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È successo su Facebook

20 Novembre 2008

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Hanno l’espressione stanca e retrodatata, quelli che non sono su Facebook. Vedono amici a singhiozzo rincasando il finesettimana, ma le conversazioni non sono quelle di una volta. Si parla subito di Facebook e hanno niente da dire. Solo fastidio a sentirlo pronunciare.

Di solito sbuffano a raccontarmelo. Una volta c’erano i convenevoli fatti di come stai, un accertamento reciproco della permanenza in vita, un update metodico dei ricordi fino a quell’attimo davanti al tavolo e al bicchiere di vino. C’erano sguardi di sorpresa a rivedersi un po’ per caso un po’ per intenzione, nonostante il cellulare e le ultime chiamate per individuare l’esatto angolo dell’incrocio tra l’edicola e il tabaccaio e la cabina del telefono. C’era qualcosa di inaspettato anche negli appuntamenti concordati. Si parlava di tante cose, dicono; io li guardo, sinceri come i giovani, delusi come i vecchi. Sembrano passati degli anni.

Da questa parte del confine, dicono tutti la stessa cosa. L’ho visto su Facebook. C’è su Facebook. Pronunciato una volta, Facebook crea uno slittamento spazio-temporale che costringe a ragionare contemporaneamente su due binari: vita reale, vita virtuale. Quando si parla di Facebook, si apre un buco catodico nella stanza: guardi negli occhi la gente e vedi le schermate, ascolti le frasi e le vedi  già wallizzate. L’ho visto su Facebook e ci tengo a puntualizzarlo – che non è la vita reale – poi lo ripeto temendo tu possa dimenticarlo. La ripetizione è la forma dell’incredulità. Fosse successo per strada, forse l’avrei precisato? Una volta e nulla più. Ho incontrato per strada il tuo ex, non lo vedevo da tempo, e mentre eravamo lì per strada mi ha mostrato delle foto, nelle foto c’eri tu. È successo lì, per strada. Ma ci sei anche tu, per strada?

L’ho visto su Facebook. È su Facebook. Pronunciato 5 volte al minuto, Facebook crea uno shift impazzito fra reale e virtuale che sballa le conversazioni. Ma fino ad ora, che sia accaduto su Facebook, siamo tenuti a precisarlo per dare voce a uno stupore, nella nostra abbozzata Pragmatica della Comunicazione 2008. È una nota di contestualizzazione, un riferimento extralinguistico non opzionale, stando così le cose. Ipertrofia del circostanziare. Facebook bombarda regole minime conversazione. Sovraccarica brucia cervello. Ripetere dove succede ripetere.

Un giorno ti vedrò per strada, mi chiederai se ho già visto le tue foto. Sì, le ho già viste. Sono belle le tue foto. Mi dirai che per ora non accetti nuovi amici, che ridi alle mie battute, che ti sei messa a far parte di un gruppo di gente che apprezza il vino. Adesso, anche a me piace più il rosso che il bianco, sì, anche a me. Vai già via? Va be’. Ci vediamo su Facebook.

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Not in my name

10 Novembre 2008

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La gente lo dice a chiare lettere in una pannellata di foto real life, con tanto di foglio segnaletico: I’M ITALIAN AND PRIME MINISTER SILVIO BERLUSCONI IS NOT SPEAKING IN MY NAME. Non a nome mio, detto senza voce da una stanza colorata, un divano a tre posti, uno sfondo denso photoshop, davanti ai libri allineati, una finestra storta o un’abbagliata di watt luminosi, in bianco/nero o a colori, pennarellato o stampato su carta o mano, con grafia precisa o psicopatica, coi capelli ricci o lisci e la frangetta fatta.

Because it’s time to quit the jokes: e se era solo una battuta l’umorismo non è universale e anche gli inglesi a volte valli a capire.

Da qualche parte circolava una bella idea a proposito di usi e abusi di nomi. Che si possa richiedere prima della morte, a parte gli organi e i possedimenti da cedere, che il proprio nome non venga utilizzato per intitolazioni di strade, piazze e rotonde, in caso di celebrità conclamata. Che nessuno metta il mio nome a quello slargo davanti al centro commerciale, a una via a doppio senso senza pista ciclabile, a quel parcheggio dove non c’era mai posto e se c’era stavano per chiudere, porca miseria.

Se stessi in terza persona

14 Ottobre 2008

Una mia Face-amica combatte col mal di testa e la nausea post insonnia chiedendosi che senso abbia scrivere di sé in terza persona. Dice il suo status.

Credo che in terza persona dopo qualche anno si diventi più distaccati dalla vita e dalle cose. Forse sentirà meno il mal di testa e l’insonnia. Invece la seconda persona è sconsigliabile: scatena sensi di colpa da rimprovero. Penserà che il mal di testa e l’insonnia siano solo una conseguenza delle sue azioni e nulla più.