I miei primi 150

Il primo l’ho visto a Forlì e ho detto: basta, lo faccio. Al polacco ho scattato la prima foto, ma immigrati tricolore ne vedevo da mesi. Ho imparato ad accorgermene con la coda dell’occhio. Per esempio a Palermo mentre la sera vagavo con lo zibibbo in mano.

Di solito dicono di sì. Sono anche contenti. Qualcuno invece risponde: “A me non piacciono le fotografie”. Per esempio il cinese in piazza Vittorio a Roma, seduto proprio dietro di me (com’è che non l’ho visto prima?). Alcuni danno una spiegazione: “Certo che a me piace l’Italia. Sono qui da ventun’anni. Io non sputo nel piatto in cui mangio”. Oppure domandano perché questa foto. “Giornalista?” “No, Arte”. Il marito filippino non capiva e la moglie mi ha detto: “Sì, sì”. Quando trovo un gruppo, finisce spesso a risate perché gli amici canzonano l’immigrato tricolore come se un giorno diventerà famoso.

C’era un ragazzo che non parlava l’italiano e non parlava nessuna lingua, ma era contento a borbottii. Un marocchino ha detto che Berlusconi sarà molto contento per queste foto. Uno mi ha chiesto: “Perché non fotografi anche me?”. “Tu non ce l’hai la bandiera dell’Italia”, gli ho detto. Qualche secondo dopo mi corre dietro perché ne ha trovata una in un angolo della felpa.

I coriandoli di Carnevale rendono più difficile l’individuazione del tricolore. Piazza Maggiore a Bologna era così variopinta che non distinguevo i colori giusti. A Reggio Emilia aumenta il conflitto visivo per causa di tutte quelle bandiere tricolore che addomesticano le strade come una specie di tetto, esposte per celebrare la Città del Tricolore.

Ma tutte le città ne sono piene – e chissà come lo saranno le campagne! – di tanti minuscoli immigrati tricolore che portano in giro la bandiera come formiche, tutti belli nei sorrisi bianchi e fieri e poi da qualche parte quel tricolore, un fatto sempre troppo grande perché nessuno se ne accorga.

Ne ho visti così tanti e li ho visti anche nei sogni come quando stai troppo tempo a un videogioco e la vista si impressiona.

Pure l’idraulico di casa mia era un immigrato tricolore.


VISITA LA MOSTRA 150 immigrati tricolore E MANDA LE TUE FOTO, SE TI VA.

Annunci

3.0 è un numero primo?

Provo a sommare le tendenze di questo ultimo web e mi risultano equazioni poco raccomandabili.

Vi riporto il conto per vedere se vi quadra.

Più importanza del locale +
stanchezza verso l’interazione on line +
tendenza alla realtà aumentata +
bisogno di interazione come fenomeno residuale e intrinsecamente umano +
esperimenti sulla localizzazione (Google Latitude) +
familiarità con i sistemi di feedback (es. ebay) +
esigenza di un filtraggio condiviso +
realtà sociale piegata alle nostre esigenze e ai nostri tempi +
portabilità delle risorse del web, tendenza al mobile +
rapporti basati sulla condivisione di interessi =

Il 3.0 sarà un sistema sociale per vivere nel reale e incontrarsi, sfruttando le possibilità aumentate date dalla connessione mobile. Ci saranno nuovi social network grazie ai quali sarà possibile localizzare una persona con cui vivere un’esperienza reale nell’immediato. Uno che sta andando al cinema a vedere il nostro stesso film. Uno a cui serve un passaggio per andare a lavorare più o meno dove andiamo noi. Ci fideremo degli sconosciuti grazie ai feedback di chi ci ha preceduto. Ci saranno sistemi che avvicinano dopo sistemi che allontanano, perché nella vita si procede per naturali aggiustamenti, per prove ed errori. O forse solo per stanchezza.

Ma mentre faccio le somme, qualcosa del genere già esiste e si chiama areyouhere o brightkite o qualcos’altro.

Procedo verso il futuro a passi zoppi con l’illusione di prevederlo. C’è per caso qualcuno a farmi compagnia, che sta andando dalla stessa parte?

Einstein e Darwin

einstein e darwin

Dice un mio amico che in questa società moderna il tempo è accelerato, e se il tempo è accelerato ci stanno dentro molte più cose, ma sono idee e i pensieri che muoiono presto e presto sostituiti, non hanno il tempo di decantare ed evolversi.

Se il tempo è accelerato – penso – e se ci stanno dentro molte più cose, forse bisogna che le idee e i pensieri si scannino a vicenda e che vincano only the brave, bisogna trattarli con sufficienza finché non si fanno notare, bisogna consegnarli alle leggi severe dell’evoluzionismo cerebrale.

 

Asocial network, forme di resistenza al web 2.0

asocial network

Nella gelatina sociale in cui ci troviamo grazie al web 2.0, i fenomeni di asocialità meritano di essere tenuti sotto osservazione. Sono semplici forme sbottate di reazione agli eccessi, ma forse anche elementi indispensabili nell’entropia del sistema o forse anche laboratorio involontario per il 3.0 che verrà. Eccone alcune tra le più interessanti.

Doctor Tarr Journal espone la fantateoria dell’asocial network. Immagina di creare una piattaforma che è una non rete, e dove il miglior asocial è colui che non ha amici nel suo network. Funziona così: appena un utente si iscrive, trova la sua rete già piena di tutti gli utenti iscritti al servizio. Lo scopo del network è quello di diventare un perfetto asociale, facendo in modo di farsi eliminare dalle liste degli altri, ed eliminando gli altri dalla propria. Tuttavia non è permesso offendere familiari e orientamento religiosi, inserire indicazioni legalmente perseguibili, associare utenti a pornografia o pedofilia. Ma la gamma delle offese ammesse ma ignobili – mi viene da dire  – resta ancora molto ampia.

Ἐκβλόγγηθι Σεαυτόν è una rete asociale dal sapore vagamente socratico. Si tratta di un blog vetrina che non ammette la possibilità di interazione in rete, in perfetto stile 1.0. Ma in realtà la dirotta offline, perché il blogger dichiara subito nella testata: “In questo blog non si lasciano commenti scritti; se volete commentare, telefonatemi al numero 339-4723095, oppure venitemi a trovare a Firenze, in via dell’Argingrosso 65/C, se ce ne avete la voglia e/o il coraggio”.

Il più curioso è isolatr, la cui promessa è l’antitesi di Facebook: Helping you find where other people aren’t. La lista delle FAQ merita una visita.

In generale, è la mancanza di tempo la maggiore nemica di un web basato sull’interazione: dicevamo che i limiti umani non ci consentono di seguire 10.000 persone, tanto meno di commentare a nostra volta. Anche tra i geek si avverte un po’ di stanchezza, e si studia un planning per rimanere dentro con moderazione: 1 aggiornamento status al giorno, 1 solo gruppo Flickr, qualche blog letto e nessun commento.

Ci sarebbero molti altri esempi da fare, ma è il 5 luglio. Fuori c’è il sole, nonostante le previsioni. Scrivo. Per essere asocial basta scrivere post sull’asocial network. Au revoir, vado a fare un giro.