La nuova pagina amici di Facebook: verso la lucidità sociale?

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Facebook ha creato una nuova pagina Amici grazie alla quale sarà possibile organizzare le proprie amicizie per liste. Può essere utile per chi ha superato il tetto dei 200 amici e ha difficoltà a costruire una personalità unitaria da proporre a tutti. In questo modo si possono creare delle liste di  conoscenti, o di colleghi, o di compagni di scuola. Partendo dal presupposto che il grado di confidenza è legato alla categoria a cui l’amico appartiene.

Le liste possono essere utilizzate per inviare messaggi o inviti di gruppo o impostare la privacy sui contenuti pubblicati. Si può evitare che la foto di una sbornia sia visibile ai colleghi di lavoro.

Non so quanto mi aiuteranno le liste di amici. Mi sarebbero più utili delle gradazioni intermedie tra il visualizza e il nascondi. Più utile un meccanismo che assegna un peso percentuale a un amico, in modo che compaia una quantità di informazioni proporzionale al livello di amicizia. Ma poi sarei costretta a mettere gli amici in ordine di amicizia e mi troverei di fronte a problemi del tipo vuoi-più-bene-alla-mamma-o-al-papà?

In pratica sarei costretta a una lucidità sociale che non mi interessa avere. A parte l’espansione della memoria cerebrale – attualmente non disponibile fra le applicazioni di Facebook – l’unica cosa che avrebbe senso per far ordine nell’amicario sarebbe un filtro automatico che traduce i miei comportamenti verso i face-amici in un diverso grado di visibilità per ciascuno di loro.

A questo proposito, mi pare piuttosto chiaro questo schema. Cliccaci sopra se non si legge. spettro dell'amicizia

Si chiama “spettro dell’amicizia”. E grazie alla doppia accezione dell’italiano diventa una splendida, involontaria metafora del nostro Social Poltergeist quotidiano.

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È successo su Facebook

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Hanno l’espressione stanca e retrodatata, quelli che non sono su Facebook. Vedono amici a singhiozzo rincasando il finesettimana, ma le conversazioni non sono quelle di una volta. Si parla subito di Facebook e hanno niente da dire. Solo fastidio a sentirlo pronunciare.

Di solito sbuffano a raccontarmelo. Una volta c’erano i convenevoli fatti di come stai, un accertamento reciproco della permanenza in vita, un update metodico dei ricordi fino a quell’attimo davanti al tavolo e al bicchiere di vino. C’erano sguardi di sorpresa a rivedersi un po’ per caso un po’ per intenzione, nonostante il cellulare e le ultime chiamate per individuare l’esatto angolo dell’incrocio tra l’edicola e il tabaccaio e la cabina del telefono. C’era qualcosa di inaspettato anche negli appuntamenti concordati. Si parlava di tante cose, dicono; io li guardo, sinceri come i giovani, delusi come i vecchi. Sembrano passati degli anni.

Da questa parte del confine, dicono tutti la stessa cosa. L’ho visto su Facebook. C’è su Facebook. Pronunciato una volta, Facebook crea uno slittamento spazio-temporale che costringe a ragionare contemporaneamente su due binari: vita reale, vita virtuale. Quando si parla di Facebook, si apre un buco catodico nella stanza: guardi negli occhi la gente e vedi le schermate, ascolti le frasi e le vedi  già wallizzate. L’ho visto su Facebook e ci tengo a puntualizzarlo – che non è la vita reale – poi lo ripeto temendo tu possa dimenticarlo. La ripetizione è la forma dell’incredulità. Fosse successo per strada, forse l’avrei precisato? Una volta e nulla più. Ho incontrato per strada il tuo ex, non lo vedevo da tempo, e mentre eravamo lì per strada mi ha mostrato delle foto, nelle foto c’eri tu. È successo lì, per strada. Ma ci sei anche tu, per strada?

L’ho visto su Facebook. È su Facebook. Pronunciato 5 volte al minuto, Facebook crea uno shift impazzito fra reale e virtuale che sballa le conversazioni. Ma fino ad ora, che sia accaduto su Facebook, siamo tenuti a precisarlo per dare voce a uno stupore, nella nostra abbozzata Pragmatica della Comunicazione 2008. È una nota di contestualizzazione, un riferimento extralinguistico non opzionale, stando così le cose. Ipertrofia del circostanziare. Facebook bombarda regole minime conversazione. Sovraccarica brucia cervello. Ripetere dove succede ripetere.

