Patetici abusi di faccia da parte di Facebook

2 Luglio 2009

i miss you 2

La vita è sempre più difficile per chi non ha un account Facebook. Può anche essere sottoposto a un face-spam che viola la privacy. Può accadergli di ricevere mail che lo invogliano a iscriversi, sulla base del fatto che alcuni conoscenti lo avrebbero invitato a farlo. Ma non è detto che questi conoscenti siano a conoscenza del fatto.

E come fa Facebook a invitare altri ad iscriversi, impiegando i nostri nomi e le nostre facce? Semplice: succede quando lo autorizziamo a verificare se tra gli indirizzi email della nostra posta c’è qualcuno che già usa  Facebook. In quegli attimi, Facebook rintraccia gli indirizzi significativi, ma tiene anche in memoria tutti gli altri, da riutilizzare per operazioni di spam come questa e chissà che altre (via Appunti Digitali).

Io non ho mai invitato nessuno a iscriversi a Facebook. Ma forse una parte di me, a causa di un’autorizzazione data senza coscienza, lo sta facendo proprio in questo momento tramite un’email invadente. Abbiamo solo un’arma, per difenderci: premere sul pulsante “Rimuovi” presente in questa pagina.


Invece non ho ancora scoperto come impedirgli di impiegare la mia faccia per la sceneggiata melodrammatica che scatta quando qualcuno decide di cancellare il proprio account. Chiudere il proprio account non è un’operazione semplice: c’è una procedura che fa leva sui sentimenti per impedirti di farlo. Se provi a chiudere il tuo account, l’una dopo l’altra ti appariranno le  facce dei tuoi amici: “A Michele mancherai”, “A Giovanna mancherai”, “A Daniela mancherai”…

Così mi dicono, perché io non ho avuto ancora il coraggio di provare. Preferisco non sporgermi troppo, dai balconi senza ringhiera: un po’ per la vertigine, un po’ per il timore di cedere alla tentazione. Mi è già successo a 10 anni di provare sulla mano le capacità di taglio del vetro, e qualche anno dopo di misurare l’altezza dell’acqua piovana in un sottopasso, fiondandomi a tutta velocità in bicicletta.


Status: aiuto non so cosa scrivere

29 Giugno 2009

Che fai in questo momento? A cosa stai pensando? In questo momento non sai cosa scrivere? Non rinunciare a dichiarare il tuo status! La risposta è dentro di te, e Twitexist ti aiuta a trovarla. Come quando nei temi ti manca l’ispirazione, ma per fortuna la prof ha inserito anche la traccia.

Twitexist è l’antidoto contro l’horror status da pagina bianca, detto anche Tweeter’s block. Funziona su Twitter ma il principio vale anche per gli altri social network. Se il solito “What are you doing?” ti mette in imbarazzo, puoi provare con “How do you feel?”, What’s different from yesterday?”, o anche con un più apocalittico “Imagine nobody is following you”.

twitexistDella serie: non importa se non hai l’ispirazione, l’importante è che tu scriva uno status. Terapia per dipendenze da status o incentivo alla dipendenza?


Web-poetry

26 Giugno 2009

Facebook _ Irene Russo


Twootles: cercare su Google e Twitter contemporaneamente

23 Giugno 2009

twottles

Su Google trovi le cosiddette informazioni, su Twitter trovi le segnalazioni e i pareri. Ma questo è sempre meno vero, dato che Google è pieno di pareri e Twitter si sta riempiendo di notizie in anteprima che ancora i siti non registrano. Soprattutto in caso di terremoti e boati, per i quali le conferme più tempestive arrivano sempre da Twitter.

E allora, perché cercare una stessa cosa su due motori di ricerca differenti? Perché usare Google e poi anche Twitter Search?

Dev’essere questa l’ispirazione di Twootles, il motore di ricerca unificato Google+Twitter. Ma Twootles non è un motore per tutti. Può essere adatto a chi è consapevole che in ogni informazione c’è una buona dose di parere e che in ogni parere una certa percentuale di informazione. E che ha la saggezza di distinguere l’uno dall’altro.


Dopo il punto e virgola si mette la maiuscola?

22 Giugno 2009

Punto_e_virgola

No, dopo il punto e virgola non si mette la maiuscola. Potete fidarvi, è così. Sono laureata in Lettere, fidatevi. Siete in tanti a finire su questo sito in cerca di una risposta. Evidentemente su internet non ci sono molti altri posti dove trovare informazioni sull’argomento, e perciò finite tutti su questo sito che non è dedicato alla grammatica ma a come le nuove tecnologie ci cambiano il cervello. Se tutti finite qui,  è perché la rete è piena di informazioni inutili e non sempre sa rispondere alle domande. A volte – per certe cose – servono i libri, o anche i siti intelligenti che val la pena di navigare.

