Facebook è la vita reale? 8 ragioni per dire NO.

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Ecco 8 delle n ragioni per cui Facebook non è la vita reale:

  1. dentro Facebook hanno sede cose che non esistono: paesi ripopolati dai profili virtuali degli emigrati, piante regalabili solo in forma di icona, la pagina di Dio Onnipotente
  2. Facebook comprime le azioni fino a una temporalità innaturale: come andare a casa di un ex-compagno di liceo e tempestarlo di domande sulla sua vita privata
  3. non associo Facebook a un oggetto fisico sensostimolatore, ma solo a una schermata inodore, insapore, e più o meno bicolore
  4. Facebook è una fonte inattendibile di nomi, persone e cose realmente accadute
  5. Facebook fagocita la realtà e la falsifica: da quando uno sconosciuto è diventato mio “amico”, sono costretta a chiamare “cari amici” gli amici reali, per sottolineare la differenza
  6. Facebook si fonda sulla comunicazione visiva, in prevalenza scritta. La vita è orale, senza tasti di edit/modifica
  7. la mia esistenza su Facebook è tracciabile; le giornate che scorrono l’una dietro l’altra, no
  8. Facebook passa attraverso il monitor. Ma venti finestre aperte non faranno mai un tramonto.

Eureka??? (sull’utilità e il danno dei motori di ricerca)

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Quale libro avresti voluto scrivere, film avresti voluto girare è una domanda che si fa nelle interviste. Io adesso mi chiedo quali cose stavo per inventare, e poi ho scoperto che l’aveva fatto qualcun altro:

– un peluche montato coi pezzi di altri peluche e tutte le cuciture Frankenstein fatte a mano con la mia parte più Hyde, che tanto è tutta letteratura gotica inglese mangiata negli anni degli orsacchiotti morbidi sulle mensole

– il caricabatterie da strada dove tutti attaccano i cellulari e li ritrovano pronti dopo un po’, ma m’incartavo sull’impedire il furto ai passanti, l’occasione fa l’uomo ladro. Quello che hanno inventato dispone di cassettini blindati, metti il tuo cellulare > porti via la chiave > torni con la chiave, > riprendi il tuo cellulare. Lasci dei soldi non ricordo dove

– la maglietta con le trasmissioni televisive interrotte in un sole a bande arcobaleno sgargiante

– la nostalgia di cose non ancora accadute: l’ha spiegata una donna alla radio, e io ero ancora arrivata a descrivere fra me e me la mancanza delle cose presenti

– il “Futuro dizionario d’America” di autori vari, evidentemente la gente pensa le stesse cose con l’oceano in mezzo, gli Egiziani i Maya le piramidi, qualcun altro il termoscopio, il pianoforte ad armadio con le corde vicine al pavimento

– il test per capire on line di che religione sei

– un racconto con le frasi lunghe come sms

“Sentimento digitale: controllo in rete ed è stato già detto dell’opera dei due visual artists Harris e  Kamvar, beati loro che sanno usare anche i programmi

Adesso i trentenni sono bambini cresciuti con le mie stesse cose, hanno iniziato a lavorare, avere un conto in banca, inventare. Negli stessi anni srotolavamo il nastro alle cassette e smontavamo i giradischi delle bambole.

Ogni volta è un “Eureka” floscio come il tappo di spumante debole e sfortunato. L’Archimede che l’ha detto, con Google a portata di mano sarebbe stato meno genio e meno Disney scoprendo in pochi clic che da qualche parte del mondo qualcuno già calcolava il volume di un corpo di forma irregolare, come lui faceva:  dall’acqua che spostava tuffato. A quel tempo, “Eureka” non era ancora il nome di 12 città dell’America, di un asteroide coorbitale di Marte, di un grattacielo, un film, un museo, di una serie di cartoni, fumetti, videogiochi e scientifici progetti. Scritto sbagliato anche di un’acqua minerale.

