Il linguaggio degli sms ha un antenato illustre: l’epigrafia latina. Negli sms si cerca di esser brevi per non bruciare il credito, invece nelle lapidi di marmo per risparmiare sui costi del lavoro degli scalpellini. Il confonto, proposto da Andrea Granelli in “Immagini e linguaggi del digitale”, forse ci aiuterà a storcere meno il naso di fronte alle abbreviazioni, almeno se sorrette da motivi economici o di tempo.
Ecco alcuni fenomeni comuni:
- uso delle iniziali di parole o espressioni molto usate
V = Vir
D. M. = Dis Minibus
DSPF = De Sua Pecunia Fecit
ttp = Torno tra poco
tat = Ti amo tanto
- abbreviazioni di espressioni rituali
CEBQ = Cineres Eius Bene Quiescant
QDERFPDERIC = Quid De Ea Re Fieri Placeret, De Ea Re Ita Censuerunt
fdmccv = Fa Di Me Ciò Che Vuoi
msidt = Mi Sono Innamorato Di Te
- creazione di nuovi alfabeti usando la dimensione fonica della lettera
Dentro Fotografia Europea 2009, un festival made in Reggio Emilia, ogni anno c’è una mostra in cui giovani scrittori e fotografi si ispirano a una stessa fonte. Stavolta il tema era la vita e l’opera di artisti contemporanei della zona, piuttosto conosciuti.
Io mi sono ispirata all’opera di William Guerrieri, un fotografo a cui piace accostare le immagini in base alla forma, al soggetto rappresentato o perché ritraggono uno stesso luogo in due diversi momenti della storia. Dice che a volte gli errori tecnici rendono le foto più belle. Si è occupato anche di Alta Velocità ed è il coordinatore di Linea di confine.
TAV
Cara Rosalba, ho visto la tua fotografia e prima ancora di conoscerti sento già che ti voglio bene. Tuo cugino mi dice che state tutti bene a parte tuo padre. Per il disturbo che ha io credo che col freddo peggiora. Le case non sono riscaldate e i dolori vogliono il caldo. Come farai con l’acqua ora che tuo padre non si può muovere? Se penso che a V. hanno l’acqua e a C. no mi viene una rabbia! Io qui in casa vado all’acquaio e ce l’ho calda e fredda. Per fortuna l’anno che viene tu e tuo padre venite e possiamo vivere tranquilli la nostra vita qui in Australia. Io sto bene. Tutti i giorni mi faccio di brave passeggiate a mio piacimento. Vado sempre in piazza a vedere la frutta; com’è bella! Saluti da parte mia a tutta la famiglia, ti bacio con tanto affetto,
Giovanni
parto da roma alle15,alle18.10 già a milano non venire in staz prendo metro thx nn vedo l’ora di vederti | :-) ti aspetto x axtivo, civepo | tra 2h sono lì.nn ti ho mai visto ma già nn posso stare snz te M manki! | Anke tu, xò aspettiamo di vederci, in fondo nn c conosciamo!cmq hai una voce super!!! | Treno in ritardo ti kiamo dopo tieni cell acceso. 1kiss | dicono1h d ritardo ke palle! :-[ scusa arrivo dp | c6?arrivato mio sms? dicono1h d ritardo #:-oTi kiamo qnd arrivo | xké nn m risp???senti,arrivo alle 9 TAV di merda
Perché resistere all’invasione del “ke” al posto del “che”?
Oggi chi fa abuso del “ke” a volte è figo, a volte invece viene ripreso nei forum e trattato da bimbominkia, come uno che imbratta Yahoo Answer con la propria ignoranza. I fautori e i detrattori della rivoluzione linguistica sono moltissimi. L’attacco è iniziato negli SMS – dove per ragioni economiche si preferiscono simboli e lettere prese in prestito – ma poi l’uso si è diffuso in rete, dove i caratteri non si pagano come coi cellulari, né a peso o a capo. Ma il “ke” è una rivoluzione, un’arma di ribellione contro la lentezza evolutiva della lingua?
“che” e “ke” appartengono a due registri diversi, l’uno standard e l’altro scrittocolloquiale-gergogiovanile. È una fortuna averceli tutti e due, in modo da esprimere per iscritto il tono di un discorso. Vanno bene entrambi a seconda dei contesti: l’uno per gli sms, l’altro per i temi. Anzi, sono capaci di “fare contesto” a colpi di grafemi.
Ecco perché cedere un po’ al “ke”, ma tenersi anche stretto il “che”, secondo me.Se un giorno il “ke” smetterà di avere questa carica giovanile e ribelle e sarà una semplice variante alternativa al “che”, forse lo sostituirà del tutto. Ma riusciamo a immaginare un futuro senza “che”? e poi, perké?
