Sociourbanistica di Farmville

Metti una sera a cena un urbanista, un’insegnante e me, a spiegare i diversi modi di  essere-a-Farmville  masticando del maiale in agrodolce che modestamente è venuto buonissimo. Emerge che i modelli di fattoria creati da ognuno corrispondono a delle fisionomie cosmogoniche mentali chiaramente classificabili.

Gli adolescenti cinesi ammassano tutto il  bestiame. I figli di calabresi – che tanti ce n’è da queste parti – tendono al kitch: allargano le ville, acquistano fontane e patacche. Gli psichedelici, pur senza piantare cannabis, applicano al campo rettangolare criteri geometrici molto rigorosi fino a creare composizioni optical. Verde e fuxia i colori preferiti. I totalitari non li ho capiti. Poi seguiva una spiegazione un po’ complessa del profilo da Clessidra, un individuo che tende a raffinare il dettaglio all’infinito, in modo che a ogni zoommata nella fattoria noteresti innumerevoli particolari, oppure anche allontanando la vista.

Prove scientifiche dimostrerebbero quel che si è detto a cena, ma in questi appunti a matita sbiaditi non si capisce dove finisce la teoria, nelle macchie di olio di girasole.

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