Niente paura, arrivano i superficiali

Baricco sostiene oggi che i fanatici della profondità cercavano il senso ultimo nelle cose oscure, remote e faticose. Che questo modo di vedere a un certo punto è diventato “inadatto”, messa in dubbio l’esistenza di questo senso. Ora la profondità sta scomparendo sotto i colpi della superficialità. Sintomo di decadenza? Sparito il senso? No, dice Baricco.

La superficialità è oggi il luogo del senso. Incapaci di star fermi ma veloci a spostarci, incapaci di concentrarci ma bravi a collegare, rifiutiamo di cercare il senso nei “cunicoli del sottosuolo” imparati a scuola. Cerchiamo il senso in modo diverso. Sulla superficie del mondo. Uniamo i punti in costellazioni anziché scavare, scegliamo la velocità a discapito dell’approfondimento.

Ad assicurarci che la strada sia giusta – pare di capire – basta notare con quanta passione mai vista tentiamo di salvare: pace pianeta monumenti deboli. I profondi prima di noi “bruciavano le biblioteche o le streghe”.

A dire oggi queste cose, c’è il rischio che “lo smascheramento della profondità” possa “generare il dominio dell’insignificante”. Ma Baricco finge di scrivere dal futuro, e nel 2026 può parlare col senno di poi.

Pare siano andate bene le cose, dal suo racconto. Mi piace questa rinuncia alla nostalgia e l’onestà di non considerare il senso come un fatto generazionale.

Però – a pensarci, nel 2026 saranno ancora in vita molti neosuperficiali cresciuti al tempo della profondità. Forse una combinazione unica e irripetibile. Baricco, scrivici dal 2050. A meno che il confine fra profondità e superficialità non sarà già troppo profondo e fuori moda.

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Deficit dell’attenzione: l’ultima cura contro la depressione

“Le persone che tendono a rimuginare sono più inclini a cadere in depressione” – leggo sull’Internazionale. “Dato che il rimuginare occupa completamente il flusso di coscienza, numerosi studi hanno dimostrato che i soggetti depressi fanno fatica a pensare ad altro”, continua Jonah Lehrer ben informato sugli sviluppi della scienza.

Con la diffusione delle nuove tecnologie, il deficit d’attenzione è destinato a crescere. Un giorno non lontano – allora mi dico – verrà meno il contesto in cui la depressione può attecchire e finalmente guariremo dalla depressione col deficit dell’attenzione. No?

La depressione è il male del nostro tempo, ma è un tempo che sta per finire. Se è così, lascerà il posto a qualcos’altro: ansia, attacchi di panico, crisi di pianto… Chissà cosa! Una specie di malessere cronico in cui, senza pensare a niente in modo ossessivo, senza tornare insistentemente sugli stessi pensieri, o forse semplicemente senza pensare a niente, si manifesta un senso di vuoto e la caduta dell’interesse vitale, senza trovare parole da dire o da ripetere o discorsi da fare.

La realtà aumentata e la realtà bucata: i cieli d’Afghanistan e il formaggio svizzero

Quando un pilota americano attraversa i cieli d’Afghanistan, e dentro al casco visivo si materializzano alcune info scientifiche in stile hollywoodiano, abbiamo a che fare con un esempio di realtà aumentata. Sono dei “contenuti extra” somministrati insieme al film nella guerra senza stuntman inscenata per il grande pubblico. Al pilota non interessa la terra, il colore, la forma. L’esito della missione dipende dai numerini che gli scorrono davanti, dalla conoscenza supplementare ancorata a dei pezzi di realtà.

Ebbene, la realtà aumentata si sta diffondendo ed è alla portata di tutti. Nel numero di Colors del mese scorso c’erano molte meno parole rispetto alla media di un numero. Come si dichiara in copertina, “questa rivista è incompleta”. I contenuti extra sono disponibili sul web, dopo un accesso sorprendente: basta posizionarsi con il giornale davanti a un computer e mostrare alla webcam un codice QR, per vedere apparire in video i personaggi delle foto.

Nella realtà aumentata, però, le cose non sono le cose. Gli strutturalisti direbbero che il valore delle cose è determinato dai rapporti con le altre cose. Questa, certo, non è una novità. Se  passeggio lungo una strada, se vedo una casa che mi ricorda casa di mia nonna, forse mi distrarrò abbastanza da dimenticare la casa in sé, finirò per perdermi nel ricordo dei giochi e dei regali a casa di mia nonna. Anch’io ho i miei rapporti con gli elementi, strutturalisticamente parlando.

Ma la realtà aumentata non è né personale né memoriale. È una realtà virtuale in cui è la realtà a sembrare incompleta. Se passeggio lungo la strada dei Contenuti Extra, le cose sono dotate di codici che le rendono immediatamente virtuali e aumentate, se solo lo voglio. Gli scaffali sono pieni di cose aumentate. Anche le case delle nonne sono piene di cose aumentate: contengono Hansel e Gretel della Walt Disney dentro a un codice QR. Ed è così dannatamene attraente, così nuovo e scintillante che non farò più in tempo a ripensare a mia nonna. Troppo distratta, troppo deconcentrata.

La strada dei Contenuti Extra è piena di buchi. Buco di YouTube, buco di Facebook, buco di Twitter, buco di Google. Perchè ogni realtà aumentata è anche una realtà bucata, dove si esportano continuamente altrove i barlumi di attenzione, con un effetto colabrodo. È un formaggio svizzero gigante con oblò verso altri mondi. Vedo più il buco che il formaggio.

Ogni volta che la realtà ci sembra incompleta, e vorremmo correre a completarla con una connessione  internet, il Regno della Realtà Aumentata avanza. Non rimarrà che un granello di sabbia, di Fantàsia.

Ma potrà ancora risorgere, dai nostri sogni, dai nostri desideri.