Ma non scoraggiatevi. Stavolta, alla fine, è andata bene. Adesso sapete che dopo il punto e virgola non si mette la maiuscola, ma la minuscola. A meno che, ovviamente, non stiate per iniziare la frase con un nome proprio come “Milano” o “Gianluca”, oppure un discorso diretto virgolettato: in quel caso sì, beh. Per il resto, la maiuscola si usa solo dopo il punto, il punto interrogativo e il punto esclamativo.

Poi, visto che ci siete, se vi interessa sapere come le nuove tecnologie ci cambiano il cervello, questo blog è per voi. Piacere di conoscervi.


#hashtags: il cancelletto delle libertà

19 Giugno 2009

hashtags

Vi ricordate quando il cancelletto (#) era un tasto inutilizzato del telefono? Adesso addirittura serve a evidenziare le cose più importanti in una frase, nei casi in cui non è possibile né sottolineare né evidenziare. Almeno su Twitter. Su Twitter, scrivi 140 caratteri e piazzi dei bei cancelletti (#) aderenti alle parole chiave (hashtags), per esempio #così. Un metodo di scrittura che favorisce chi cerca informazioni veramente pertinenti su un dato tema. Su Twitter non cercherai “dio” ma “#dio”, in modo da veder apparire solo i risultati in cui “dio” è veramente pertinente.

Infatti, è inutile dire che “dio” è molto più pertinente nel twit:

#dio c’è

anziché in:

oh mio dio selena si è tagliata i capelli :D

Inoltre, su Twitter tutte le parole cancellettate sono poi disponibili in ordine di popolarità nella colonna a destra, come Trending topics. Oggi, per esempio, al secondo posto si classifica #iranelection. Una cosa di cui tutti parlano  (almeno su Twitter, l’unico posto che è riuscito a gabbare la censura).

Se non s’è capita questa spiegazione, puoi sempre guardare le figure di questo video. Se vuoi provare come funziona, vai al Twitter Search.

Il cancelletto è una new entry rivoluzionaria nei motori di ricerca. Google, per esempio, il cancelletto neanche lo vede. Non vede nemmeno le virgole e i punti, Google. Così se cerchi “dio” trovi il suo nome invano. Dalle argomentazioni sulla sua esistenza alle bestemmie, tutto mischiato. Nei risultati di Google “dio” è ovunque, anche dove a nessuno è venuto in mente di evidenziarlo.


La mappa di internet

16 Giugno 2009

Tu come te l’immagini, internet? Se dovessi disegnarne la mappa, come la disegneresti? Eccone alcune prodotte dagli utenti, per rispondere alla domanda. E se vuoi qui puoi inviare anche la tua.

map1

map2

map3

map5

Alcuni si sono messi al centro, incuranti del proprio ruolo marginale nell’infoverso.

Altri non sapevano dove mettersi. Ognuno ha la sua mappa mentale della rete.

Io stanotte, sarà che è tardi, ma me l’immagino così:

nero


Arrivano gli username personalizzabili su Facebook, cara irenerusso

12 Giugno 2009

drive in

Fatti un username. Sabato 13 alle 6.01. Cioè stanotte.  Hai da fare? Facebook ci da questa possibilità. E da allora in poi, per esempio, il mio profilo non sarà più http://www.facebook.com/home.php?ref=eccetera, bensì http://facebook.com/irenerusso.
username facebook

Se vuoi ti dico perché lo fa. Te lo dico qua. Se vuoi un vanity url a cui non sapresti rinunciare, punta la sveglia, mi raccomando. Se non fai presto, un tuo omonimo ti ruba l’identità. Poveri Mario Rossi e Giorgio Bianchi! Ce ne sono a migliaia, anche se non ne conosco neanche mezzo.

Insomma, praticamente saremo tutti lì sabato alle sei di mattina a cercare di accaparrarci la nostra identità. Una lotta all’ultimo sangue. L’evento dell’anno. Col conto alla rovescia.

