Questo nostro mondo

Durante il pranzo di Santo Stefano, su un pollo di ispirazione orientale propinato ai parenti, si finisce a parlare di crisi perché tutto può andar solo peggio. Nello smantellamento del prestigio europeo immagino Londra e Parigi del futuro invase di vecchi italiani a smaltire un Erasmus mancato o rimasto nel cuore, mentre i ventenni trasvoleranno un’Europa decrepita diretti a São Paulo o Shangai. E i giovani italiani non avranno Tutta la vita davanti ai call center perché i brasiliani imparano l’italiano e costano meno.

Ma se andrà male o molto peggio è tutto da discutere, dico sul pollo orientale solo a vedersi. Il coefficiente di felicità dovrebbe separarsi dal PIL e tenere conto di fattori immateriali. Metti che ci riorganizziamo. Metti che scegliamo di condividere anziché possedere. Un trapano ogni tre famiglie. Smezzare l’assicurazione dell’auto. Tu sogni, mi dicono in faccia. Eppure da qualche parte del mondo sta succedendo: l’ho letto sull’Internazionale e su Wired. La convenienza sposta le montagne. Prendere in prestito un libro o non leggerlo. Condividere l’appartamento o smettere di viaggiare. Partire o morire.

Credono poco. Il pollo è tagliato a tocchetti, la carote oblique, ma non c’è nessuna spezia kilometro ottomila nel mio piatto. Durante un pranzo di Santo Stefano, a Capaci con vista sull’autostrada, se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi.

Poi arriva mio cugino che sta per andare a lavorare in Bahrein dicendo che questo nostro mondo è finito.

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Dio c’è (ho visto il video)

Il sentimento digitale della Madonna gravida raccontato in un video incredibile. Il filone “esperienza della navigazione” aperto da Google Search Stories Video Creator ha ancora molto da offrire all’umanità.

Potrei quasi scambiarlo per la prova dell’esistenza di Dio.

La vita è già biografia

Come ieri notavo su Facebook, ci sono due modi per essere visibili al mondo.

Uno consiste nel pubblicare come sempre i propri contenuti esistenziali, lasciando ai visitatori lo sforzo di azzardare una visione d’insieme.

L’altro consiste nel cliccare a favore della nuova modalità di impacchettamento, che ci presenta in tre righe:

Data di nascita: 9 ottobre 1978 Ha studiato Lettere Classiche presso Università degli Studi di Palermo Vive a Reggio Emilia, Italia Parla English e Deutsch Città natale Palermo, Italy

Mi riconosci?

La vita è già biografia, prima che le nostre parole siano postume.

voltaFace

Ieri abbiamo perso un po’ tutti la faccia. L’inventore di Facebook ha comprato i diritti della parola “face” e non sarà più possibile usarla a scopo commerciale, nemmeno attaccata ad altre parole.

Persa la faccia, se ne fa un’altra. Ce lo insegna un incredibile video che stasera mi trovo a guardare, sconsigliato a chi è rimasto traumatizzato dopo una banale paresi facciale. Dopo la quale c’è sempre un sogno in cui ti si plastifica la pelle o ti scoppia la faccia.

Il dizionario ci aiuta a riabilitare i sinonimi per evitare la denuncia e lo scopo commerciale. C’è sempre “appearance, aspect, expression, visage…”, mentre noi per una volta ci godiamo la nostra fortuna di essere italiani.

Statistiche stradali

Negli ultimi giorni ho assistito ad alcuni episodi di caduta di oggetti che hanno visto come protagoniste delle donne africane.

Episodio numero uno. Dall’altra parte della circonvallazione, in corrispondenza delle strisce pedonali che stavo per attraversare, una signora africana mi indica il piede del neonato che ha in braccio e la parte centrale della corsia, gesticolando e urlando cose che non capivo. C’era una scarpetta rossa caduta sull’asfalto e lei mi chiedeva di raccoglierla nel mio attraversamento. Grazie, prego.

Episodio numero due. Mentre pedalo vengo fermata da una signora africana in corsa che tenta di consegnarmi una borsetta da bimbo, all’invito “pannolino, io, prende”. Sfruttando la mia velocità, avrei dovuto restituirla alla proprietaria con passeggino, cento metri più avanti. Pure i suoi bambini mi hanno ringraziata, grazie, prego.

Conclusione: le donne africane sono soggette alla caduta di oggetti per l’infanzia e/o propense a coinvolgere i passanti nel raccoglimento di oggetti per l’infanzia, con una frequenza maggiore rispetto alle donne di altre etnie.

E cosa c’entra questo col sentimento digitale? Niente.

Who said it?: il gioco delle tre facce

Who said it? è come quel gioco a premi dove devi indovinare il mestiere delle persone da piccoli indizi improbabili o anche solo dalla faccia. Ieri sera mi chiedevo cos’avesse di così evidente quell’uomo, per fare il collaudatore di buste da lettera. Un altro aveva addirittura scoperto la balena fossile più antica del mondo, ma non l’avrei mai detto prima che gli fosse permesso di parlare con terminologia paleontologica.

