Facebook ha il risucchio. Aspira a inglobare tutte le altre piattaforme. Cos’ha di nuovo? La chat c’era già su Skype, su Flickr le foto, su Friendfeed i link e su Lastfm la musica. Ma adesso tutte queste funzioni sono disponibili entro un unico social network. Comodo per chi non ha tempo o non ricorda le password, per chi cerca di combinare un’identità unitaria e di presentarla al web. E poi ti evita di shiftare da una scheda all’altra all’impazzata, dandoti contenuti di vario genere tutti mischiati: altrimenti il multitasking brucia il cervello.
Facebook ha il risucchio. Cerca di tenerti dentro i suoi confini. Si fa nutrire dai blog metabolizzando i post e trasformandoli in note, e così tiene la conversazione di commento al di qua delle proprie pareti, visibile solo ai face-amici. Mangia le foto di Flickr. Sa trasformarsi in Twitter. E ti sconsiglia di uscire fuori a prendere aria, di navigare a piede libero con un sano istinto d’esplorazione.
Facebook ha il risucchio. Sintetizza le cose importanti secondo i criteri di scelta delle persone con cui hai deciso di condividere la vita o ti sei trovato a farlo per incoscienza o intenzione, e con la sua selezione delegata ti propone un pezzo di verità così com’è: solo un pezzo di verità, ma è pur sempre un attimo di sollievo nella rete oceanica. E così Facebook ci alfabetizza e diventa un sostituto rassicurante del web.
La forza centripeta di Facebook fa confluire le attività quotidiane nella sua interfaccia, vuole sostituirsi al naturale moto libero delle cose. Ma non potrà mai tenere la terra attaccata al sole, la luna alla terra.
Sono anni che ho smesso di usare l’agenda di carta. Non ha la funzione “cerca” utile a ritrovare le cose di cui mi sono scordata, e nemmeno il copia e incolla per rimandare con facilità al giorno dopo le attività non portate a termine. Se la perdo non ho un back_up sul computer e non posso farne duplicati. E poi, a volte non capisco la mia scrittura.
Ma oggi il palmare mi ha abbandonato e i costi di riparazione equivalgono al prodotto nuovo. La batteria del Palm Tungsten E2 non può essere sostituita in casa. Comprarne un altro? Lo farei, se non fossi in una fase di lento trasferimento delle competenze di memorizzazione dai vari dispositivi portatili alla mia personale memoria cerebrale, se no poi si atrofizza, dicono. Per questo negli ultimi mesi ho smesso di fissare sul palm le informazioni dimenticabili senza gravi conseguenze.
E dove le metterò adesso – senza palmare – le fondamentali? Prendo in mano il Nokia N70e in 3 ore riesco a farlo dialogare con Outlook. Ora si trasmettono numeri di telefono e appuntamenti, così posso digitarli sulla tastiera grande anziché intestardirmi sui tasti troppo piccoli dell’N70 dannato. Per passare ad Outlook i dati del Palm Desktop serve un programma che converta i file da dba a cvs. Poi aggiorno Outlook per collegarlo al Calendar di Google.
Io non so se l’N70 sarà in grado di soddisfare le mie esigenze di organizzazione. Non ha il copia e incolla, cosicché rimandare le attività mi costerà un transito su Outlook. In contesti professionali, poi, tirare fuori dalla borsa un palmare o un cellulare fa tutto un altro effetto: per esempio a scuola il cellulare è vietato e poco serio, anche se lo uso per segnare i voti.
Faccio una prova, ma non so quanto resisterò senza my sweet palm. Il palm mi rendeva geek, ora col cell in mano sono un po’ bimbominkia.
A causa della scrittura, la memoria si atrofizza, dice Havelock. La trasmissione orale fa affidamento su orecchio, bocca e memoria. Invece nella comunicazione scritta prevale l’uso dell’occhio e la memoria perde colpi. L’ha detto anche Platone nel Fedro: gli uomini “fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei” (275a). E alcune tribù del Burkina Faso non si fidano della scrittura, ma solo dell’esperienza vissuta e delle storie orali narrate dagli esperti custodi dei racconti.
Pc, palmari, cellulari, archivi digitali sono responsabili di un’atrofizzazione collettiva. Ma se la memoria si atrofizza, che succede? Si instaura una specie di handicap. Che, come tale, può essere ridotto attraverso strumenti compensativi: pc, palmari, cellulari, archivi digitali. Si instaura un paradosso per cui lo strumento è la causa dell’handicap e anche il mezzo per ridurlo.