Un giorno ti vedrò per strada, mi chiederai se ho già visto le tue foto. Sì, le ho già viste. Sono belle le tue foto. Mi dirai che per ora non accetti nuovi amici, che ridi alle mie battute, che ti sei messa a far parte di un gruppo di gente che apprezza il vino. Adesso, anche a me piace più il rosso che il bianco, sì, anche a me. Vai già via? Va be’. Ci vediamo su Facebook.

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“Mandamelo cartaceo”: come cambia la confidenza.

Gli incrementi di confidenza, per ognuno di noi, si manifestano in modo diverso. Una volta pensavo di passare dalla conoscenza all’amicizia solo dopo una conversazione a due con un bicchiere di vino, meglio se su un gradino. Poi mi è risultato più comodo il colpo d’occhio di Facebook, l’amicario che si spalanca dopo un buon periodo di aggiunte istintive. Ho provato un’intima confidenza con la mia coinquilina, uno stadio di ulteriore amicizia, solo quando ho visto spuntare le sue frasette nella chat di Skype. Anche se mi aveva prestato più volte la stanza quando non c’era, toglievo sistematicamente i suoi capelli dalla vasca e le avevo pure regalato un deodorante che non mettevo più.

Via mail ho incasinato amicizie o cominciate. Mia madre ha scoperto che c’era ancora in me dell’affetto dichiarabile quando ho cominciato a mandarle parole scritte negli sms. Erano anni che passavamo a telefonate orali e io che non rispondevo agli abbracci. Ci sono visualizzazioni che mi sono più familiari e mi ammorbidiscono per natura, hotmail mi commuove più di Facebook, ma lì è una questione di antichità del ricordo o di precedenti vissuti o dell’ordine in cui appaiono i messaggi. Dal più vecchio al più recente come in Facebook, di solito mi pare un rapporto lineare ed educato, senza particolari contrasti. Al contrario e con strani simboli in mezzo come nella posta elettronica, con l’oggetto che cambia e i vari Re: e Fw: e >> sputati qua e là, mi pare sempre un rapporto burrascoso, ma forse anche più intenso e imprevedibile. Fogli di carta non ne ho più per nessuno. Quei pochi sono “pizzini” – nient’altro che semplici biglietti prima che la mafia e il suo gergo andassero in tv – clandestinamente passati a qualcuno durante una riunione, con qualcosa di comico dentro.

Ognuno ha le sue spie di confidenza incrementata. Una proposta di invio in posta elettronica può essere per qualcuno un’imperdonabile dichiarazione di freddezza. “Mandamelo cartaceo!”, mi è stato risposto con tono duro da un conoscente a cui avevo promesso di spedire un documento al più presto. Stavo per dargli la mia mail, per aprire una breccia, da parte mia, dopo che mi aveva raccontato metà della sua vita in mezz’ora. In quel mandamelo-cartaceo si è consumato un gap generazionale. L’apertura non è stata colta e l’approfondimento del rapporto, di sicuro, rimandato per anni.

In quest’assoluta cangiante arbitrarietà dei segni, quando si instaureranno nuove logiche relazionali e volgeranno alla conquista del mondo, mi accadrà probabilmente di considerare amico uno che mi cambia le banconote in monete, uno che fa la fila alla posta davanti a me e mi passa un bollettino bianco, uno che mi presta la sua pompa per gonfiare le ruote alla bicicletta.


Mail alcolica

Gmail vi fa l’alcol-test. Praticamente vi impedisce di mandare mail la notte se avete bevuto troppo. Solo chi è abbastanza lucido da risolvere alcune somme, sottrazioni e moltiplicazioni, può cliccare su “send”. Tutti gli altri dovranno aspettare di riprendere coscienza, ma almeno non si pentiranno delle dichiarazioni digitali del giorno prima. Attivare la funzione alcol stop è una libera scelta degli utenti: dipende da che idea si sono fatti dell’essere lucidi e della verità. Se la attivate, autorizzate Gmail a controllarvi il grado di matematica nel sangue.

Vorrei chiedere di estendere il servizio anche ai telefoni cellulari, mi chiedessero un po’ di divisioni la mattina presto, per vedere se sono abbastanza lucida e sveglia da andare a spiegare ai ragazzini le invasioni barbariche.

E, se possibile, mi piacerebbe che il microonde mi impedisse di preparare il gateau dopo avere ficcato mortadella e patate nel frullatore e poi versate, mezze molli e mezze no, su un uovo e formaggio mezzo scaduto. Vorrei che me lo impedisse in questi momenti di non lucidità, mi chiedesse la differenza fra la temperatura di scongelamento e il grill moltiplicato per due, mentre trito grani di pepe sulla spolverata di pangrattato raffermo.

Anche se a volte, senza impulsività, si resta digiuni. Smetto le telefonate, correggo troppe parole, finisco a dire cose che non penso.