Archivio per Luglio, 2009

Le conseguenze del controllo perduto

29 Luglio 2009

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Questi rapporti estivi con amici non aggiunti – non aggiunti su Facebook – o di cui non ho neanche la mail, costringono a trovare le parole sulla punta della lingua per dire le cose giuste nel kairòs, quello che per i Greci era in una sola parola il momento opportuno. A dire tutto a voce nella versione in cui fuoriesce, senza le rettifiche del backspace. Tornano in auge gli anzi e i però, tutte le parole delle correzioni che la scrittura riletta mi risparmia. Torna a vedersi la timidezza.

Quel che è detto è detto, quel che scappa scappa. Poi si pagano le conseguenze del controllo perduto. Siamo sicuri che il web ci renda più immorali, più istintivi, solo perché costringe a opinioni a bruciapelo? Più che se scriviamo una tesi sull’argomento, ma meno che se ne parliamo nelle piazze a voce.

Anzi, però, ci prendo gusto, a parlare nelle piazze a voce. Ma adesso, ti prego, ti posso…aggiungere?

Tagdef: il minimo sindacale linguistico

27 Luglio 2009

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Scoprire da soli il significato di un nuovo #hashtag e provare a definirlo: questo è il principio di un sito eccezionale, tagdef. In realtà è un profilo Twitter che ogni tanto butta nella mischia un hashtag nuovo e chiede ai followers di scriverne la definizione, fornendo quel database di occorrenze e contesti che aiutano a intuirne il significato.

Tagdef è il dizionario collettivo delle parole che nascono, con una velocità definitoria mai vista a fronte di una creatività verbale mai vista.  Anche se in realtà molti termini sono ancora in attesa di definizione.

Ma tagdef è anche il minimo sindacale linguistico che bisogna assicurare per non disorientare. La sua esistenza ci ricorda una delle leggi della lingua: non si possano accalcare a piacimento le parole – peggio ancora se fuori contesto – con l’illusione che dall’altra parte se ne comprenda sempre il senso.

Tecnopolitica

23 Luglio 2009
di Nicoletta Calvagna

Illustrazione di Nicoletta Calvagna

(questo blog ospita  volentieri opere tecnoispirate, che poi finiscono nella pagina The Gallery)

Il trattino sta morendo. Ucciso dal cancelletto

21 Luglio 2009

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Gli hashtags sono delle parole chiave (/tags) di un breve messaggio su Twitter (/tweet) segnalate  volontariamente con un cancelletto (#). Nella colonna a destra c’è la classifica (/Trending topics) delle parole più scritte – cancellettate o no – in quel dato momento. E di questo abbiamo già parlato.

La relativa novità è che il trattino sta morendo. Cominciamo dall’inizio: gli hashtags non sono solo parole, ma anche frasi intere o a pezzetti, sintagmi. Per esempio, #iranelection, #indonesiaunite, #herewegoagain, #tweetmyjobs… Ora, la tendenza è quella di non usare il trattino né lo spazio in questi hashtags. Infatti, tutto quello che è seguito da un cancelletto viene trasformato automaticamente in parola cliccabile; ma se le parole sono separate da un trattino, questa fortuna spetta solo alla prima della stringa: è per questo che il trattino sta morendo.

E frattanto la lingua inglese si trasforma. In un hashtag entrano in composizione più parole; per meglio dire, le parole si accostano senza minimamente trasformarsi, assumendo una lunghezza che ricorda quella dei paurosi composti del tedesco, ma stavolta nessuno si sconvolge. E senza desinenze interne né fenomeni di crasi o tamponamento (/scomparsa di alcune lettere), tant’è che le singole parole più o meno si riconoscono, di solito anche la loro relazione e qualche volta anche il significato.

Negli Stati Uniti, dove tutto questo sta succedendo prima che qui, c’è anche gente che si diverte ad aggiungere un cancelletto a ogni parola, vanificando il senso dell’hashtag. Lì, accade tutto prima che qui: inventano anche nuove scemenze.

Voyeurismo offline: come spiare senza farsi vedere

19 Luglio 2009

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Se ho tante interazioni da gestire, almeno voglio avere il diritto di poter decidere quando. Preferisco una mail alla telefonata inattesa; restare offline in chat piuttosto che sobbalzare all’apertura della finestra; il negozio di ottica che mi manda un sms quando arrivano le lenti a contatto.

Un mio amico su Skype mette la spunta su “non disponibile”, così può vedere chi lo cerca ma prendersi il lusso di non rispondere. Meglio così che offline – dice – perché in quel caso nessuno ti cerca. E invece così puoi vedere chi ti cerca, pur decidendo di non rispondere.