E, in questo handicap, ciascuno di noi grazie agli strumenti compensativi può sperare di avere una vita normale, in fondo. Così come un cieco che può muoversi con dimestichezza entro uno spazio costruito intorno alla sua disabilità. Possiamo confonderci fra i normodotati. Normali fino a quando il contesto non cambia, la corrente arriva nelle prese, il palmare non si rompe.
Anzi, nel mondo così come lo conosciamo potremmo sembrare degli esseri superiori: sappiamo ricordare più della media grazie ai nostri supporti digitali. Potremmo sembrare perfino dei superuomini, una spanna sopra tutti grazie al digital divide. Così com’è superiore un cieco, che sa muoversi meglio degli altri quando va via la luce.
Ma lui sopravvivrà meglio di tutti noi alla venuta del buio universale.
Sto partecipando a una serie di scambi di status su Facebook. Offro alla gente il mio e mi prendo il loro. A volte vendo uno status che a mia volta ho acquistato da qualcun altro.
È da un po’ che sopravvivo con gli status racimolati. Ora una face-amica mi chiede se posso ridarle il suo. Il problema è che l’ho già venduto, e per riaverlo lei sarà costretta a diventare amica della persona che adesso lo possiede.
In teoria, una volta appropriatosi di uno status, l’acquirente può disporne liberamente, mantenendolo o anche abbandonandolo senza averne sfruttato appieno le potenzialità. Ma si auspica che riesca a venderlo, comprandone un altro di pari qualità. Infatti, l’obiettivo dello scambio di status è di innalzare il livello di scrittura presso il proprio network creando negli altri il desiderio di avere uno status di qualità, nella forma e nella sostanza. Uno status più spendibile, che non sia solo un resoconto microcronachistico delle giornate, ma abbia il prestigio dell’aforisma e il respiro di una considerazione epocale.
A dire il vero, dopo un mese dall’inizio della compravendita, sento la mancanza di uno status tutto per me. Una frasetta su misura, fuori dalle quotazioni, abbinata al mio profilo e non vendibile separatamente.
Una mia amica ha avuto la gentilezza di farmi sottoscrivere un servizio SMS di cui lei si occuperà personalmente. Mi manderà dei messaggi che mi convincano a restare lontana da Palermo di volta in volta per motivi diversi. Dalle quattro righe del mio display emerge ad esempio che alla lunga mi annoierei, mi mancherebbe perfino la nostalgia. Oppure mi dice che stasera non c’è niente da fare.
E come certe notizie dal mondo ti piombano sul cellulare nel cuore della giornata e fanno uno strano effetto da cornetto e cappuccino con una spruzzata di strage islamica, così ogni tanto nel bel mezzo della pianura mi arriva voce di un pomeriggio caldo orribile, estivo precoce che brucia le mura e costringe a casa ibernati. Mi arriva voce delle risse che aumentano in via Candelai a spargere sulle strade ciottolate un alone di ghetto e da gangs in guerra.
Il servizio è gratuito. Per sottoscriverlo basta avere: un amico disponibile, un cellulare, fare le valigie, emigrare, talora morire di mancanza.
“Un giorno ho fatto vedere ad un amico come si imposta lo stato ‘nascosto’ su Skype, stato che talvolta uso anch’io. Da allora non ci parliamo più”. (marco formento)
Ecco 8 delle n ragioni per cui Facebook non è la vita reale:
dentro Facebook hanno sede cose che non esistono: paesi ripopolati dai profili virtuali degli emigrati, piante regalabili solo in forma di icona, la pagina di Dio Onnipotente
Facebook comprime le azioni fino a una temporalità innaturale: come andare a casa di un ex-compagno di liceo e tempestarlo di domande sulla sua vita privata
non associo Facebook a un oggetto fisico sensostimolatore, ma solo a una schermata inodore, insapore, e più o meno bicolore
Facebook è una fonte inattendibile di nomi, persone e cose realmente accadute
Facebook fagocita la realtà e la falsifica: da quando uno sconosciuto è diventato mio “amico”, sono costretta a chiamare “cari amici” gli amici reali, per sottolineare la differenza
Facebook si fonda sulla comunicazione visiva, in prevalenza scritta. La vita è orale, senza tasti di edit/modifica
la mia esistenza su Facebook è tracciabile; le giornate che scorrono l’una dietro l’altra, no
Facebook passa attraverso il monitor. Ma ventifinestre aperte non faranno mai un tramonto.