Se ho tante interazioni da gestire, almeno voglio avere il diritto di poter decidere quando. Preferisco una mail alla telefonata inattesa; restare offline in chat piuttosto che sobbalzare all’apertura della finestra; il negozio di ottica che mi manda un sms quando arrivano le lenti a contatto.
Un mio amico su Skype mette la spunta su “non disponibile”, così può vedere chi lo cerca ma prendersi il lusso di non rispondere. Meglio così che offline – dice – perché in quel caso nessuno ti cerca. E invece così puoi vedere chi ti cerca, pur decidendo di non rispondere.
Su Facebook, per apparire offline basta andare sulle opzioni della chat. In questo modo, però, non è possibile vedere chi è online. Per far questo serve Appear Offline: in pratica nessuno dei vostri contatti vi vedrà online ma voi vedrete loro. È come intravedere qualcuno per strada ma far finta di non averlo visto.
L’alternativa più semplice è mettersi online per qualche istante, giusto il tempo di scorrere con gli occhi la lista delle persone connesse. Ma se qualcuno vi scopre in flagrante è voyeurismo sgarbato: come intravedere qualcuno per strada e far finta di non averlo visto, mentre lui si è accorto di tutto.
Ma se abbiamo tante interazioni da gestire, almeno vogliamo avere il diritto di poter decidere quanto. E allora meglio educarsi e non esser permalosi, come non salutarsi nel saliscendi della metro di Milano.
La vera rivoluzione nel mondo delle comunicazioni è la scoperta della parola scritta. Mentre si cercano le responsabilità del virtuale, si provi a interrogare la scrittura e a considerarne le colpe.
La scrittura allontana la comunicazione in rete dalle dinamiche di una conversazione reale per due motivi principali: il differimento (1) e la possibilità di correzione (2).
(1) Il differimento è quando mi fai una domanda e io rispondo un’altra volta, con calma.Non interessa le conversazioni dal vivo né le telefonate, dove l’interlocutore è tenuto a reagire prontamente agli interventi, non può sottrarsi all’interpretazione in nessun modo né rivedere comodamente quel che ha detto. Nonostante il nome, botta e risposta digitali sono invece dilazionabili nel tempo in base alle nostre esigenze di affannate creature liquide. I fenomeni di abbandono della chat in vista di una prosecuzione futura non sono rari. Anche la mail avvisa sempre con discrezione e resta in attesa per essere letta. Ma il differimento è sospetto, perché è lontano dal bruciapelo. Fa immaginare processi di razionalizzazione anche quando inesistenti.
(2) La correzione è la facoltà di modificare il proprio intervento senza lasciare tracce, prima di licenziarlo con un INVIO. È un’operazione pulita e chirurgica, ben lontana dal balbettìo e dai tic della rettifica verbale piena di anzi e cioè. Chi rettifica a parole è insicuro e paranoico. Invece chi corregge sui file senza sporcare, a conti fatti, è un tipo preciso e calibrato. Ma la precisioneè sospetta, perché è lontana dal bruciapelo. Fa immaginare processi di razionalizzazione anche quando inesistenti.
A pensarci bene, anche questo post è un po’ sospetto.
A New York alcuni negozi, dopo che Obamaha vinto grazie a Facebook, hanno inserito dentro ai camerini delle postazioni con touchscreen multimediali e specchi che permettono a chi prova gli abiti di ricevere i consigli degli amici connessi da casa [fonte: ItaliaOggi]. Con l’intento di rendere ancora più accattivante l’esperienza dell’acquisto, in tempi di crisi.
In attesa che la moda investa anche l’Italia dei saldi, provo a figurarmi come sfruttare appieno le potenzialità del network:
-creare un album dal titolo inequivocabile e palesemente urgente, per attirare l’attenzione dei friends. Titoli suggeriti: “Camicia viola o grigio chiaro: che fare?” o “Abito scozzese a 79 euro: mi conviene?”
-cambiare lo status in “Aiuto! Sono in un camerino e non so che fare” o “Urgente! Quale vestito compro???”
-creare il gruppo “Quelli che in camerino entrano nel panico!!!” e inviare un messaggio ai membri
-contattare gli amici on line via chat, eliminando i preliminari e le frasi di chiusura per favorire il rapido reperimento delle informazioni salienti.
In ogni caso, vista la durata media delle operazioni suddette, è possibile prevedere un aumento significativo del tempo di permanenza dei camerini, con conseguenti ricadute negative sulla soddisfazione del cliente in attesa, sull’appeal del punto vendita, sull’industria della moda e dei settori annessi.
Io spero che nel laboratorio di Facebook creino al più presto un’applicazione dedicata in salsa Game. In modo che non solo i miei amici ma TUTTO IL MIO NETWORK possa rapidamente comporre il mio look ideale in base a informazioni dettagliate che ho inserito preventivamente nel mio profilo e al campionario digitalizzato dei capi disponibili in negozio, applicabile al mio avatar. O il social-shopping non risolverà la crisi economica. Andremo in bancarottagrazie a Facebook.
