Il racconto breve soppianta il romanzo? Tutta colpa dei social network

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«Non so se sia vero che i social network come Facebook e Twitter abbiano modificato i tempi della lettura, ma a giudicare dalle richieste è la stagione del racconto breve», dice la commessa Sophie mentre sistema i volumi sullo scaffale all’ingresso della libreria Waterstone di Upper street, nel quartiere londinese di Angel.

Germi di una nuova tendenza? Il cambiamento era nell’aria. Tadashi Izumi ha già inventato il keitai, un racconto per cellulare, e la novella Cross Road è stata scaricata sui telefonini da due milioni di utenti prima ancora di raggiungere la tipografia. E io è da un po’ che non supero le 300 pagine, lascio i libri a metà e non seguo la trama. Chissà come mai ancora non impazzino i cortometraggi per la pausa pranzo. Forse per colpa di YouTube e dei suoi video così brevi da funzionare anche a merenda.

«L’era digitale ha cambiato il metabolismo della cultura» nota Motoko Rich, il critico letterario del New York Times. Ma accusare “internet” di modificare le nostre abitudini mentali è un po’ come Don Chisciotte contro i mulini a vento. Servono capri espiatori che abbiano un nome proprio, un’iniziale maiuscola, un indirizzo e una partita IVA. Forse nella percezione comune serve qualcuno con cui prendersela, come fa la commessa Sophie. E non è la prima volta che Facebook e Twitter devono  farsi carico di tutte le responsabilità che gravano sulla rete internet e sul digitale in generale. È già successo con l’accusa di favorire l’immoralità – scagliata contro Twitter nel Corriere della Sera – e di incidere negativamente sulle prestazioni scolastiche – come si è detto di Facebook.

Non ho visto il fondo dei Cent’anni di Solitudine per colpa di Facebook. Non so chi abbia ucciso Laura Palmer per colpa di Twitter. Faccio anche fatica a continuare questo post, certo per colpa degli sms.

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