Archivio per Novembre, 2008

Elenchi dannati (2)

30 Novembre 2008

london-bridge-stationL’esperimento di ridurre all’osso gli elenchi puntati può funzionare, ma non per molto. Forse dopo un po’ subentra un sovraccarico nella memoria, deresponsabilizzata per anni dai supporti di archiviazione dati. In vacanza, ad esempio, gli eventi si presentano in sequenza libera e non programmata, è sempre utile ripresentarsi alla vita normale come una tavoletta sbiancata. Non ci sono molte cose che tu debba comprare a tutti i costi; e le bollette aspetteranno a scadere. In vacanza, solo decidere sull’unghia cosa ti va di mangiare, conoscere gente e mai più rivederla, ordinare un tè col latte quando ti pare, con degli orari a sé. L’improvvisazione non conosce elenchi. Sarà la dose di creatività poco strutturata che la caratterizza, ma faccio fatica a immaginarmi per elenchi puntati una passeggiata di due ore fino alla periferia di Londra, lungo la quale mi fermo a guardare una vetrina, comprare delle gomme, aspettare un autobus qualunque sia, basta che mi porti da qualche parte. Il girovagare ama le reti, e le reti detestano gli elenchi puntati.

Mentre cammino a passo veloce verso London Bridge provo un’improvvisa astinenza da elenchi. La list-addiction miete una vittima. Chissà se non averne uno in tasca depennato per bene ti faccia davvero sentire libero, o solo l’impressione di non aver combinato niente.

Forse in un tempo lontano anche gli elenchi puntati erano delle reti, forse qualcuno ha sovrapposto i punti o li ha compressi, forse transitavano senza un ordine per le nostre terre allo stato liquido finché il gelo non le ha compattate in cubetti regolari e allineati in colonna. Forse un giorno alcuni elenchi puntati si ribelleranno alle loro sorti ed esonderanno per le piazze e le strade. Forse un giorno i migliori di loro, i più temerari, torneranno ad essere reti.

Eutanasia: play again?

25 Novembre 2008

lara-croft-veget-1Provate anche voi a giocare con Lara Croft in stato vegetativo, in questa animazione interattiva pugno nello stomaco. Giocate, giocate. C’è una donna in costume che precipita come in un Tetris senza fondo, ballonzolata da una palla all’altra. Un Pilates suicida. Dicono crei dipendenza. Quando il corpo molle si inceppa fra una palla e l’altra, con un colpo di mouse potete salvare la creatura dalla stasi eterna. Che pena. Senza il vostro intervento starebbe lì per sempre. Sui gomiti piegati, con la testa penzoloni oppure, a volte, incastrata nelle intercapedini delle sfere. In quei momenti, vi sentirete utili: lasciatela scorrere lentamente lungo l’aggregato di asteroidi, prendetevi cura di lei come mettere un bambino a letto, addormentato. In voi motori dell’azione c’è una potenziale schiera di volontari contro le piaghe da decubito.

L’istinto è muoverla. Alleviare la pena. Scomporre le posture da manichino. Muovendola scivolerà senza uomini ragno a tirarla fuori dal buco. Alice precipita senza Meraviglie.

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Ha solo riflessi involontari, ormai, questa Lara Croft dopo un grave incidente in mezzo ai palloni riabilitativi. Approfittare del multitasking e distrarsi con un’altra scheda del browser serve a poco: tornando indietro, la troverete sui baloon ad aspettare. Debolezza mortificante. Le cambierete posizione per evitarle uno strappo muscolare. Scivolerà.

Ma è impossibile trascinarla con delicatezza verso il fondo: la barra di scorrimento non lo consente e il fondo non esiste.

Basta. Sto male. Continuo ad osservare Lara Croft in mezzo alle gigantografie atomiche dei suoi veleni molecolari. La sopravvivenza dà dipendenza. Se chiudo il browser, non mi libero dall’impressione di averla abbandonata. Fate quel che vi pare, manifestate con lacrime davanti alla finestra di suo padre e sotto l’ospedale, urlate che non è giusto interrompere il trattamento dopo 17 anni di precipizio. Ma non sarò io a protrarre l’accanimento terapeutico, la somministrazione di sfere chimiche che la terranno ancora in vita.

Voglio solo vederla morire, e basta. Come lei avrebbe voluto, come lei stessa aveva confessato prima di quel brutto incidente.

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È successo su Facebook

20 Novembre 2008

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Hanno l’espressione stanca e retrodatata, quelli che non sono su Facebook. Vedono amici a singhiozzo rincasando il finesettimana, ma le conversazioni non sono quelle di una volta. Si parla subito di Facebook e hanno niente da dire. Solo fastidio a sentirlo pronunciare.

