Volevo solo salutarti

Mentre mi dici Arrivederci, potrei credermi immortale. “Gli uomini hanno inventato il saluto perché si sanno in qualche modo immortali, anche se si ritengono contingenti ed effimeri”, dice Borges.

Ma Borges mi ricorda che dietro ogni saluto banale può esserci “l’infinita separazione”. Salutarsi è come negarla, quasi a dire: “Oggi giochiamo a separarci ma ci rivedremo domani”. Esser sicuri di restare in vita l’uno per l’altro.

Grazie alla rivelazione di Borges, mentre ti saluto mi piomba addosso la contingenza terrifica. Nessuna impressione di immortalità sulla faccia. Lui e Delia si salutarono per l’ultima volta in plaza Once.

Provo a neutralizzare Borges con Facebook. Nessuna convenzione di inizio e fine: scrivi sulla mia bacheca, ma non venire a cercarmi. Lascia che io mi creda immortale, come se dovessimo rivederci domani, come se mai ci fossimo separati.

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Strumenti compensativi e coefficienti di caratura

cervello-2Qual è il numero massimo di persone che riusciamo a ricordare? Quanti compagni delle elementari senza l’aiutino della foto taggata? Quanti con l’aiutino? Qual è il numero massimo di face-friends che sappiamo elencare in ordine alfabetico?

L’associazione nome-foto identificativa, già collaudata nel caso di disabilità relazionali e disfunzioni mnemoniche, aumenta la quantità di soggetti memorizzabili. La tecnica, se estesa a un soggetto normodotato, può far sperare in un ampliamento del numero di persone memorizzabili. Un fattore di difficoltà è rappresentato dal diverso ordine in cui i profili ricorrono: ora prevale l’alfabetico, ora l’aggiornamento dello status. È così che possiamo mettere in sequenza i nostri amici: in base a come si chiamano di nome, o secondo il momento in cui l’umore è stato provato e il soggetto ha deciso di comunicarcelo.

Tuttavia l’alternanza dei due criteri – l’eventuale inserimento di nuovi amici nella sequenza nota e la libera combinazione dei soggetti nella bacheca – riducono dell’x% la possibilità che l’amicario faciliti le operazioni di ritenzione nella memoria e di richiamo delle info immagazzinate. Ad ogni modo lo scorrimento di una sequenza di nomi-amici con relativa icona può semplificare la panoramica delle relazioni di fronte a scelte imminenti. Quali persone invitare alla festa, quali amici sto trascurando, a chi propongo l’aperitivo, chi mi ospita per le vacanze.

Nome e icona non sono in grado, nelle piattaforme attualmente on line, di esprimere graficamente il coefficiente di caratura della relazione (come avviene ad esempio nei tag, dove a una maggiore grandezza del font corrisponde un più alto numero di voci correlate). Facebook non prevede una visualizzazione attendibile delle gerarchie di importanze.

Finisce che invito alla festa uno che ho visto due volte, chiedo di ospitarmi a quello che ho trascurato, propongo un aperitivo stasera a chi per strada mi vede e non mi saluta.

Andarsene così

statale-194Chissà che succede al tuo profilo Facebook – mi chiedo da un po’ – se muori nella realtà, se ti capita un incidente e ti schianti in auto. Se a 19 anni sbatti sul guardarail e poi rimbalzi sull’altra corsia con Gabriele, Giuseppe e Leandro. Chissà che succede al tuo profilo Facebook adesso, a 24 ore dal frontale con un autotreno sulla Ragusa-Catania, che non è un’autostrada perché autostrade non ce n’è, solo la statale 194 a doppio senso, con le curve sempre brutte e mai rifatte nemmeno con gli incidenti. Chissà se hai congelato dei commenti e dei botta-e-risposta e se qualcuno si prenderà cura di pubblicarli a intervalli regolari, finta che niente sia successo: come i frammenti di DNA nei capelli e nelle cellule morte di Jerome di Gattaca alla fine del film, prima di incendiarsi. Forse fra qualche giorno le parole te le attacca su Facebook il camionista che è sotto shock all’ospedale. Ho sempre pensato che in questi casi la bacheca diventi un sacrario cimiteriale coi fiori e i biglietti e i sei-sempre-nei-nostri-cuori. Invece, Fabio, non è ancora successo niente. Tanto niente sembra serio se è sbarellato su Facebook. Neanche ti viene voglia di giocare a Geo-Challenge per distrarti, che poi alla gente di Giarratana (RG) arriva la notifica di quel che fai e pare non rispetti il lutto cittadino.

Facevi un po’ ridere taggato in quella foto, coi peli sulle gambe e sul petto no.

È successo su Facebook

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Hanno l’espressione stanca e retrodatata, quelli che non sono su Facebook. Vedono amici a singhiozzo rincasando il finesettimana, ma le conversazioni non sono quelle di una volta. Si parla subito di Facebook e hanno niente da dire. Solo fastidio a sentirlo pronunciare.

Di solito sbuffano a raccontarmelo. Una volta c’erano i convenevoli fatti di come stai, un accertamento reciproco della permanenza in vita, un update metodico dei ricordi fino a quell’attimo davanti al tavolo e al bicchiere di vino. C’erano sguardi di sorpresa a rivedersi un po’ per caso un po’ per intenzione, nonostante il cellulare e le ultime chiamate per individuare l’esatto angolo dell’incrocio tra l’edicola e il tabaccaio e la cabina del telefono. C’era qualcosa di inaspettato anche negli appuntamenti concordati. Si parlava di tante cose, dicono; io li guardo, sinceri come i giovani, delusi come i vecchi. Sembrano passati degli anni.

Da questa parte del confine, dicono tutti la stessa cosa. L’ho visto su Facebook. C’è su Facebook. Pronunciato una volta, Facebook crea uno slittamento spazio-temporale che costringe a ragionare contemporaneamente su due binari: vita reale, vita virtuale. Quando si parla di Facebook, si apre un buco catodico nella stanza: guardi negli occhi la gente e vedi le schermate, ascolti le frasi e le vedi  già wallizzate. L’ho visto su Facebook e ci tengo a puntualizzarlo – che non è la vita reale – poi lo ripeto temendo tu possa dimenticarlo. La ripetizione è la forma dell’incredulità. Fosse successo per strada, forse l’avrei precisato? Una volta e nulla più. Ho incontrato per strada il tuo ex, non lo vedevo da tempo, e mentre eravamo lì per strada mi ha mostrato delle foto, nelle foto c’eri tu. È successo lì, per strada. Ma ci sei anche tu, per strada?

L’ho visto su Facebook. È su Facebook. Pronunciato 5 volte al minuto, Facebook crea uno shift impazzito fra reale e virtuale che sballa le conversazioni. Ma fino ad ora, che sia accaduto su Facebook, siamo tenuti a precisarlo per dare voce a uno stupore, nella nostra abbozzata Pragmatica della Comunicazione 2008. È una nota di contestualizzazione, un riferimento extralinguistico non opzionale, stando così le cose. Ipertrofia del circostanziare. Facebook bombarda regole minime conversazione. Sovraccarica brucia cervello. Ripetere dove succede ripetere.

Un giorno ti vedrò per strada, mi chiederai se ho già visto le tue foto. Sì, le ho già viste. Sono belle le tue foto. Mi dirai che per ora non accetti nuovi amici, che ridi alle mie battute, che ti sei messa a far parte di un gruppo di gente che apprezza il vino. Adesso, anche a me piace più il rosso che il bianco, sì, anche a me. Vai già via? Va be’. Ci vediamo su Facebook.

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