Spesso preferisco la floscezza alla copia, non conosco la soddisfazione cinese nell’identico. Le ricette le leggo per spunto. Ma confesso: anch’io ho dei copia e incolla nell’armadio.

Il Creatore ci giudicherà per la nostra mancanza di idee?

Nevrosi da Facebook

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In i am neurotic, l’enciclopedia delle nevrosi quotidiane, c’è una sezione dedicata a rituali, paranoie e comportamenti compulsivi scatenati da Facebook.

C’è uno che è terrorizzato dall’idea di sembrare brutto nelle foto. Infatti prima di andare a letto deve a tutti i costi guardare tutte le foto pubblicate dai suoi amici per essere sicuro che non ci siano foto orribili di lui. Se ce ne sono, le cancella. Loro, poi, si arrabbiano e cercano di trovare il modo per impedirglielo. Ma è inutile, alla fine le trova.

C’è uno che, dopo aver navigato qua e là, deve farsi sempre un giro tra suoi siti preferiti: Facebook, Drudge, Dollard, Perez, TMZ, etc.

C’è uno che, se qualcuno gli lascia un commento sulla bacheca e non ha voglia di rispondergli, se però poi si mette a lasciare commenti sulle bacheche di qualcun altro, sente l’esigenza di assicurarsi che nella propria bacheca non sia rimasta traccia delle sue azioni, o quello lì che ha lasciato il primo commento senza avere risposta controllerà la sua bacheca e lo prenderà per scemo, perché agli altri ha risposto e a lui no.

E poi ce n’è un altro che, dopo aver visitato il sito i am neurotic, deve guardare per forza anche amiright.com. È normale, hanno indirizzi simili. E alla fine nella testa gli resta: “I am neurotic, am I right?”

Prendila + delicious

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Io, a tutti quelli che pensano di non avere combinato niente navigando, gli direi: ma fatti delicious, così non penserai che stai perdendo la memoria per le droghe il sonno lo stress, ma che stai solo trasferendo sottochiave i tuoi stimoli durante la navigazione. Ci puoi entrare solo tu con la tua password e se vuoi il tuo network, ma il network su delicious è solo un accessorio e puoi tenerti il tuo delicious tutto per te isolato, un delicious do-not-share. Anche perché su delicious ti agevolano nell’archiviazione dandoti dei tag tuoi personali e trasversali, e i vecchi Preferiti di Explorer da quel momento in poi ti sembreranno tutti gabbiosi e rigidi. E vedi l’archivio crescere ordinato giorno dopo giorno coi tuoi occhi.

Dentro delicious ci metti quello che vuoi, pure i siti horrorhorribilis selezionati per bruttezza e fai fatica a chiamarli Preferiti.

Io, a tutti quelli che pensano di non avere combinato niente navigando, che si iscrivono ai gruppi Anche io tra messenger e Facebook neanche oggi ho concluso un **zzo…”, gli direi: La prossima volta dimmelo prima di chattare, che non ero un elemento costruttivo della tua giornata, una fonte di eventi determinanti, una voce del tuo curriculum.

Strumenti compensativi e coefficienti di caratura

cervello-2Qual è il numero massimo di persone che riusciamo a ricordare? Quanti compagni delle elementari senza l’aiutino della foto taggata? Quanti con l’aiutino? Qual è il numero massimo di face-friends che sappiamo elencare in ordine alfabetico?

L’associazione nome-foto identificativa, già collaudata nel caso di disabilità relazionali e disfunzioni mnemoniche, aumenta la quantità di soggetti memorizzabili. La tecnica, se estesa a un soggetto normodotato, può far sperare in un ampliamento del numero di persone memorizzabili. Un fattore di difficoltà è rappresentato dal diverso ordine in cui i profili ricorrono: ora prevale l’alfabetico, ora l’aggiornamento dello status. È così che possiamo mettere in sequenza i nostri amici: in base a come si chiamano di nome, o secondo il momento in cui l’umore è stato provato e il soggetto ha deciso di comunicarcelo.