Su Facebook, per apparire offline basta andare sulle opzioni della chat. In questo modo, però, non è possibile vedere chi è online. Per far questo serve Appear Offline: in pratica nessuno dei vostri contatti vi vedrà online ma voi vedrete loro. È come intravedere qualcuno per strada ma far finta di non averlo visto.

L’alternativa più semplice è mettersi online per qualche istante, giusto il tempo di scorrere con gli occhi la lista delle persone connesse. Ma se qualcuno vi scopre in flagrante è voyeurismo sgarbato: come intravedere qualcuno per strada e far finta di non averlo visto, mentre lui si è accorto di tutto.


Ma se abbiamo tante interazioni da gestire, almeno vogliamo avere il diritto di poter decidere quanto. E allora meglio educarsi e non esser permalosi, come non salutarsi nel saliscendi della metro di Milano.

(Life)stream of consciousness

15 Luglio 2009

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Prendi l’Ulisse di Joyce, che tutti conoscono ma in pochi hanno letto. Prendi Twitter, dove la lettura è incoraggiata dalla brevità. Mettili insieme: ecco uno degli esempi più seri di letteratura 2.0.

È il 16 giugno 2009. Per celebrare la lunga giornata particolare di Leopold Bloom, un gruppo di dublinesi scelgono di utilizzare Twitter per mettere in scena una performance social.

Diciannove personaggi, le cui vicende sono narrate in contemporanea nel decimo capitolo, raccontano in microblogging un’ora della propria giornata.

Gli spettatori, cliccando sui follow dei profili, hanno seguito in tempo reale la vita dei 19 personaggi. Ovviamente mescolata col resto.

Mescolata alle notifiche che avevano in home su vicende più o meno personali, più o meno informative o linkabili, dei propri following in carne e ossa.

Ne parla il sito dell’Independent, in un articolo in cui i paragrafi di testo raggiungono in media i 150 caratteri prima di andare a capo.

Pensavo fosse una fissa che mi è venuta da qualche giorno, scrivere così. E non un’idea che adesso sembra copiata. Però manca il contatore di caratteri nel tasto destro di Word. Manca. Manca.

Non ci sono più le coincidenze di status di una volta

8 Luglio 2009

bene e male

Prima che Facebook decidesse di lanciare l’interfaccia più impopolare della sua storia, mi ricordo che era possibile visualizzare i vari status cliccando “Amici” sul menù. Mi ricordo che a volte la vicinanza degli status di due persone poteva scatenare accostamenti curiosi:

Antonio Graziani vorrebbe scappare di casa / Federica Dallari vorrebbe tornare a casa ma non può

Renata Longo è nervosa e non dormirà / Donatella Ferrari , buonanotte

Una volta li raccoglievo. Mi ricordo l’effetto sorpresa degli umori che combaciavano. Mi ricordo la forza umoristica degli status in botta e risposta: quasi le due persone, in due diverse parti del mondo, stessero parlando tra loro non solo senza conoscersi, ma perfino senza saperlo. Una conversazione inscenata solo per me, solo nel mio account. Perché nelle coincidenze di status la narrazione è nel lettore e non nei protagonisti, come se fosse un romanzo e non la vita. Per me molto più esoterico e affascinante della teoria dei Sei gradi di separazione.

La nuova interfaccia, privilegiando il Lifestream, ha declassato lo status a elemento pubblicato e ha cancellato il quadro sinottico dove le coincidenze sono possibili. Meno visibilità allo status, ma anche meno durata: non è più una sintesi dei miei giorni, ma un umore momentaneo quasi lunatico. Impossibile seguire il filo degli status navigando tra i link.

Non ci sono più le coincidenze di status di una volta. Siamo diventati  più estemporanei, occasionali, istintivi. Non è così? Non importa: l’interfaccia ci aiuterà a sembrarlo. Sparpagliamo stati d’animo in rete, per rispondere a domande sempre nuove: cosa fai in questo momento, a cosa stai pensando, what are you doing. La prossima frontiera delle coincidenze di status sarà dichiarare lo stesso status su tutti i social network. Una conquista individuale: l’equilibrio, la coerenza.

Intanto, nessuno osa chiederci “Come stai?”. Avete notato? Risponderemmo tutti Bene, grazie. E finirebbe lì, anche se non va bene niente.

