Non so se voglio l’i-phone

Io me lo ricordo quando mia madre mi ha regalato il primo cellulare. Ero a Berlino, era venuta a trovarmi, mi sono messa a piangere che il cellulare non lo volevo. Volevo difendermi da lei e dal controllo e dalla tecnologia, calciando a vuoto per mezz’ora per poi mettermelo nelle tasche.

Ora non so se voglio l’i-phone. Essere connessa mentre sono in fila alla cassa. Di solito passo il tempo a fissare la gente. Cosa potrebbe succedermi se smetto di farlo?

Prima dovrò fare una lista per gestire le perdite di tempo che ci tengo a salvaguardare (esiste un’applicazione?).  Avrò un sacco di tempo in più, con l’i-phone. Poi dovrò concentrarmi per mantenere le buone intenzioni anche nei momenti di debolezza, usarlo con moderazione. Ma non so se mi sentirei abbastanza fuori pericolo passeggiando con la connessione.

E niente. Crescere significa difendersi prima di tutto da se stessi.

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Lunga vita ai messaggi ricevuti

Sempre con molta gelosia ho custodito le mie parole solitarie, sembrandomi poche ma buone. Con altrettanta dedizione ho tenuto copia dei messaggi ricevuti, perché pensati e scritti per me. Lasciando invece che le impostazioni predefinite del cellulare mi facessero perdere traccia di quelli inviati.

Nei messaggi ricevuti ricostruisco l’ordine dei fatti. Non so come immaginare il momento in cui li rileggerò: li conservo per qualsiasi evenienza. Serviranno per ritrovare la memoria? Consolarsi della morte imminente o affondare del tutto? Chi vive nell’eventualità più che nell’evento, non si chiede mai seriamente perché, perché preoccuparsi di salvare cose che non servono.

Non so ancora dove li rileggerò, al bar o su una panchina, se ci sarà una panchina. Quale sarà il momento propizio che darà un senso a questa storia di meticolose raccolte di giovinezza.

Ma quel giorno, i miei messaggi inviati non verranno a incalzare. Nelle vostre parole avrò il gusto di leggere dichiarazioni spontanee, risposte senza domande, verità senza dubbi. Saranno inspiegabili dimostrazioni di affetto venute dal passato, per cui già ora miei cari vi ringrazio.

Memorie volatili: dalla carta al palmare al cellulare

London Nokia

Sono anni che ho smesso di usare l’agenda di carta. Non ha la funzione “cerca” utile a ritrovare le cose di cui mi sono scordata, e nemmeno il copia e incolla per rimandare con facilità al giorno dopo le attività non portate a termine. Se la perdo non ho un back_up sul computer e non posso farne duplicati. E poi, a volte non capisco la mia scrittura.

Ma oggi il palmare mi ha abbandonato e i costi di riparazione equivalgono al prodotto nuovo. La batteria del Palm Tungsten E2 non può essere sostituita in casa. Comprarne un altro? Lo farei, se non fossi in una fase di lento trasferimento delle competenze di memorizzazione dai vari dispositivi portatili alla mia personale memoria cerebrale, se no poi si atrofizza, dicono. Per questo negli ultimi mesi ho smesso di fissare  sul palm le informazioni dimenticabili senza gravi conseguenze.

E dove le metterò adesso – senza palmare – le fondamentali? Prendo in mano il Nokia N70 e in 3 ore riesco a farlo dialogare con Outlook. Ora si trasmettono numeri di telefono e appuntamenti, così posso digitarli sulla tastiera grande anziché intestardirmi sui tasti troppo piccoli dell’N70 dannato. Per passare ad Outlook i dati del Palm Desktop serve un programma che converta i file da dba a cvs. Poi aggiorno Outlook per collegarlo al Calendar di Google.

Io non so se l’N70 sarà in grado di soddisfare le mie esigenze di organizzazione. Non ha il copia e incolla, cosicché rimandare le attività mi costerà un transito su Outlook. In contesti professionali, poi, tirare fuori dalla borsa un palmare o un cellulare fa tutto un altro effetto: per esempio a scuola il cellulare è vietato e poco serio, anche se lo uso per segnare i voti.

Faccio una prova, ma non so quanto resisterò senza my sweet palm. Il palm mi rendeva geek, ora col cell  in mano sono un po’ bimbominkia.

Face-Latitude

latitude1

Mentre parlo con una mia amica usando la chat di Facebook, le parole scritte non bastano. Allora, dopo un po’ che parliamo, mi scrive: puoi chiamarmi?

Prendo il cellulare e la chiamo.

– Pronto?

– Sono io.

– Dove sei?

– Su Facebook.