Tuttavia l’alternanza dei due criteri – l’eventuale inserimento di nuovi amici nella sequenza nota e la libera combinazione dei soggetti nella bacheca – riducono dell’x% la possibilità che l’amicario faciliti le operazioni di ritenzione nella memoria e di richiamo delle info immagazzinate. Ad ogni modo lo scorrimento di una sequenza di nomi-amici con relativa icona può semplificare la panoramica delle relazioni di fronte a scelte imminenti. Quali persone invitare alla festa, quali amici sto trascurando, a chi propongo l’aperitivo, chi mi ospita per le vacanze.

Nome e icona non sono in grado, nelle piattaforme attualmente on line, di esprimere graficamente il coefficiente di caratura della relazione (come avviene ad esempio nei tag, dove a una maggiore grandezza del font corrisponde un più alto numero di voci correlate). Facebook non prevede una visualizzazione attendibile delle gerarchie di importanze.

Finisce che invito alla festa uno che ho visto due volte, chiedo di ospitarmi a quello che ho trascurato, propongo un aperitivo stasera a chi per strada mi vede e non mi saluta.

Elenchi dannati (3)

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Poi ci sono quelli che sono cresciuti a pane e Powerpoint, a cui probabilmente devono tutti i propri quindici minuti di celebrità. Pare che dilatare la capacità cerebrale su una parete bianca sparandoci sopra uno strato micrometrico di luce faccia il suo effetto. Tra tanti assennati utilizzatori se ne trovano certuni che trasferiscono tali e quali i file fitti di Word e li proiettano a beneficio degli spettatori, solitamente settati per leggere non più di 4 parole al secondo (senza l’intralcio dei colori e le animazioni e l’improvvisa apparizione del titolo da destra e la scomparsa delle frasi a veneziana, s’intende). Le procedure della vita normale, in questi casi, vengono allungate tali e quali alla parete, che ha ben poco da guadagnarci se non un briciolo di notorietà riflessa.

Ma ancora più pericolosi sono i Powerfan di specie opposta: quelli che ereditano le strutture mentali del programma e ne fanno una questione di stile. Oddio, non è certo un problema parlare per diapositive: può anzi contribuire a una scansione lucida degli argomenti. E nemmeno mi preoccuperei di certe cadute nel tono vocale che vorranno forse imitare un effetto dissolvenza con scorrimento a scacchiera. Non è questo il punto. Se avete avuto la fortuna di buttare un occhio ai loro documenti, lo avrete notato: sono affetti da un’incontrollabile tendenza a distribuire le frasi in elenchi. Non si tratta però di un rispettoso incolonnamento di oggetti o azioni: guarderei con rispetto un’infilata di cosmetici da acquistare. Ma nel loro caso:

non sono frasi che meriterebbero questa sorte

ma solo riflessioni grammaticalmente subordinate.

Che nessuno separi ciò che Dio ha unito

e parli ora o taccia per sempre.

Il frutto delle loro manipolazioni è una sintassi dissestata. Verbi e soggetti separati dalla nascita, famiglie semantiche distrutte, complementi che non conoscono padrone. Ebbene, l’origine di tutto questo è racchiusa nel software di presentazione più diffuso al mondo. Il Powergerme che distruggerà la nostra sintassi si annida nelle caselle di testo predisposte per facilitare il layout. In quelle terre di nessuno, ogni a-capo è il drammatico atto di nascita di un elenco. Intrappolato dentro ai bordi occasionalmente grigiastri della casella, dentro le gabbie dei layout caldamente suggeriti da un menu dedicato, chiunque digiti il testo e poi decida di cambiare il periodo premendo su INVIO non può sfuggire alla logica dell’elenco. Powerpoint mette in mostra, ma non guarda in faccia nessuno.

Dovrebbero prevedere il porto d’armi, per certe cose. Guai a farsi trovare con un Powerpoint in tasca, dovrebbero scrivere nelle scuole.