Una mia amica ha avuto la gentilezza di farmi sottoscrivere un servizio SMS di cui lei si occuperà personalmente. Mi manderà dei messaggi che mi convincano a restare lontana da Palermo di volta in volta per motivi diversi. Dalle quattro righe del mio display emerge ad esempio che alla lunga mi annoierei, mi mancherebbe perfino la nostalgia. Oppure mi dice che stasera non c’è niente da fare.
E come certe notizie dal mondo ti piombano sul cellulare nel cuore della giornata e fanno uno strano effetto da cornetto e cappuccino con una spruzzata di strage islamica, così ogni tanto nel bel mezzo della pianura mi arriva voce di un pomeriggio caldo orribile, estivo precoce che brucia le mura e costringe a casa ibernati. Mi arriva voce delle risse che aumentano in via Candelai a spargere sulle strade ciottolate un alone di ghetto e da gangs in guerra.
Il servizio è gratuito. Per sottoscriverlo basta avere: un amico disponibile, un cellulare, fare le valigie, emigrare, talora morire di mancanza.
Gli incrementi di confidenza, per ognuno di noi, si manifestano in modo diverso. Una volta pensavo di passare dalla conoscenza all’amicizia solo dopo una conversazione a due con un bicchiere di vino, meglio se su un gradino. Poi mi è risultato più comodo il colpo d’occhio di Facebook, l’amicario che si spalanca dopo un buon periodo di aggiunte istintive. Ho provato un’intima confidenza con la mia coinquilina, uno stadio di ulteriore amicizia, solo quando ho visto spuntare le sue frasette nella chat di Skype. Anche se mi aveva prestato più volte la stanza quando non c’era, toglievo sistematicamente i suoi capelli dalla vasca e le avevo pure regalato un deodorante che non mettevo più.
Via mail ho incasinato amicizie o cominciate. Mia madre ha scoperto che c’era ancora in me dell’affetto dichiarabile quando ho cominciato a mandarle parole scritte negli sms. Erano anni che passavamo a telefonate orali e io che non rispondevo agli abbracci. Ci sono visualizzazioni che mi sono più familiari e mi ammorbidiscono per natura, hotmail mi commuove più di Facebook, ma lì è una questione di antichità del ricordo o di precedenti vissuti o dell’ordine in cui appaiono i messaggi. Dal più vecchio al più recente come in Facebook, di solito mi pare un rapporto lineare ed educato, senza particolari contrasti. Al contrario e con strani simboli in mezzo come nella posta elettronica, con l’oggetto che cambia e i vari Re: e Fw: e >> sputati qua e là, mi pare sempre un rapporto burrascoso, ma forse anche più intenso e imprevedibile. Fogli di carta non ne ho più per nessuno. Quei pochi sono “pizzini” – nient’altro che semplici biglietti prima che la mafia e il suo gergo andassero in tv – clandestinamente passati a qualcuno durante una riunione, con qualcosa di comico dentro.
Ognuno ha le sue spie di confidenza incrementata. Una proposta di invio in posta elettronica può essere per qualcuno un’imperdonabile dichiarazione di freddezza. “Mandamelo cartaceo!”, mi è stato risposto con tono duro da un conoscente a cui avevo promesso di spedire un documento al più presto. Stavo per dargli la mia mail, per aprire una breccia, da parte mia, dopo che mi aveva raccontato metà della sua vita in mezz’ora. In quel mandamelo-cartaceo si è consumato un gap generazionale. L’apertura non è stata colta e l’approfondimento del rapporto, di sicuro, rimandato per anni.
In quest’assoluta cangiante arbitrarietà dei segni, quando si instaureranno nuove logiche relazionali e volgeranno alla conquista del mondo, mi accadrà probabilmente di considerare amico uno che mi cambia le banconote in monete, uno che fa la fila alla posta davanti a me e mi passa un bollettino bianco, uno che mi presta la sua pompa per gonfiare le ruote alla bicicletta.
“amxse” è l’ “amore per sempre” degli sms. Trovandone uno sul cellulare, non sarei stata in grado di apprezzare. Le parole tamponate hanno perso dei pezzi e anche il solito “x” è irriconoscibile. Mai visto niente del genere: male.
Infatti l’abbreviazione non enciclopedizzata è in sé un neologismo. Certi neologismi nascono da modelli. “Tendopoli” aiuta a capire “tangentopoli”, e dopo “tangentopoli” anche “calciopoli” pare meno improbabile. Altri neologismi se ne fregano dei modelli e sono come i verbi irregolari peggiori, devi impararli a memoria quando li vedi. Per questo contengono il rischio di rallentamento dell’intellegibilità.
