Il desiderio di fotografare secondo Baudrillard (sì, vabbè)

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Per Jean Baudrillard, il padre della postmodernità, il desiderio di fotografare nasce dal fatto che il mondo, così com’è, appare molto deludente. E nelle foto raccolte in “Al di là della fine…” (Reggio Emilia, Palazzo Casotti) mostra degli attimi in cui la delusione è sospesa: oggetti illuminati da una luce sovrumana nel momento di loro maggiore bellezza, un raggio dalla finestra proprio sul libro, un riverbero eccezionale intorno a una bicicletta. In pratica si tratta di una categoria di foto che definirei un po’ “sì, vabbè”, perché in quei momenti eccezionali le cose non sembrano le cose, ma come un attimo prima non erano e un attimo dopo non saranno.

Quando ogni tanto camminando mi imbatto in queste immagini un po’ “sì, vabbè”, mi sembra che la luce le falsifichi anche senza la fotografia e nemmeno mi prendono più in giro perché ho letto da Jean Baudrillard che il mondo così com’è appare molto deludente.

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8 pensieri su “Il desiderio di fotografare secondo Baudrillard (sì, vabbè)

  1. interessante…
    beh la fotografia di per se non è solo il gesto di scattare, ma anche (per es in campo cinematografico)la direzione e l’osservazione di come le cose siano effettivamente connotabili di significati multipli grazie all’uso dell luce (detta fotografia appunto).
    Perciò la sua ricerca della luce e dell’ombra non la trovo errata..
    ma condivido il tuo
    “si vabbè”
    perchè effettivamente non è un discorso innvoativo…
    (ps: non conoscendo Jean Baudrillard mi limito al tuo discorso e alla citazione :) )

    G.

  2. Per quel che ne so di Baudrillard fotografo, direbbe che nello scattare e nel trovare la direzione è in atto un processo di falsificazione che uccide la realtà con l’immagine. E forse direbbe anche che se provi a cogliere quei sensi multipli di cui parli è perché la cosa ti chiede di essere fotografata: ma è proprio perché la cosa non vuole consegnarti il suo senso, per sparire meglio piuttosto che per durare nello scatto.
    Detto ciò – più che dalle foto di Baudrillard – a volte mi sento presa in giro dalla realtà, che illumina le cose di una luce effimera e occasionale. Soprattutto a Reggio Emilia, dove il raggio felice dura poco e io ho imparato a non illudermi. E’ un raggio a suo modo vero, naturale: ma così breve da sembrare finto.

  3. tralasciando la visione pessimista di baudrillard che trovo sia molto più adatto al mondo filosofico che a quello fotografico che apertamente critica..
    si..la luce è effimera e occasionale..
    ma lasciare impresso su un fotogramma un istante secondo me è tutto tranne che un’illusione…è una sensazione..
    per questo io per esempio sto sperimentando i mondi possibili dietro ad una foto..facendo delle composizioni cerco di ricreare l’atmosfera, non l’esattezza di ciò che si è visto

  4. Dovrei leggere per intero il suo pensiero sulla fotografia per esserne certa, ma nè la sua frase sulla delusione nè la sua ricerca su luce e ombra mi fanno amare meno dubitare della bellezza della fotografia. Anzi. Lasciare impresso su un fotogramma un istante può essere una sensazione meravigliosa, ma ovviamente è altro dalla realtà, non è l’esattezza…e meno male. Anch’io voto per l’atmosfera.

  5. :) mi sembri un’attenta osservatrice..
    mi piacerebbe discutere con te di alcuni miei lavori, se vorrai

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