Il Grande Fratello passaparole. Contagio imminente

4 febbraio 2010

Può succedere, parlando, di cominciare a usare espressioni altrui fino a farle proprie. Una specie di contagio di lingua non sempre consapevole, perché nessuno sa bene qual è la filiera delle parole prima che ci finiscano in bocca. Può pure succedere che ci finiscano quelle del Grande Fratello, magari assimilate da una fonte intermedia ignara. E poi ripetute a un Tizio o a un Caio.

Mi sento in dovere di segnalare alcune delle formule virali più gettonate nel Grande Fratello 2010 & Co.:

- “Ci sta”, “è giusto così”. Può succedere. Anche perché, si sa, è la vita.

- “Dire qlcs. a una Francesca, a una Veronica…”. Dall’identità all’antonomasia.

- la correzione del congiuntivo azzeccato: “Se fossi più forte… oh, scusate. Se sarei”.

- la rettifica recidiva di una frase. Ovvero, quando si cerca di esemplificare un pensiero aggiungendo parole. Nel senso, quando dici la stessa cosa in altre parole, duecento volte. Voglio dire che si è costretti a spiegarsi meglio, a trovare modi diversi per essere chiari, quando uno non è padrone nemmeno delle sue parole.


Il paradosso del multitasking

2 febbraio 2010

A 30 anni di età, quella che più o meno hanno oggi gli ibridi, dovrebbe essersi impiantata una saggezza sufficiente a cogliere le ragioni di frustrazione ambientale, fino a capire che tv+chat+cell snervano se in simultanea.

Se si è impiantata questa coscienza, allora siamo in tempo per valutare gli effetti del multitasking e correre ai ripari. In tempo per misurare il deficit di attenzione maturato (vedi test) e la sua relazione con le prassi di ingobbimento tecnologicus.

Cliff Nass, direttore del CHIMe Lab dell’Università di Stanford, ha studiato i migliori multitasker: gli studenti di college. Scioccante. Non riescono tenere a mente le informazioni in modo organizzato. Sorvolare sulle informazioni meno rilevanti. Praticamente quelle due o tre cose semplici che servono nella vita.

La ricerca delude chi considera il multitasking un incremento evoluzionistico delle prestazioni cerebrali. Ma la cosa più sorprendente è che i multitasker, a quanto risulta, non sono nemmeno bravi a passare da un’attività all’altra.

A che serve, dunque, questo multitasking?

Serve come quella medicina per il mal di stomaco, che ha il mal di stomaco fra gli effetti collaterali.


“Avatar”, recensione a impatto 1 (dieci minuti di batteria del computer)

25 gennaio 2010

Avatar al cinema può vederlo chi ha voglia di effetti speciali non bellici. Distrarsi nelle scene d’azione e impasticcarsi con la botanica extraterrestre e la zoologia fantastica. Pare che abbiano assunto dei veri scienziati per descrivere il metabolismo delle piante, seppure la loro vita duri solo due ore e mezza di film.

Avatar al cinema vorrebbe aprire una nuova Era, ma sento la mancanza della fantascienza quotidiana, quella che dedica la propria inventiva anche a farci immaginare un nuovo modo di mangiare, vestirsi, usare un frullatore. Gli uomini del futuro di Cameron non sono molto diversi da noi. E il popolo dei Na’vi ha delle credenze da antropologia riciclata, saccheggiata dai nativi che abbiamo già estinto.

Avatar al cinema è una disperata difesa delle civiltà intatte. Ma se conservi gli occhiali 3D e li riutilizzi per la prossima proiezione, forse fai prima a evitare che si estraggano materie prime dal sottosuolo dei pianeti altrui.


Guida alle categorie di Sentimento digitale

21 gennaio 2010


Le categorie di questo blog non servono quasi a niente perché gli argomenti sono già frullati, benché poco digeribili.
Tuttavia ecco una lista degli ingredienti per chi soffre di intolleranze.

Social Poltergeist
Facebook, Twitter e altri modi per continuare a ignorarsi stando insieme.

io.punto.zero
L’impatto di internet e delle nuove tecnologie su me medesima sperimentato o per sentito dire.

Emolinguistica
La lingua che cambia. Punteggiatura sragionata. Dizionari inventati. L’irresistibile fascino delle figure retoriche. Tu chiamale se vuoi EMOZIONI.

La vita reale
Fagotti di umanità da portarsi dietro nella Nuova Era. Da non gettare in mare se imbarchiamo acqua.

Navigare a vista
Ci sono delle volte in cui apro un sito e ho la sensazione che stia cambiando tutto.

Cultura digitale
Questa non è una categoria ma l’argomento di tutto il blog, innalzato a categoria solo per farsi notare dai motori di ricerca.


Perché la tecnologia ci rende umani

19 gennaio 2010

La tecnologia ci rende umani? Gianluca Nicoletti e Stefano Moriggi sostengono di sì. Rispetto alla recente dilatazione del web sulla realtà, gli autori rigettano il mito della genuinità del giorno prima. Via lo spettro di degenerazione, dunque. Gli occhiali, per esempio, si usano da una vita. E anche il volto di Padre Pio, esposto all’adorazione dei fedeli, non è altro che una reliquia in silicone.

