Il paradosso del multitasking

A 30 anni di età, quella che più o meno hanno oggi gli ibridi, dovrebbe essersi impiantata una saggezza sufficiente a cogliere le ragioni di frustrazione ambientale, fino a capire che tv+chat+cell snervano se in simultanea.

Se si è impiantata questa coscienza, allora siamo in tempo per valutare gli effetti del multitasking e correre ai ripari. In tempo per misurare il deficit di attenzione maturato (vedi test) e la sua relazione con le prassi di ingobbimento tecnologicus.

Cliff Nass, direttore del CHIMe Lab dell’Università di Stanford, ha studiato i migliori multitasker: gli studenti di college. Scioccante. Non riescono tenere a mente le informazioni in modo organizzato. Sorvolare sulle informazioni meno rilevanti. Praticamente quelle due o tre cose semplici che servono nella vita.

La ricerca delude chi considera il multitasking un incremento evoluzionistico delle prestazioni cerebrali. Ma la cosa più sorprendente è che i multitasker, a quanto risulta, non sono nemmeno bravi a passare da un’attività all’altra.

A che serve, dunque, questo multitasking?

Serve come quella medicina per il mal di stomaco, che ha il mal di stomaco fra gli effetti collaterali.

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