Questo nostro mondo

Durante il pranzo di Santo Stefano, su un pollo di ispirazione orientale propinato ai parenti, si finisce a parlare di crisi perché tutto può andar solo peggio. Nello smantellamento del prestigio europeo immagino Londra e Parigi del futuro invase di vecchi italiani a smaltire un Erasmus mancato o rimasto nel cuore, mentre i ventenni trasvoleranno un’Europa decrepita diretti a São Paulo o Shangai. E i giovani italiani non avranno Tutta la vita davanti ai call center perché i brasiliani imparano l’italiano e costano meno.

Ma se andrà male o molto peggio è tutto da discutere, dico sul pollo orientale solo a vedersi. Il coefficiente di felicità dovrebbe separarsi dal PIL e tenere conto di fattori immateriali. Metti che ci riorganizziamo. Metti che scegliamo di condividere anziché possedere. Un trapano ogni tre famiglie. Smezzare l’assicurazione dell’auto. Tu sogni, mi dicono in faccia. Eppure da qualche parte del mondo sta succedendo: l’ho letto sull’Internazionale e su Wired. La convenienza sposta le montagne. Prendere in prestito un libro o non leggerlo. Condividere l’appartamento o smettere di viaggiare. Partire o morire.

Credono poco. Il pollo è tagliato a tocchetti, la carote oblique, ma non c’è nessuna spezia kilometro ottomila nel mio piatto. Durante un pranzo di Santo Stefano, a Capaci con vista sull’autostrada, se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi.

Poi arriva mio cugino che sta per andare a lavorare in Bahrein dicendo che questo nostro mondo è finito.

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