Durante la presentazione del libro a Reggio Emilia, Gianluca Nicoletti maneggia il cellulare e riprende il pubblico, secondo un galateo straordinario autorizzato dal tema dell’incontro. Ci sono anche dei vecchi ad ascoltarlo. Investono sul futuro, o pianificano una lunga vita. Oppure preparano senza volerlo un particolare tipo di agonia senile: morire prima di sapere come andrà a finire.

“Superare il veteroumanismo incominciando a pensare con le macchine”. Forse è quello che provo a fare in questa difesa ostinata dell’umanità insieme/nonostante le nuove tecnologie.

“Il confine tra artificiale e naturale è artificiale”. Vorrei che mi tornasse in mente mentre confronto passato e presente, il filo del telefono col cavo ADSL, mentre confondo lo smarrimento epocale con la nostalgia.


In fila per la celebrità su 15toFame. Warhol sceso in terra.

13 gennaio 2010

Per raggiungere il successo, bisogna mettersi in lista d’attesa. E poi sperare di comparire su 15toFame, il sito che vi permette di godere dei vostri 15 minuti di celebrità. Finalmente, la profezia di Andy Warhol si avvera.

“YouTube è così saturo di gente in cerca di fama, che le possibilità di sfondare sono pari a zero”, dicono i fondatori. “15toFame è una nuova opportunità di comunicare on line con le masse. 15toFame lancia un nuovo tipo di successo: l’instant celebrity”.

I termini del servizio precisano che è possibile caricare un solo video a persona. Quindici-minuti-quindici, non uno di più. Ogni dilettante, ogni minuscolo seimiliardesimo di umanità, dovrà prendere atto limiti di tempo a lui concessi. In questo istante è il turno di Erik. Mesi fa avevo calcolato che per questioni matematiche non fosse possibile per tutti usufruire dei 15 minuti. Ma non tenevo conto della possibilità di non lasciare la cosa al caso, di eliminare i tempi morti, di trasformare l’aforisma di un artista in una catena di montaggio.

Ecco Andy Wahrol preso alla lettera. Come se fosse una legge della fisica. Come se, per esempio,  un giorno “tutti quelli che sono nelle tombe ne verranno fuori” (Ezechiele 37:13). Basta inserire il gettone. Uno alla volta senza spingere.


Volevo solo salutarti

6 gennaio 2010

Mentre mi dici Arrivederci, potrei credermi immortale. “Gli uomini hanno inventato il saluto perché si sanno in qualche modo immortali, anche se si ritengono contingenti ed effimeri”, dice Borges.

Ma Borges mi ricorda che dietro ogni saluto banale può esserci “l’infinita separazione”. Salutarsi è come negarla, quasi a dire: “Oggi giochiamo a separarci ma ci rivedremo domani”. Esser sicuri di restare in vita l’uno per l’altro.

Grazie alla rivelazione di Borges, mentre ti saluto mi piomba addosso la contingenza terrifica. Nessuna impressione di immortalità sulla faccia. Lui e Delia si salutarono per l’ultima volta in plaza Once.

Provo a neutralizzare Borges con Facebook. Nessuna convenzione di inizio e fine: scrivi sulla mia bacheca, ma non venire a cercarmi. Lascia che io mi creda immortale, come se dovessimo rivederci domani, come se mai ci fossimo separati.


Pioggia ghiacciata sotto scirocco: temperatura 2.0

24 dicembre 2009

L’Italia panoramica si racconta a ferro e fuoco sul web. Condividi-la-tua-temperatura. Per ogni volo cancellato c’è un modo fortunoso di tornare a casa per le feste.

Gli amici emigrati restano a far la spesa di Natale nei supermercati di Milano, perché la madrepatria è lontana se cade la neve. Si resta in casa, lana fuori cotone dentro. Baccalà e tortellini. Sappiamo quanto dura un ritardo e come cambia il tempo, strati di stoffa nelle case non riscaldate della Sicilia sotto scirocco. Prima della valigia si contratta l’abbigliamento in bacheca tra piumino e cappotto. Lana dentro cotone fuori: due maglioni fra le pareti, la camicia per passeggiare. Mi accerto se sei arrivato anche senza la Christmas Card. Basta l’attività su feisbùc.

In libreria incontro ancora per caso belle persone che consigliano i libri. Un’amica in fila alla cassa mi chiede: sei tu? Sei tu in carne e ossa? È sfuggita al freddo di Parigi e l’avrei rivista presto a una cena nata in posta, dove tutti-rispondono-a-tutti e i padroni di casa non ne sanno niente.

Quindi sei tu? Provo ad accampare la carne e le ossa per occupare un bel posto in memoria, con la pelle e i capelli dei giorni che passano, e se cadono non tornano, e se allungano si tagliano.