Asocial network, forme di resistenza al web 2.0

5 Luglio 2009

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Nella gelatina sociale in cui ci troviamo grazie al web 2.0, i fenomeni di asocialità meritano di essere tenuti sotto osservazione. Sono semplici forme sbottate di reazione agli eccessi, ma forse anche elementi indispensabili nell’entropia del sistema o forse anche laboratorio involontario per il 3.0 che verrà. Eccone alcune tra le più interessanti.

Doctor Tarr Journal espone la fantateoria dell’asocial network. Immagina di creare una piattaforma che è una non rete, e dove il miglior asocial è colui che non ha amici nel suo network. Funziona così: appena un utente si iscrive, trova la sua rete già piena di tutti gli utenti iscritti al servizio. Lo scopo del network è quello di diventare un perfetto asociale, facendo in modo di farsi eliminare dalle liste degli altri, ed eliminando gli altri dalla propria. Tuttavia non è permesso offendere familiari e orientamento religiosi, inserire indicazioni legalmente perseguibili, associare utenti a pornografia o pedofilia. Ma la gamma delle offese ammesse ma ignobili – mi viene da dire  - resta ancora molto ampia.

Ἐκβλόγγηθι Σεαυτόν è una rete asociale dal sapore vagamente socratico. Si tratta di un blog vetrina che non ammette la possibilità di interazione in rete, in perfetto stile 1.0. Ma in realtà la dirotta offline, perché il blogger dichiara subito nella testata: “In questo blog non si lasciano commenti scritti; se volete commentare, telefonatemi al numero 339-4723095, oppure venitemi a trovare a Firenze, in via dell’Argingrosso 65/C, se ce ne avete la voglia e/o il coraggio”.

Il più curioso è isolatr, la cui promessa è l’antitesi di Facebook: Helping you find where other people aren’t. La lista delle FAQ merita una visita.

In generale, è la mancanza di tempo la maggiore nemica di un web basato sull’interazione: dicevamo che i limiti umani non ci consentono di seguire 10.000 persone, tanto meno di commentare a nostra volta. Anche tra i geek si avverte un po’ di stanchezza, e si studia un planning per rimanere dentro con moderazione: 1 aggiornamento status al giorno, 1 solo gruppo Flickr, qualche blog letto e nessun commento.

Ci sarebbero molti altri esempi da fare, ma è il 5 luglio. Fuori c’è il sole, nonostante le previsioni. Scrivo. Per essere asocial basta scrivere post sull’asocial network. Au revoir, vado a fare un giro.

Patetici abusi di faccia da parte di Facebook

2 Luglio 2009

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La vita è sempre più difficile per chi non ha un account Facebook. Può anche essere sottoposto a un face-spam che viola la privacy. Può accadergli di ricevere mail che lo invogliano a iscriversi, sulla base del fatto che alcuni conoscenti lo avrebbero invitato a farlo. Ma non è detto che questi conoscenti siano a conoscenza del fatto.

E come fa Facebook a invitare altri ad iscriversi, impiegando i nostri nomi e le nostre facce? Semplice: succede quando lo autorizziamo a verificare se tra gli indirizzi email della nostra posta c’è qualcuno che già usa  Facebook. In quegli attimi, Facebook rintraccia gli indirizzi significativi, ma tiene anche in memoria tutti gli altri, da riutilizzare per operazioni di spam come questa e chissà che altre (via Appunti Digitali).

Io non ho mai invitato nessuno a iscriversi a Facebook. Ma forse una parte di me, a causa di un’autorizzazione data senza coscienza, lo sta facendo proprio in questo momento tramite un’email invadente. Abbiamo solo un’arma, per difenderci: premere sul pulsante “Rimuovi” presente in questa pagina.


Invece non ho ancora scoperto come impedirgli di impiegare la mia faccia per la sceneggiata melodrammatica che scatta quando qualcuno decide di cancellare il proprio account. Chiudere il proprio account non è un’operazione semplice: c’è una procedura che fa leva sui sentimenti per impedirti di farlo. Se provi a chiudere il tuo account, l’una dopo l’altra ti appariranno le  facce dei tuoi amici: “A Michele mancherai”, “A Giovanna mancherai”, “A Daniela mancherai”…

Così mi dicono, perché io non ho avuto ancora il coraggio di provare. Preferisco non sporgermi troppo, dai balconi senza ringhiera: un po’ per la vertigine, un po’ per il timore di cedere alla tentazione. Mi è già successo a 10 anni di provare sulla mano le capacità di taglio del vetro, e qualche anno dopo di misurare l’altezza dell’acqua piovana in un sottopasso, fiondandomi a tutta velocità in bicicletta.