomini hanno inventato il saluto perché si sanno in qualche modo immortali, anche se si ritengono contingenti ed effimeri”, dice Borges.

Ma Borges mi ricorda che dietro ogni saluto banale può esserci “l’infinita separazione”. Salutarsi è come negarla, quasi a dire: “Oggi giochiamo a separarci ma ci rivedremo domani”. Esser sicuri di restare in vita l’uno per l’altro.

Grazie alla rivelazione di Borges, mentre ti saluto mi piomba addosso la contingenza terrifica. Nessuna impressione di immortalità sulla faccia. Lui e Delia si salutarono per l’ultima volta in plaza Once.

Provo a neutralizzare Borges con Facebook. Nessuna convenzione di inizio e fine: scrivi sulla mia bacheca, ma non venire a cercarmi. Lascia che io mi creda immortale, come se dovessimo rivederci domani, come se mai ci fossimo separati.

Facebook mette a rischio la privacy. E se lo facesse sempre di più?

Se io accettassi la tua richiesta di amicizia adesso, scopriresti un sacco di cose sul mio conto, e io ne scoprirei di te. Come dice Vanelsas, è un po’ come  presentarsi a uno sconosciuto durante una festa e raccontarsi, pieni di entusiasmo, mentre tutti stanno zitti e seguono la conversazione. Nella vita reale saremmo accusati di follia, se estorcessimo a un tizio tante informazioni subito dopo aver suonato alla sua porta.

Ma io, sono davvero la somma delle mie info? O dei comportamenti in bacheca?

Sono sempre stata poco sensibile alla questione della privacy in rete, almeno per alcuni aspetti. Non mi interessa se Facebook scopre che il mio orientamento religioso è lo “phthònos tòn theòn”, che adoro i Radiohead e che mi diverto a giocare con la situazione sentimentale. In fondo non mi spiace che i banner pubblicitari accedano ai miei interessi: prima o poi la smetteranno di propormi partite di pugilato. Essere una fonte di dati a cui il mercato si adegua mi darebbe un senso di protagonismo, se il mio peso statistico riuscisse davvero a contrastare una crew di adolescenti D&G.

Quello che mi preoccupa non è che Facebook possa cedere a terzi il mio indirizzo mail.

Quello che mi preoccupa è che io possa somigliare sempre più a quelle informazioni. Che decida di seguire con osservanza i dettami dello “phthònos tòn theòn” o che dimentichi che esiste qualcos’altro a parte i banner pubblicitari tagliati sui miei interessi. Voglio rischiare di avere voglia di seguire una partita di pugilato.

Ma c’è una cosa che mi preoccupa ancora di più. Che le informazioni esposte diventino sempre più dettagliate, raccontino in un quadro sinottico cosa mi piace fare mentre ascolto i Radiohead o la dinamica dei miei occhi durante una festa. Quando un giorno avrò accettato la tua richiesta di amicizia, saprai istantaneamente che tendo a stare un po’ in disparte e a guardare la cannuccia dentro al bicchiere stretto fra le mani. Forse c’è un algoritmo su come lo stringo.

Mi preoccupa che possa essere datizzato l’indatizzabile, processato l’improcessabile o – come dire – informa…zionato un dato non trattabile. E mi preoccupa anche essere circondata da pessime parole nuove, capaci di esprimere tutte queste cose.