Reale e virtuale tentano di accordarsi come strumenti in orchestra, provano a darsi una tregua e a convivere sotto lo stesso tetto. Gli amici non rientrano in liste e scombinano i posti. Alcuni, incontrati due volte negli occhi oppure cento on line, spostano la sedia per sedersi più vicini. Dopo 50 I like scatta il caffè al bar: dobbiamo costringerci a prenderne uno per limitare gli effetti collaterali dello stimarsi a distanza. Ho una risata stupida da presentare e parole confuse.

In Emilia di questi tempi c’è un ghiaccio che si forma in circostanze particolari. Trovo su Google il nome di quel ghiaccio con ghiaccio Emilia fenomeno particolari. Forse si chiama “pioggia gelata”, una forma di precipitazione solida di granelli di ghiaccio duri che fluttuano liquidi nell’aria finchè congelano all’istante una volta al suolo. Una patina di ghiaccio su quello che toccano.

Stanno avvenendo in questi giorni tanti fenomeni che non mi riguardano, mentre occupo un posto fisico nel Giardino dell’Alloro a Palermo. La neve e il volo cancellato, le stazioni piene e le strade ghiacciate. Il senso del caldo è nel vostro freddo, non c’è gelo senza tepore. Solo temperature sociali su scala globale, vite che si riscaldano o si raffreddano ognuna in relazione all’altra. Giudizi di valore rapportati alle latitudini, impressioni atmosferiche messe a confronto.

Cerco il mio posto sulla Terra con gli occhi al meteo, ma mi perdo a cambiar regione, nei viaggiatori in attesa, nelle nostre conversazioni delocalizzate. Freddo interno: anche l’aria diventa invernale man mano che mi entra dentro. Prendo la giacca. Esco di casa senza né carne né ossa, e non sono da nessuna parte.


3.0 è un numero primo?

14 dicembre 2009

Provo a sommare le tendenze di questo ultimo web e mi risultano equazioni poco raccomandabili.

Vi riporto il conto per vedere se vi quadra.

Più importanza del locale +
stanchezza verso l’interazione on line +
tendenza alla realtà aumentata +
bisogno di interazione come fenomeno residuale e intrinsecamente umano +
esperimenti sulla localizzazione (Google Latitude) +
familiarità con i sistemi di feedback (es. ebay) +
esigenza di un filtraggio condiviso +
realtà sociale piegata alle nostre esigenze e ai nostri tempi +
portabilità delle risorse del web, tendenza al mobile +
rapporti basati sulla condivisione di interessi =

Il 3.0 sarà un sistema sociale per vivere nel reale e incontrarsi, sfruttando le possibilità aumentate date dalla connessione mobile. Ci saranno nuovi social network grazie ai quali sarà possibile localizzare una persona con cui vivere un’esperienza reale nell’immediato. Uno che sta andando al cinema a vedere il nostro stesso film. Uno a cui serve un passaggio per andare a lavorare più o meno dove andiamo noi. Ci fideremo degli sconosciuti grazie ai feedback di chi ci ha preceduto. Ci saranno sistemi che avvicinano dopo sistemi che allontanano, perché nella vita si procede per naturali aggiustamenti, per prove ed errori. O forse solo per stanchezza.

Ma mentre faccio le somme, qualcosa del genere già esiste e si chiama areyouhere o brightkite o qualcos’altro.

Procedo verso il futuro a passi zoppi con l’illusione di prevederlo. C’è per caso qualcuno a farmi compagnia, che sta andando dalla stessa parte?


Attacco E-book: primo elenco delle vittime

6 dicembre 2009

In attesa dell’avanzata degli e-book, grande new entry del Natale 2009, possiamo cominciare a compilare con calma la lista dei morti per ebookificazione. Non solo libri, ma anche abitudini, creazioni e posture: una lista delle idee in estinzione, quelle morte prima di prendere piede, o durabili non più di una stagione.

Una tra queste è la “poesia dorsale”, che per chi l’ha inventata è la poesia dei libri allineati sugli scaffali, coi titoli dei dorsi che parlano tra loro. Prendi una pila di volumi e prova a leggere i titoli come versi di un unico componimento: Avevo 20 anni / gli anni dell’amore perfetto. / In bilico / sospeso nel vuoto… / pensavo peggio: / infine / uno di meno. Oppure: Detto tra noi: / nella buona e nella cattiva sorte / per sempre è tanto. E così via.

La tradizione melensa italiana produrrebbe bizzeffe di poesia involontaria. Con la diffusione degli e-book, aumenteranno i libri pubblicati, ma non le poesie dorsali. Anche se esiste già qualche esperimento di poesia dorsale per e-book, rimontando con gli occhi i titoli da catalogo.

Come depositari di un’antica civiltà, ciascuno di noi ha un dovere morale: impari a memoria l’ordine dei dorsi in scaffale prima di smantellarlo. E poi abbandoni la vita mondana, vada a vivere su una collina e reciti l’ordine dei suoi dorsi a memoria, a chi non conserva più un ricordo dei libri e nemmeno degli scaffali.