Di solito sbuffano a raccontarmelo. Una volta c’erano i convenevoli fatti di come stai, un accertamento reciproco della permanenza in vita, un update metodico dei ricordi fino a quell’attimo davanti al tavolo e al bicchiere di vino. C’erano sguardi di sorpresa a rivedersi un po’ per caso un po’ per intenzione, nonostante il cellulare e le ultime chiamate per individuare l’esatto angolo dell’incrocio tra l’edicola e il tabaccaio e la cabina del telefono. C’era qualcosa di inaspettato anche negli appuntamenti concordati. Si parlava di tante cose, dicono; io li guardo, sinceri come i giovani, delusi come i vecchi. Sembrano passati degli anni.

Da questa parte del confine, dicono tutti la stessa cosa. L’ho visto su Facebook. C’è su Facebook. Pronunciato una volta, Facebook crea uno slittamento spazio-temporale che costringe a ragionare contemporaneamente su due binari: vita reale, vita virtuale. Quando si parla di Facebook, si apre un buco catodico nella stanza: guardi negli occhi la gente e vedi le schermate, ascolti le frasi e le vedi  già wallizzate. L’ho visto su Facebook e ci tengo a puntualizzarlo – che non è la vita reale – poi lo ripeto temendo tu possa dimenticarlo. La ripetizione è la forma dell’incredulità. Fosse successo per strada, forse l’avrei precisato? Una volta e nulla più. Ho incontrato per strada il tuo ex, non lo vedevo da tempo, e mentre eravamo lì per strada mi ha mostrato delle foto, nelle foto c’eri tu. È successo lì, per strada. Ma ci sei anche tu, per strada?

L’ho visto su Facebook. È su Facebook. Pronunciato 5 volte al minuto, Facebook crea uno shift impazzito fra reale e virtuale che sballa le conversazioni. Ma fino ad ora, che sia accaduto su Facebook, siamo tenuti a precisarlo per dare voce a uno stupore, nella nostra abbozzata Pragmatica della Comunicazione 2008. È una nota di contestualizzazione, un riferimento extralinguistico non opzionale, stando così le cose. Ipertrofia del circostanziare. Facebook bombarda regole minime conversazione. Sovraccarica brucia cervello. Ripetere dove succede ripetere.

Un giorno ti vedrò per strada, mi chiederai se ho già visto le tue foto. Sì, le ho già viste. Sono belle le tue foto. Mi dirai che per ora non accetti nuovi amici, che ridi alle mie battute, che ti sei messa a far parte di un gruppo di gente che apprezza il vino. Adesso, anche a me piace più il rosso che il bianco, sì, anche a me. Vai già via? Va be’. Ci vediamo su Facebook.

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Come stai, mi fai un favore?

17 Novembre 2008

soldato-bacio-bnMa quando avete da chiedere un favore, viene prima il “come stai” o il favore? Io parto solitamente dal favore, tenendomi la seconda parte del discorso per il come stai, che fai, è un sacco che non ci vediamo, ma lavori ancora alla Wind, ah ti hanno licenziato, ah.

Via mail allo stesso modo c’è una parte di favore e una di gentilezza informativa.

Esordire col favore può sembrare un attacco scortese, ma la gentilezza anteposta al favore dopo un po’ – a favore avanzato – rivela la sua natura di premessa dovuta e convenzionale. Perché il favore, chiesto a metà conversazione, getta una luce formale sul come-stai inaspettato di uno che non si sente da tempo.

Ipocrisia o scortesia? Per evitare il dilemma ho smesso di chiedere favori via mail. Risolvo tutto su Facebook: attacco il favore a un messaggio di risposta datato, uno di quelli della prima fase sul tempo trascorso senza vedersi, ma guarda un po’ sei su Facebook, ci voleva Facebook per rivedersi, che fai, lavori? Lavoravi alla Wind? Ah, ti hanno licenziato.

Attacco il favore a un messaggio di risposta datato, e siccome siamo tutti su Facebook ed è quasi come essersi visti, non importa chiedere come stai e so già che ti hanno licenziato.

Malessere esclamativo

13 Novembre 2008

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Mia sorella “cerca di dare una motivazione al suo malessere di stamattina!!”, dice il suo status.

Ma se c’ha il malessere – mi chiedevo – perché usa due punti esclamativi? È contenta di star male? Malinconicamente appagata dal dolore? E io dovevo saperlo da Facebook che mia sorella è masochista? O invece ha paura – continuavo a chiedermi – che senza due magici punti esclamativi la gente entri in allarme? E mi dicevo: ma io dovevo saperlo da Facebook che mia sorella è una persona così delicata, così attenta a non turbare l’animo altrui? O forse è finalmente contenta di essere in cerca di una motivazione, qualunque essa sia?

E mentre perdevo il tempo a pensare queste cose – e mia sorella forse stava versando fiumi di lacrime o forse fissando il vuoto con sguardo assente o forse già meditando con calma i metodi per farla finita – in un attimo di lucidità ho alzato la cornetta e l’ho chiamata.

