Neve a termine


Pare che tutti lo sappiano, letto da qualche parte o sentito dire: gli eschimesi conoscono 80 modi per dire “neve”. Chi non lo sa, di solito resta stupito: investito dall’incredibile sottigliezza di cui è capace una lingua, dalla specularità della comunicazione e della realtà, dalla mortificante limitatezza di ogni tentativo di frase a base 1000 parole. Oppure chi non lo sa si trova semplicemente conficcato in una immensa distesa bianca deserta incapace di parlare per un timore esistenziale da pastore errante congelato. O forse chi non lo sa ripensa al suo igloo di lenzuola fatto dai 4 ai 6 anni la domenica mattina, con la luce che filtrava irreale buona per abitarci per un’ora, e dopo di nuovo pallone e Barbie e soldatini e Cicciobelli. Sempre sensazioni sconfinate nel tempo e nello spazio che accompagnano la rivelazione degli 80 nomi. L’eschimese che c’è in te s’inorgoglisce, smonta l’igloo di lenzuola, va a cacciare la foca peluche con l’arpione di plastica.

Wikipedia dice che non è vero. Intanto perché l’eschimese ha tante lingue dentro e dipende da quale stai considerando. E poi perché è una di quelle lingue polisintetiche che attaccano le parole, come se si potesse dire “nevecadente”, “nevecaduta”, “nevepestata” o “mangianeve” come già diciamo “nevometro” o “spartineve”, e in un attimo hai creato quante parole ti pare: perché potenzialmente le lingue polisintetiche creano vocaboli infiniti. Un’altra di quelle cose che noi coi nostri miseri mezzi non siamo in grado di fare, al massimo comporre versi poetici con le parole staccate: mostra il bel petto le sue nevi ignude, dice Tasso.

Wikipedia la chiama leggenda e gli dedica tutta una voce a sé: “Eskimo word for snow”. Il primo a parlarne fu l’antropologo Boas, disse che gli eschimesi chiamavano la neve in quattro modi. Sapir e Whorf presero spunto per fondare il relativismo linguistico – le differenze di linguaggio nascono da differenti modi di vedere il mondo – e dissero che le parole erano 7.

L’immagine fece il giro del mondo e stimolò la fantasia. Nel 1978 i modi per dire neve avevano già raggiunto quota 50. Il 9 Febbraio del 1984, nell’editoriale del New York Times, i modi per dire neve erano già 100. Nell’opinione comune alcuni fissano il numero a 10, altri a 19, 41 o 80. Da giocarseli al lotto: 10 19 41 80 sulla ruota di Nuuk. Pare che tutti abbiano un’opinione propria sulla cifra.

Ormai la wikineve non è più un mistero per nessuno.

Ora che l’informazione linguistica più emozionante della storia è diventata di dominio pubblico, probabilmente questa disciplina ha iniziato il suo declino di immagine. Ora che tutti sanno che gli eschimesi conoscono 80 modi per dire neve o quel che sono, sarà difficile restare stecchiti di fronte a qualcos’altro. Sì, è vero, i Lapponi usano per le renne le stesse declinazioni che per gli esseri umani: ma il discorso rallenta e perde efficacia nella digressione pedante su cosa sono i casi. Ci sarebbe un popolo di nativi americani che divide i nomi in due categorie, come noi facciamo coi maschili e femminili, li divide in “lungo” e “tondo”: ma là si scatena l’imbarazzo su dove mettere le cose, l’imbuto e la padella e la vicina di casa e il vaso della nonna. Forse l’emolinguistica stessa volge al termine.

La prossima volta che qualcuno proverà a sedurvi con la storia della neve, provate a zittirlo e a dire: no, sono solo quattro. Non li conosci? Aput, qana, piqsirpoq, qimuqsuq.

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