Se avvio una chat per parlarti e non ti saluto, non pensare che sono senza modi. È solo che sento un senso di continuità con l’ultima cosa che ci siamo detti, quando mi parlavi di… Ti ricordi? C’è scritto nella cronologia, vai a vedere, va’. E questa chat tutta nuova s’è solo attaccata a quella precedente appena ho aperto la finestra, non ti ho detto neanche ciao e mi son messa a parlare blablabla perché avvertivo tutto un senso di continuità, un legame di parole con quell’ultima frase datata 23.51 di tre giorni fa.
E poi durante tutta la chat – alla fine – abbiamo parlato solo di te e m’hai pure chiesto un favore dalle 15.34 alle 16.29. Alla fine non m’hai detto né grazie né saluti…Come dici? Ah, ecco… Capisco… getti le basi per la prossima continuità…
Provo a trasformare la chat in stringa di dialogo e m’impelago nell’a-capo-senza-cambiare-discorso e senza nemmeno passare il turno di parola. Cioé quando clicchi INVIO prima che l’altro intervenga e scrivi dialoghi in versi senza volerlo. È il tipico a-capo-con-sonorità-sospese-e-poetiche del botta e risposta digitale, quello in cui non hai finito di parlare ma che peccato attaccare tutte le parole senza lasciare il bianco intorno:
Cosa dici, ci vediamo? Che dopo una settimana e mezzo
a un certo punto pare il caso di vedersi
(finisco per cercare appuntamenti)
ti domando
Poi – cercando di trasformare la chat in stringa di dialogo prosaico – mi spelago tornando alle convenzioni della poesia e agli slash metrici delle parafrasi scolastiche, servono a far capire che il verso è finito e di scendere col dito di un righino. Uno slash per ogni invio, una virgola + Maiuscola se passo il turno di parola:
Diamoci un appuntamento, Facciamo che ci proviamo, Va bene / che prendiamo un appuntamento / ad uso di chi pianifica, Sì, E poi ugualmente ci telefoniamo / per invitarci di sorpresa
Gioco di slash e di virgola come frizione e freno, e una volta che ho imparato / il resto viene da sé.
C’erano una volta il punto, la virgola, il punto e virgola e i due punti. Il punto separava, la virgola era versatile, il punto e virgola una via di mezzo, i due punti illustravano. I puntini di sospensione sempre in numero di tre. La pigrizia e la fantasia, ancora una volta, hanno mescolato le cose.
Stavolta non si tratta dell’ennesima denuncia d’impoverimento. Da un lato, il lessico d’uso perde dei pezzi e nessuno si sconvolge. Poter esprimere con esattezza i concetti senza confonderli con altri, approfittare delle sfumature di sinonimi e connotazioni, è un lusso a cui stiamo pacificamente rinunciando. Dall’altra, però, la rivincita è dietro l’angolo. La nuova ricchezza non sta nelle parole, bensì nei segni di interpunzione. Il repertorio degli scarabocchi possibili tra una parola e l’altra si sta infatti allargando, aumentando le opportunità combinatorie.
Ecco un esempio. Il punto ha smesso di essere obbligatorio a fine frase. Per questo, adesso, il punto è una scelta, perfino un raptus di determinazione che bisogna soppesare in base ai casi. Mai fare abuso di punti in una chat: l’abuso di punti causa secchezza delle conversazioni, riduce la fluidità ed è un modo sgarbato di passare il turno di parola. La prossima volta oscuratevi, piuttosto che rivolgervi a quel modo a un interlocutore.
Chi rinuncia al punto, spesso per horror vacui passa all’esclamativo.
La conversazione si tinge di meraviglia, stupore e sorpresa fuori dalle righe. Non importa quel che frattanto si dice. Ho letto mail di disaccordo tempestate di esclamativi euforici: mi sentivo un cane a cui dici brutto bastardo con tono allegro e carezzevole, piuttosto che la sostanza compresa gli resta una sensazione di benessere e dopo un po’ finisce che scodinzola. Il punto esclamativo è come l’evidenziatore, non eccedere nell’uso. Prova a capire cosa conta davvero in una pagina fosforescente. L’evidenziatore a certi livelli alza i toni e mette l’ansia: avrò il diritto di saltare una parte e di non imparare?
La seconda via per chi rinuncia al punto per delicatezza, è la grande new entry nei segni di interpunzione: ilpunto di nulla. Il punto di nulla è gentile, economico, eclettico. Rappresenta compiutamente la nuova ricchezza d’espressione. Crea connessioni fra gli interventi, apre la sintassi a collaborazioni creative che rinunciano all’autorità del mittente, propendendo per una priorità delle frasi sugli autori. Chi scrive è meno importante della conversazione che ne deriva. Il punto di nulla permette di superare l’impasse fra la freddezza del punto e l’allegria paralitica dell’esclamativo. Il punto di nulla mi ha spesso salvata dall’imbarazzo di dover dichiarare a tutti i costi un umore.
L’unica controindicazione del punto di nulla è che non è ecologico. Per chi resta fedele al classico sfondo bianco, ogni pixel luminoso non occupato da caratteri è la sede di uno spreco elettrico. Ma provate a scrivere tutto in Arial Black in nome dell’ambiente.