Questo nostro mondo

Durante il pranzo di Santo Stefano, su un pollo di ispirazione orientale propinato ai parenti, si finisce a parlare di crisi perché tutto può andar solo peggio. Nello smantellamento del prestigio europeo immagino Londra e Parigi del futuro invase di vecchi italiani a smaltire un Erasmus mancato o rimasto nel cuore, mentre i ventenni trasvoleranno un’Europa decrepita diretti a São Paulo o Shangai. E i giovani italiani non avranno Tutta la vita davanti ai call center perché i brasiliani imparano l’italiano e costano meno.

Ma se andrà male o molto peggio è tutto da discutere, dico sul pollo orientale solo a vedersi. Il coefficiente di felicità dovrebbe separarsi dal PIL e tenere conto di fattori immateriali. Metti che ci riorganizziamo. Metti che scegliamo di condividere anziché possedere. Un trapano ogni tre famiglie. Smezzare l’assicurazione dell’auto. Tu sogni, mi dicono in faccia. Eppure da qualche parte del mondo sta succedendo: l’ho letto sull’Internazionale e su Wired. La convenienza sposta le montagne. Prendere in prestito un libro o non leggerlo. Condividere l’appartamento o smettere di viaggiare. Partire o morire.

Credono poco. Il pollo è tagliato a tocchetti, la carote oblique, ma non c’è nessuna spezia kilometro ottomila nel mio piatto. Durante un pranzo di Santo Stefano, a Capaci con vista sull’autostrada, se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi.

Poi arriva mio cugino che sta per andare a lavorare in Bahrein dicendo che questo nostro mondo è finito.

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Nessun posto è come casa

Sono sempre stata attratta dalla visione di un ambiente domestico rarefatto dove le cose diminuiscono anziché accumularsi. Mi colpisce la strategia proposta dall’autore di mnmlist per liberarsi dagli oggetti-ricordo: scansionarli, fotografarli, archiviarli, regalarli. Oppure ricordarli e basta. Costringo sempre mia sorella a mandarmi un jpg delle scarpe fosforescenti dell’adolescenza prima di trasferirle alla Caritas, non potendo pretendere di occupare i soppalchi familiari mentre mi aggiro nei miei 10 metri quadri in affitto.

Ma non posso ignorare l’effetto da cd-masterizzato dovuto a queste scelte di vita. Credo di emettere un suono, ma non ho una copertina. La mia interfaccia grafica è essenziale, perché il computer aspiratore non può competere con quattro pareti reali di pura atmosfera. Scansionare, conservare, separare la relazione tra i ricordi, e tra i ricordi e gli ambienti. Rimane la differenza fra aprire una scatola e passare a un’altra foto col tasto freccia.

Per questo spero di perdere la testa per My Memory Home, un social network emozionale dove racchiudere i propri ricordi personali. Una banca dati dei sentimenti dove farti accomodare, se ti conosco bene. 50 Giga di memoria delegata, invece di camminare sulla neve per far tornare indietro qualche ricordo perduto.

Nella My Memory Home avrò un divano preferito, scelto entro un range di divani. Una metropoli intorno, anziché pianura coltivata. Il mio passato depositato in cassetti che non ho mai avuto. Mi libererò dei ricordi sovrapponendo ad essi questa Second Life così personale. Come quando riafferro una visione d’infanzia, che invece era il rigurgito di una foto.

“Avatar”, recensione a impatto 1 (dieci minuti di batteria del computer)

Avatar al cinema può vederlo chi ha voglia di effetti speciali non bellici. Distrarsi nelle scene d’azione e impasticcarsi con la botanica extraterrestre e la zoologia fantastica. Pare che abbiano assunto dei veri scienziati per descrivere il metabolismo delle piante, seppure la loro vita duri solo due ore e mezza di film.

Avatar al cinema vorrebbe aprire una nuova Era, ma sento la mancanza della fantascienza quotidiana, quella che dedica la propria inventiva anche a farci immaginare un nuovo modo di mangiare, vestirsi, usare un frullatore. Gli uomini del futuro di Cameron non sono molto diversi da noi. E il popolo dei Na’vi ha delle credenze da antropologia riciclata, saccheggiata dai nativi che abbiamo già estinto.

Avatar al cinema è una disperata difesa delle civiltà intatte. Ma se conservi gli occhiali 3D e li riutilizzi per la prossima proiezione, forse fai prima a evitare che si estraggano materie prime dal sottosuolo dei pianeti altrui.