Il linguaggio degli sms ha origini antiche

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Il linguaggio degli sms ha un antenato illustre: l’epigrafia latina. Negli sms si cerca di esser brevi per non bruciare il credito, invece nelle lapidi di marmo per risparmiare sui costi del lavoro degli scalpellini. Il confonto, proposto da  Andrea Granelli in “Immagini e linguaggi del digitale”, forse ci aiuterà a storcere meno il naso di fronte alle abbreviazioni, almeno se sorrette da motivi economici o di tempo.

Ecco alcuni fenomeni comuni:

uso delle iniziali di parole o espressioni molto usate

V = Vir

D. M. = Dis Minibus

DSPF = De Sua Pecunia Fecit

ttp = Torno tra poco

tat = Ti amo tanto

abbreviazioni di espressioni rituali

CEBQ = Cineres Eius Bene Quiescant

QDERFPDERIC = Quid De Ea Re Fieri Placeret, De Ea Re Ita Censuerunt

fdmccv = Fa Di Me Ciò Che Vuoi

msidt = Mi Sono Innamorato Di Te

creazione di nuovi alfabeti usando la dimensione fonica della lettera

VII V = Septemvir

r8 = Rotto

c6? = Ci sei?

4u = For you

soc8a = Sono cotto a puntino

L’italiano degli sms: “ke” o “che”?

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Perché resistere all’invasione del “ke” al posto del “che”?

Oggi chi fa abuso del “ke” a volte è figo, a volte invece viene ripreso nei forum e trattato da bimbominkia, come uno che imbratta Yahoo Answer con la propria ignoranza. I fautori e i detrattori della rivoluzione linguistica sono moltissimi. L’attacco è iniziato negli SMS – dove per ragioni economiche si preferiscono simboli e lettere prese in prestito – ma poi l’uso si è diffuso in rete, dove i caratteri non si pagano come coi cellulari, né a peso o a capo. Ma il “ke” è una rivoluzione, un’arma di ribellione contro la lentezza evolutiva della lingua?

“che” e “ke” appartengono a due registri diversi, l’uno standard e l’altro scrittocolloquiale-gergogiovanile. È una fortuna averceli tutti e due, in modo da esprimere per iscritto il tono di un discorso. Vanno bene entrambi a seconda dei contesti: l’uno per gli sms, l’altro per i temi. Anzi, sono capaci di “fare contesto” a colpi di grafemi.

Ecco perché cedere un po’ al “ke”, ma tenersi anche stretto il “che”, secondo me. Se un giorno il “ke” smetterà di avere questa carica giovanile e ribelle e sarà una semplice variante alternativa al “che”, forse lo sostituirà del tutto. Ma riusciamo a immaginare un futuro senza “che”? e poi, perké?

Sharon forever

C’è una legge che tutela i neonati dai nomi folli. Papà e mamma volevano chiamare il figlio Venerdì, ma di fronte alla sentenza del tribunale di Genova sono passati a Gregorio. I nomi stravaganti possono ripercuotersi sulla vita sociale, attirare storpiature e domande impertinenti. È ormai troppo tardi però per Scheda Bianca, Guido Piano e Poli Ester.

I forum sono tanti, milioni di milioni. Su Nominiera ognuno esprime le proprie preferenze. C’è chi non ama i nomi pieni di HKYJX, o troppo brevi, o i significati trasparenti, che ti costringono a esser sempre Serena o Gioia o Allegra nonostante tutto. Alcuni compongono coppie di nomi follemente simili per gemelli (Fedra & Febo, Livio & Licia, Livio & Flavio), dimentichi delle esigenze di differenziazione per due individui uguali allo specchio. Altre si sforzano di ricordare quale nome avrebbero ricevuto, fossero state maschio; non mi risulta una versione for men della discussione. Qualcuno si chiede se un nome da ceto basso possa influire sulla valutazione scolastica di un alunno. Un’insegnante si domanda: cosa ci fa una Sharon in un liceo scientifico?

La legge adesso ammette i toponimi, ma c’è il divieto assoluto per l’imposizione dello stesso nome del padre vivente, o di un fratello e una sorella. E per i nomi “ridicoli e vergognosi”. Dovrebbero dedicarsi anche all’abbinamento tra fratelli e valutare abbreviazioni e assonanze. I miei vicini sguaiati hanno una figlia di 4 anni a cui spetta ogni giorno una dose di urla. “Vale!” si sente dalla finestra, con una “a” lunga cupa e spaventevole come un “UUUUUUH!”. Il nuovo arrivato, invece, l’hanno chiamato Pasquale. Per gli amici Ale. Sta passando i primi mesi di vita a sentire rimproveri volanti con destinatario imprecisato. Una mistura indistinta di Vale/Ale senza aver fatto nulla posteggiato nel box. Alla faccia dello stimolo-risposta. Adesso lancia forchette dal secondo piano sulla mia macchina.

Eternità zippata

“amxse” è l’ “amore per sempre” degli sms. Trovandone uno sul cellulare, non sarei stata in grado di apprezzare. Le parole tamponate hanno perso dei pezzi e anche il solito “x” è irriconoscibile. Mai visto niente del genere: male.

Infatti l’abbreviazione non enciclopedizzata è in sé un neologismo. Certi neologismi nascono da modelli. “Tendopoli” aiuta a capire “tangentopoli”, e dopo “tangentopoli” anche “calciopoli” pare meno improbabile. Altri neologismi se ne fregano dei modelli e sono come i verbi irregolari peggiori, devi impararli a memoria quando li vedi. Per questo contengono il rischio di rallentamento dell’intellegibilità.

I tamponamenti e le stragi radicali fanno saltare i fondamenti della comprensione, distruggendo i telai del significato.

Nel caso di una dichiarazione d’amore eterno può diventare tutto più divertente e complicato.

Se t’inventi un amxse su due piedi e lanci invia, per chi lo riceve sarà la prima volta e forse interdetto non capirà.

Se l’amxse circola da un po’ da un cellulare all’altro, per chi lo riceve forse non è la prima volta, magari gliel’ha già detto qualcun altro. Questo lo aiuterà ad afferrare, ma dalla seconda volta in poi la sua illusione giovanile sull’immortalità delle relazioni sarà miseramente fallita.

Ma può anche darsi che vi rimpalliate da un po’ quell’amxse. Uno lo ha inaugurato, l’altro l’ha ricevuto e prima di riutilizzarlo ha chiesto spiegazioni. Allora l’amore eterno vi sarà costato almeno 2 sms.

In quest’ultimo caso, credo che dopo un po’ il giochino cominci comunque a funzionare. Sorriderete a distanza cogli occhi sul display in due punti diversi della terra, incollati da un sentimento digitale. Succede così e succederà anche stavolta, come succede sempre, milioni di altre volte. L’amxse è amare per sempre, ma solo dirselo in un sub-attimo.