
Metti che schizzo col portatile sotto al tavolo mentre c’è il terremoto, poi crolla il tetto di questa casa popolare e rimango protetta nella bolla d’aria tra le gambe delle sedie, con le macerie intorno. Comincio a scrivere messaggi per direzionare i soccorsi, ecco cosa faccio. Aggiorno lo status a seconda del grado di sete o di altre necessità fisiologiche. E senza cellulare in tasca sarei la prima persona salvata da Facebook, grazie agli amici on-line. La prima dispersa aggiornata in tempo reale sull’entità della scossa durante i momenti più difficili. E questo mi sembrerebbe incredibile, anche se qua e là si sconvolgono a parlare di Facebook come il tramite principale della notizia della scossa, nuda e cruda.
Siccome ormai Facebook scatena l’incredulità collettiva solo a pronunciarlo, pare che le informazioni sismiche si sono sparse grazie a lui. Io mi fido ancora del prime avvisaglie cigolanti del mobile. Non ci vedo niente di rivelatore nel postare due righe sulla scossa avvertita.
E anche schizzare sotto il tavolo col portatile sotto il braccio – come or ora ho fatto mirando alla salvezza digitale – anche questo mi sembra più incredibile.
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