Mia cara irenerusso. È stato bello condividere con te tanti facemomenti. Quando abbiamo pensato di scrivere un libro a due mani e duplicare i nostri nomi identici sul frontespizio. Quando abbiamo scoperto di avere un amico in comune. Quando io mi sono scordata di te solo perché per un periodo hai deciso di chiamarti Milena la Bambola. Adesso ti auguro tutto il bene del mondo. Spero che venerdì incontri l’uomo della tua vita e decidi di passarci la notte. Spero che tu vinca un viaggio intercontinentale che ti costringa a stare in volo per ore. Spero che il sonno ristoratore ti colga dopo una  settimana gratificante. Perché – sappi – quell’URL dev’essere mio.

A che mi serve non lo so, ma è come comprare terreni sulla Luna. Oggi non me ne faccio nulla. Ma domani…chissa!


Social network troppo potenti per i limiti umani (e il mondo reale a 20.000 leghe sotto i mari)

9 Giugno 2009

ventimila leghe sotto i mari

Grazie ai social network, le possibilità di distribuzione crescono esponenzialmente – leggo in un notevole articolo di Alexander van Elsas. Ma non le nostre abilità di interazione. Su Wikipedia, tutti possono creare, pubblicare contenuti distribuibili all’infinito, ma i limiti umani non ci permettono di seguire 10.000 persone. Le tecnologie provano ad aiutarci a far ordine in questi contenuti e a proteggerci dal rumore informatico: Twitter non necessita di interazione, Facebook la limita a persone selezionate, Friendfeed a quelle di cui ci fidiamo. È un problema di scalability: mettere in ordine le cose secondo il loro ordine di grandezza. Davanti al web, la tecnologia può. Noi no.

Google cerca di proteggerci coi motori di ricerca attraverso il PageRank, l’ordine dei risultati, visto che è impossibile scorrere tutto il contenuto del web.  Ma i social network aggiungono una nuova dimensione a questa scalability: oltre ai contenuti, ci propongono interazioni tutto compreso.

È per questo che oggi è difficile ottenere i propri 15 minuti di celebrità che ci ha promesso Warhol. Per un successo ci sono milioni di fallimenti. Bisogna lavorare duro per diventare una celebrità, interagire con la comunità e guadagnarsi il rispetto della gente, perché pubblicare con facilità non significa essere ascoltati di sicuro.

La conclusione dell’articolo è geniale.

Il più grande effetto dei social network potrebbe essere quello che li useremo per rendere il mondo più piccolo, anziché più grande. Qualità anziché qualità. Un giorno potremmo assistere a una nuova tendenza: network che diventano più ristretti anziché più grandi. Dove i contenuti e le interazioni diventeranno concentrati, anziché diffusi. Dove il posizionamento geografico e la localizzazione saranno più importanti della globalizzazione. Dove interagire con le persone che abbiamo realmente incontrato sarà più importante che con la gente in cui ci siamo imbattuti.

Come nel mondo reale.


Strane esperienze con Google Squared

6 Giugno 2009

google-squared

Google Squared è la nuova frontiera della ricerca, che ultimamente tenta di diventare sempre più intelligente per difenderci dal rumore. Google Squared genera automaticamente delle tabelle con i risultati delle ricerche, presentando dei contenuti (e non degli indirizzi) già al primo clic.

La forza di Squared dovrebbe essere l’estrema manipolabilità: l’utente può organizzare i contenuti come meglio crede, eliminando o aggiungendo colonne/parole chiave e in alcuni casi modificando i dati stessi. Le sue principali applicazioni – per quello che si intravede – sarebbero le pigre ricerche scolastiche e gli attenti confronti di prodotti in vista dell’acquisto. Ve ne accorgerete subito provando a digitare per esempio “british poets” o “digital cameras”.

Però, come dice Google stessa, si tratta di una tecnologia ancora lontana dalla perfezione, pertanto viene ritenuto fondamentale l’apporto degli utenti i cui feedback saranno fondamentali per l’evoluzione di Squared.

Provo a testare il motore per vedere quanto è preciso l’algoritmo.

-          se cerco una digital camera posso affinare la ricerca fino in fondo

-          se cerco solo un plunger (sturalavandini) mi offre solo un risultato

-          se cerco “barbie” “doll” in prima posizione compare Ken (viviamo in una società maschilista, si sapeva)

-          se cerco “suicide” “tools” mi scoraggia dirottandomi immediatamente al “suicide prevention”

-          alla voce “british poets” non è così semplice mettere a confronto le malattie che li hanno uccisi, aggiungendo la colonna “disease”. No value found.

Ha ragione Google: l’algoritmo va affinato.

E tu? strane esperienze con Google Squared?