Se ti faccio una domanda, devi proprio darmi una risposta? Sembra un controsenso, lo so. Ma quest’abbondanza di risposte nel web sta cominciando a darmi alla testa. Se dubito nella mente, tutto rimane fra me e me. Se consegno il dubbio a una pagina di diario, è un interrogativo che non prevede interazione. Ma quando trasformo il dubbio in un tweet o in uno status e lo abbandono in rete, è difficile evitare che resti senza risposta.
Fatti una domanda e ti daranno una risposta. Viva il web 2.0. Ma la vita è fatta di domande e raramente di risposte. Non ci sono abituata, credo ancora a quel canto yiddish per cui, se finalmente ti trovi davanti a Dio e puoi domandargli il senso della vita, lui ti risponde trallallà. E il trallallà è sempre la parte più bella del pezzo.
Nella statusfera non c’è spazio per le domande retoriche. Dovrei evitare di pensare a voce alta? Disaffezionarmi alle domande retoriche? Forse sarebbe utile sottotitolarle? Perché non tenere i dubbi per sé o smettere semplicemente di avere dubbi? Ma poi, c’è davvero bisogno di esprimersi in forma di status? O, come dice Umberto Eco: c’è davvero bisogno di domande retoriche?
Certo, non tutte le domande sono retoriche. Saresti così gentile da distinguere le une dalle altre?