I tamponamenti e le stragi radicali fanno saltare i fondamenti della comprensione, distruggendo i telai del significato.
Nel caso di una dichiarazione d’amore eterno può diventare tutto più divertente e complicato.
Se t’inventi un amxse su due piedi e lanci invia, per chi lo riceve sarà la prima volta e forse interdetto non capirà.
Se l’amxse circola da un po’ da un cellulare all’altro, per chi lo riceve forse non è la prima volta, magari gliel’ha già detto qualcun altro. Questo lo aiuterà ad afferrare, ma dalla seconda volta in poi la sua illusione giovanile sull’immortalità delle relazioni sarà miseramente fallita.
Ma può anche darsi che vi rimpalliate da un po’ quell’amxse. Uno lo ha inaugurato, l’altro l’ha ricevuto e prima di riutilizzarlo ha chiesto spiegazioni. Allora l’amore eterno vi sarà costato almeno 2 sms.
In quest’ultimo caso, credo che dopo un po’ il giochino cominci comunque a funzionare. Sorriderete a distanza cogli occhi sul display in due punti diversi della terra, incollati da un sentimento digitale. Succede così e succederà anche stavolta, come succede sempre, milioni di altre volte. L’amxse è amare per sempre, ma solo dirselo in un sub-attimo.
C’erano una volta il punto, la virgola, il punto e virgola e i due punti. Il punto separava, la virgola era versatile, il punto e virgola una via di mezzo, i due punti illustravano. I puntini di sospensione sempre in numero di tre. La pigrizia e la fantasia, ancora una volta, hanno mescolato le cose.
Stavolta non si tratta dell’ennesima denuncia d’impoverimento. Da un lato, il lessico d’uso perde dei pezzi e nessuno si sconvolge. Poter esprimere con esattezza i concetti senza confonderli con altri, approfittare delle sfumature di sinonimi e connotazioni, è un lusso a cui stiamo pacificamente rinunciando. Dall’altra, però, la rivincita è dietro l’angolo. La nuova ricchezza non sta nelle parole, bensì nei segni di interpunzione. Il repertorio degli scarabocchi possibili tra una parola e l’altra si sta infatti allargando, aumentando le opportunità combinatorie.
Ecco un esempio. Il punto ha smesso di essere obbligatorio a fine frase. Per questo, adesso, il punto è una scelta, perfino un raptus di determinazione che bisogna soppesare in base ai casi. Mai fare abuso di punti in una chat: l’abuso di punti causa secchezza delle conversazioni, riduce la fluidità ed è un modo sgarbato di passare il turno di parola. La prossima volta oscuratevi, piuttosto che rivolgervi a quel modo a un interlocutore.
Chi rinuncia al punto, spesso per horror vacui passa all’esclamativo.
La conversazione si tinge di meraviglia, stupore e sorpresa fuori dalle righe. Non importa quel che frattanto si dice. Ho letto mail di disaccordo tempestate di esclamativi euforici: mi sentivo un cane a cui dici brutto bastardo con tono allegro e carezzevole, piuttosto che la sostanza compresa gli resta una sensazione di benessere e dopo un po’ finisce che scodinzola. Il punto esclamativo è come l’evidenziatore, non eccedere nell’uso. Prova a capire cosa conta davvero in una pagina fosforescente. L’evidenziatore a certi livelli alza i toni e mette l’ansia: avrò il diritto di saltare una parte e di non imparare?
La seconda via per chi rinuncia al punto per delicatezza, è la grande new entry nei segni di interpunzione: ilpunto di nulla. Il punto di nulla è gentile, economico, eclettico. Rappresenta compiutamente la nuova ricchezza d’espressione. Crea connessioni fra gli interventi, apre la sintassi a collaborazioni creative che rinunciano all’autorità del mittente, propendendo per una priorità delle frasi sugli autori. Chi scrive è meno importante della conversazione che ne deriva. Il punto di nulla permette di superare l’impasse fra la freddezza del punto e l’allegria paralitica dell’esclamativo. Il punto di nulla mi ha spesso salvata dall’imbarazzo di dover dichiarare a tutti i costi un umore.
L’unica controindicazione del punto di nulla è che non è ecologico. Per chi resta fedele al classico sfondo bianco, ogni pixel luminoso non occupato da caratteri è la sede di uno spreco elettrico. Ma provate a scrivere tutto in Arial Black in nome dell’ambiente.