Not in my name

10 Novembre 2008

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La gente lo dice a chiare lettere in una pannellata di foto real life, con tanto di foglio segnaletico: I’M ITALIAN AND PRIME MINISTER SILVIO BERLUSCONI IS NOT SPEAKING IN MY NAME. Non a nome mio, detto senza voce da una stanza colorata, un divano a tre posti, uno sfondo denso photoshop, davanti ai libri allineati, una finestra storta o un’abbagliata di watt luminosi, in bianco/nero o a colori, pennarellato o stampato su carta o mano, con grafia precisa o psicopatica, coi capelli ricci o lisci e la frangetta fatta.

Because it’s time to quit the jokes: e se era solo una battuta l’umorismo non è universale e anche gli inglesi a volte valli a capire.

Da qualche parte circolava una bella idea a proposito di usi e abusi di nomi. Che si possa richiedere prima della morte, a parte gli organi e i possedimenti da cedere, che il proprio nome non venga utilizzato per intitolazioni di strade, piazze e rotonde, in caso di celebrità conclamata. Che nessuno metta il mio nome a quello slargo davanti al centro commerciale, a una via a doppio senso senza pista ciclabile, a quel parcheggio dove non c’era mai posto e se c’era stavano per chiudere, porca miseria.

Per Libera Scelta

6 Novembre 2008

210930937_050bdbcd33Non si vedono molte maiuscole, di questi tempi. Il punto ha smesso di pretenderle, visto che basta da solo a separare. La maiuscola dopo il punto è un’opzione, dipende dalla fluidità al discorso che vuoi dare, dalla fase narrativa in cui sei, dalla fretta che ti prende. La lingua perde pezzi lessicali mentre dimentichiamo le sue innumerevoli parole, ma impara nuovi toni per dare sfumature senza contenuto a questo parlarsi digitale.

Se il punto è un momento di determinazione comprensibile, l’iniziale maiuscola nel nome proprio può essere un atto di presunzione.

Anche le maiuscole vanno contrattate.

In un primo contatto via mail, chiamare l’altro col suo nome proprio correttamente maiuscolo è una questione di educazione. Ma attenzione alla firma: saper scrivere il proprio nome con la maiuscola può essere una minima attestazione di precisione, di conoscenza elementare della lingua. Può anche non durare in eterno, e a un certo punto sta a noi decidere se rinunciare per primi alla maiuscola e istaurare una grafia sbilanciata: il suo nome con iniziale maiuscola per gentilezza, il nostro minuscola per lanciare una proposta di confidenza. In questo modo lo autorizziamo a disporre liberamente, gli diamo in pasto l’iniziale del nostro nome, faccia quel che vuole.

Nelle fasi successive si valuterà l’andamento delle maiuscole fino ad attestarsi su un rapporto standard. Oppure no. Si può sempre tornare indietro, una volta dimostrata la suddetta conoscenza minima delle regole della lingua e dell’educazione e ottenuta la confidenza. Si può sempre confondere l’interlocutore con misure di carattere moderatamente schizofrenico. Magari le considererà una manifestazione di quella meravigliosa libertà che solo il web può dare.

Sharon forever

2 Novembre 2008

C’è una legge che tutela i neonati dai nomi folli. Papà e mamma volevano chiamare il figlio Venerdì, ma di fronte alla sentenza del tribunale di Genova sono passati a Gregorio. I nomi stravaganti possono ripercuotersi sulla vita sociale, attirare storpiature e domande impertinenti. È ormai troppo tardi però per Scheda Bianca, Guido Piano e Poli Ester.

I forum sono tanti, milioni di milioni. Su Nominiera ognuno esprime le proprie preferenze. C’è chi non ama i nomi pieni di HKYJX, o troppo brevi, o i significati trasparenti, che ti costringono a esser sempre Serena o Gioia o Allegra nonostante tutto. Alcuni compongono coppie di nomi follemente simili per gemelli (Fedra & Febo, Livio & Licia, Livio & Flavio), dimentichi delle esigenze di differenziazione per due individui uguali allo specchio. Altre si sforzano di ricordare quale nome avrebbero ricevuto, fossero state maschio; non mi risulta una versione for men della discussione. Qualcuno si chiede se un nome da ceto basso possa influire sulla valutazione scolastica di un alunno. Un’insegnante si domanda: cosa ci fa una Sharon in un liceo scientifico?

La legge adesso ammette i toponimi, ma c’è il divieto assoluto per l’imposizione dello stesso nome del padre vivente, o di un fratello e una sorella. E per i nomi “ridicoli e vergognosi”. Dovrebbero dedicarsi anche all’abbinamento tra fratelli e valutare abbreviazioni e assonanze. I miei vicini sguaiati hanno una figlia di 4 anni a cui spetta ogni giorno una dose di urla. “Vale!” si sente dalla finestra, con una “a” lunga cupa e spaventevole come un “UUUUUUH!”. Il nuovo arrivato, invece, l’hanno chiamato Pasquale. Per gli amici Ale. Sta passando i primi mesi di vita a sentire rimproveri volanti con destinatario imprecisato. Una mistura indistinta di Vale/Ale senza aver fatto nulla posteggiato nel box. Alla faccia dello stimolo-risposta. Adesso lancia forchette dal secondo piano sulla mia macchina.