Elenchi dannati (2)

london-bridge-stationL’esperimento di ridurre all’osso gli elenchi puntati può funzionare, ma non per molto. Forse dopo un po’ subentra un sovraccarico nella memoria, deresponsabilizzata per anni dai supporti di archiviazione dati. In vacanza, ad esempio, gli eventi si presentano in sequenza libera e non programmata, è sempre utile ripresentarsi alla vita normale come una tavoletta sbiancata. Non ci sono molte cose che tu debba comprare a tutti i costi; e le bollette aspetteranno a scadere. In vacanza, solo decidere sull’unghia cosa ti va di mangiare, conoscere gente e mai più rivederla, ordinare un tè col latte quando ti pare, con degli orari a sé. L’improvvisazione non conosce elenchi. Sarà la dose di creatività poco strutturata che la caratterizza, ma faccio fatica a immaginarmi per elenchi puntati una passeggiata di due ore fino alla periferia di Londra, lungo la quale mi fermo a guardare una vetrina, comprare delle gomme, aspettare un autobus qualunque sia, basta che mi porti da qualche parte. Il girovagare ama le reti, e le reti detestano gli elenchi puntati.

Mentre cammino a passo veloce verso London Bridge provo un’improvvisa astinenza da elenchi. La list-addiction miete una vittima. Chissà se non averne uno in tasca depennato per bene ti faccia davvero sentire libero, o solo l’impressione di non aver combinato niente.

Forse in un tempo lontano anche gli elenchi puntati erano delle reti, forse qualcuno ha sovrapposto i punti o li ha compressi, forse transitavano senza un ordine per le nostre terre allo stato liquido finché il gelo non le ha compattate in cubetti regolari e allineati in colonna. Forse un giorno alcuni elenchi puntati si ribelleranno alle loro sorti ed esonderanno per le piazze e le strade. Forse un giorno i migliori di loro, i più temerari, torneranno ad essere reti.

Elenchi dannati (1)

Alcune delle mie giornate sono strutturate in elenchi puntati. La visualizzazione sul palmare dà scarse soddisfazioni, visto che dispongo solo della funzione “taglia” e non è previsto l’effetto “barrato”. I compiti portati a termine sembrano mai cominciati e mai assegnati, quando li faccio sparire in un attimo con un movimento della penna senza sfera sul touchscreen.

Se invece riporto a inchiostro la lista delle incombenze per e dirottare il fiato sul collo su un notes a quadretti, posso sperare di passare la giornata a mettere crocette o depennare con gesto impetuoso, talvolta.

La pagina piena di tagli può essere gratificante. Ma se per più giorni successivi l’obliterazione non è completa, e restano delle paroline chiare chiare a ricordarmi cosa non sono riuscita a fare, allora è iniziata una nuova fase: l’elenco puntato non mi darà da allora in poi alcun senso di liberazione, e nei giorni di Damocle al posto del fiato sentirò sul collo una bella spada sfoderata.

Rimpinzare una giornata di elenchi puntati è mania di onnipotenza. Dovremmo assumere dei depressivi contro le aspettative, la mattina alzandoci. Servirebbero a non mettere a letto la delusione, quando viene la sera.

Oppure fare come uno che conosco, era sempre impegnato e non aveva mai tempo, si faceva carico da solo di nuovi impegni. Non riposava mai, alla fin fine. Allora ha detto a sua moglie: “Ti pago ma devi costringermi ogni tanto, ti dirò quando, costringermi a star fermo, a non far nulla”. Così gli è riuscito ogni tanto di riposare, perché gli sembrava un peccato sprecare i soldi che aveva speso.

Si consiglia in caso di ipertrofia elenchica di sondare a tentoni se la memoria ancora funziona, tenersi stretti quei due appunti scritti a proposito di:

una visita medica

un colloquio di lavoro

una relazione da consegnare

o giù di lì.

Per il resto, andrà avanti il mondo anche se non compro il latte, senza l’orlo dei pantaloni, o col bucato scordato in lavatrice. Inizia una fase di libertà. Mi fa pure male, il latte.