Ecco, Who sai it? ti propone una frase, uno status postato… Scopo del gioco è indovinare chi l’ha detto fra tre sconosciuti. È una di quelle applicazioni dieci anni fa impossibili, oggi comunque misteriose.

Ma il vero mistero è totalizzare sul serio 5 punti su 5. Alla fin fine, davvero lo stile di parola si capisce dalla faccia o dal nome che uno ha.

(Specie di) Guida a Powerpoint per somministrazioni scolastiche

Ci dev’essere un modo accettabile di maneggiare Powerpoint. I miei alunni sono arrivati in terza media così digitalmente analfabeti che io sono ancora in tempo per salvarli. Adesso li sequestro per un’ora e li metto in guardia.

Può essere utile quest’intervista che spiega come produrre presentazioni di una noia mortale: tanto testo, tanti elenchi, brutta grafica, non guardare negli occhi. Può essere utile gasarli con dei nuovi template meno visti, scaricabili gratis. O commentare insieme l’efficacia dei ppt disponibili su Slidefinder, un motore di ricerca specifico. Sbaveranno forse un po’ di più di fronte a Prezi e le sue zooming presentations, gratis online. O forse potranno essere allettati dalla possibilità di pubblicare in Slideshare e condividere, da Flickr per trovare belle foto (di sicuro meglio dei template), o da Wordle per creare tag cloud. Se non capiscono, su Youtube ci sono pur sempre i tutorial che spiegano meglio di me.

Per risparmiare la fatica di spiegarglielo in Powerpoint, trovo in rete delle presentazioni sintesi che racchiudono le 10 cose da sapere prima di metterci mano. Spicca la noia paradossale di certe presentazioni che tentano di spiegarti come evitare di addormentare. Alcune invece sono così esaurienti che quasi quasi dirotto gli alunni  su questo post, e torno a spiegare grammatica.


A proposito di sole, chaise longue e il film di Sofia Coppola

L’unica cosa da sapere prima di vedere Somewhere di Sofia Coppola è che non succede niente fino alla fine. Ma non niente come nei film lenti dove il silenzio serve ad accentuare un dramma. Niente niente. Nemmeno un particolare silenzio. E bisogna saperlo perché altrimenti si leggono indizi di una svolta nella storia che non ci sono, si immaginano cose sbagliate, impossibili, come che attraversando la strada finalmente capiti un incidente, qualcosa, o che la figlia adolescente venga violentata dall’amico del padre. A sedersi sulla poltrona del cinema s’impossessa del corpo una suspance inutile e fuori luogo per un film così, che invece uno potrebbe godersi in santa pace meglio ancora se con un po’ di luce, un po’ di sole, qualche sigaretta e una chaise longue.

Geoblog, scrivere storie sulle geografie

Quando la scuola italiana risorgerà dalle sue ceneri, quando Word la smetterà di singhiozzare le sue lettere in un’oscura aula informatica causa problemi hardware mai risolti, quando gli alunni abbracceranno lavagne interattive anziché toccare il muro per scherzo sulle icone mandate da un vecchio proiettore, cose come Geoblog saranno all’ordine del giorno.

Gli alunni scriveranno le loro storie sulle geografie e le appenderanno ai luoghi in un gesto automatico, in modo che un navigatore qualunque possa arrancare sulla superficie della terra seguendo le briciole di parole che altri hanno lasciato prima di lui.

Niente paura, arrivano i superficiali

Baricco sostiene oggi che i fanatici della profondità cercavano il senso ultimo nelle cose oscure, remote e faticose. Che questo modo di vedere a un certo punto è diventato “inadatto”, messa in dubbio l’esistenza di questo senso. Ora la profondità sta scomparendo sotto i colpi della superficialità. Sintomo di decadenza? Sparito il senso? No, dice Baricco.

La superficialità è oggi il luogo del senso. Incapaci di star fermi ma veloci a spostarci, incapaci di concentrarci ma bravi a collegare, rifiutiamo di cercare il senso nei “cunicoli del sottosuolo” imparati a scuola. Cerchiamo il senso in modo diverso. Sulla superficie del mondo. Uniamo i punti in costellazioni anziché scavare, scegliamo la velocità a discapito dell’approfondimento.

Ad assicurarci che la strada sia giusta – pare di capire – basta notare con quanta passione mai vista tentiamo di salvare: pace pianeta monumenti deboli. I profondi prima di noi “bruciavano le biblioteche o le streghe”.

A dire oggi queste cose, c’è il rischio che “lo smascheramento della profondità” possa “generare il dominio dell’insignificante”. Ma Baricco finge di scrivere dal futuro, e nel 2026 può parlare col senno di poi.

Pare siano andate bene le cose, dal suo racconto. Mi piace questa rinuncia alla nostalgia e l’onestà di non considerare il senso come un fatto generazionale.

Però – a pensarci, nel 2026 saranno ancora in vita molti neosuperficiali cresciuti al tempo della profondità. Forse una combinazione unica e irripetibile. Baricco, scrivici dal 2050. A meno che il confine fra profondità e superficialità non sarà già troppo profondo e fuori moda.