Facebook mette a rischio la privacy. E se lo facesse sempre di più?

2 Novembre 2009

Se io accettassi la tua richiesta di amicizia adesso, scopriresti un sacco di cose sul mio conto, e io ne scoprirei di te. Come dice Vanelsas, è un po’ come  presentarsi a uno sconosciuto durante una festa e raccontarsi, pieni di entusiasmo, mentre tutti stanno zitti e seguono la conversazione. Nella vita reale saremmo accusati di follia, se estorcessimo a un tizio tante informazioni subito dopo aver suonato alla sua porta.

Ma io, sono davvero la somma delle mie info? O dei comportamenti in bacheca?

Sono sempre stata poco sensibile alla questione della privacy in rete, almeno per alcuni aspetti. Non mi interessa se Facebook scopre che il mio orientamento religioso è lo “phthònos tòn theòn”, che adoro i Radiohead e che mi diverto a giocare con la situazione sentimentale. In fondo non mi spiace che i banner pubblicitari accedano ai miei interessi: prima o poi la smetteranno di propormi partite di pugilato. Essere una fonte di dati a cui il mercato si adegua mi darebbe un senso di protagonismo, se il mio peso statistico riuscisse davvero a contrastare una crew di adolescenti D&G.

Quello che mi preoccupa non è che Facebook possa cedere a terzi il mio indirizzo mail.

Quello che mi preoccupa è che io possa somigliare sempre più a quelle informazioni. Che decida di seguire con osservanza i dettami dello “phthònos tòn theòn” o che dimentichi che esiste qualcos’altro a parte i banner pubblicitari tagliati sui miei interessi. Voglio rischiare di avere voglia di seguire una partita di pugilato.

Ma c’è una cosa che mi preoccupa ancora di più. Che le informazioni esposte diventino sempre più dettagliate, raccontino in un quadro sinottico cosa mi piace fare mentre ascolto i Radiohead o la dinamica dei miei occhi durante una festa. Quando un giorno avrò accettato la tua richiesta di amicizia, saprai istantaneamente che tendo a stare un po’ in disparte e a guardare la cannuccia dentro al bicchiere stretto fra le mani. Forse c’è un algoritmo su come lo stringo.

Mi preoccupa che possa essere datizzato l’indatizzabile, processato l’improcessabile o – come dire – informa…zionato un dato non trattabile. E mi preoccupa anche essere circondata da pessime parole nuove, capaci di esprimere tutte queste cose.

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Aggiornare lo status anche se sei in compagnia (Dal “Galateo della realtà bucata”)

28 Ottobre 2009

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Raffaele naviga da più di dieci anni, ma non è rimasto indifferente una sera, mentre era con quattro amici al pub attorno a un tavolo. Si sono messi ad aggiornare il proprio status ognuno con il proprio aggeggio fra le mani. E anche se Raffaele è cresciuto un po’ geek, alla fine ha chiesto ai quattro amici di piantarla.

Un mio alunno dodicenne scrive che la playstation gli piace soprattutto in pizzeria. La prof di lettere prova a spiegare ai genitori che nessuno dei ragazzi sopporta più i momenti morti. “Una volta ci saremmo girati verso il compagno per proporgli un “tris” sul banco”, dice una mamma. Adesso si alzano dalla sedia e fanno rumore.

Al Policlinico Gemelli si cura la dipendenza da internet. Nell’ambulatorio psichiatrico è previsto un percorso riabilitativo con sedute di gruppo.  Forse li costringono a guardarsi negli occhi.

Viviamo in una realtà bucata, in un formaggio svizzero gigante con gli oblò verso altri mondi. Vedo più il buco che il formaggio. Ma questa è un’altra storia.


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Il livello di cortesia nei social network

22 Ottobre 2009

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Ogni tanto, nella storia, si manifesta la necessità di un abbassamento epocale dei livelli di cortesia. Prima del 1870 una conversazione educata non avrebbe avuto inizio senza una stretta di mano. Con l’invenzione del telefono, si rese necessario tradurre l’incipit in modo non visivo. Nacquero formule come il Pronto?, convenzioni per comunicare che il collegamento era attivo (fonte: Wired).

Oggi, nella condivisione diffusa di cui godiamo grazie alla rete si manifesta un abbassamento ulteriore (o una traduzione). Mancano spesso precise linee di demarcazione che segnano l’apertura e la chiusura. Si può fare a meno delle formalità quando si commenta sulla bacheca. Anche quando a una richiesta e accettazione di amicizia non ha fatto seguito il copione standard fitto di “Come stai?” e “Che fine hai fatto”.

Senza le strette di mano e senza il Pronto? si risparmia un sacco di tempo. Tempo per farsi nuovi amici. Così tanti nuovi amici da non avere più tempo.

Sento già il bisogno di un altro abbassamento epocale.


Google è il peggior nemico della creatività linguistica

18 Ottobre 2009

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Oggi finalmente ho deciso di fare un mezzo check up a questo blog per vedere come si relaziona con i motori di ricerca. E ho avuto un’amara conferma su dove va la lingua.

Pare che la keywords density di Sentimentodigitale sia troppo bassa: il check up mi avvisa che il contenuto della pagina è molto diluito; non sono state riscontrate parole con densità di oltre il 2% sul totale delle parole usate. Poi mi consiglia di ottimizzare la keyword density di questa pagina cercando di aumentare il numero delle parole per le quali vorrei avere un miglior punteggio nei motori di ricerca e/o ridurre il numero totale delle parole usate. Più il punteggio è basso, meno visibile è il blog.

Mi rifiuto di ridurre il numero totale di parole usate. Mi sembrano già troppo poche.

Tengo in considerazione l’ipotesi di martellarvi con parole come “effetti”, “impatto”, “conseguenze”, “digitale”, “internet”. Non me ne vogliate: lo faccio per i motori di ricerca.

In teoria, secondo il web-writing, dovrei anche preferire una struttura soggetto-verbo-complemento e una punteggiatura all’americana. Corta. Spezzata. Non mi va neanche questo.

Quello che voglio dire è che una parte di quello che leggete in rete si adegua a questi comandamenti. Una buona parte di quello che leggete in rete ha una lingua derivata dalla maestà di Google, che detta dizionari e sintassi orientate al punteggio. Sto cercando di non farlo, di non farlo troppo. Scrivo difficile, e quello che scrivo diventa sempre più difficile a ogni trovata indicizzante di Google.

Prima o poi ci stancheremo di cotanta semplicità.

Una volta volevo scrivere “una sbottata”, inteso come “l’atto di sbottare”. Mi sono chiesta se fosse un’espressione già usata e l’ho cercata su Google. Forse cercavi “una sbo**ata? Ricerca a esito pornografico. Mi è sembrato anche un tantino…invadente.

Era il 5 luglio. Oggi non è più così. Google ha imparato le buone maniere. O – semplicemente – che in certi casi le sbottate vengono prima delle sbo**ate.


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Facebook ti aiuta a rimanere in contatto (ma poi ti arrangi)

12 Ottobre 2009

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Bruci la città, ma Facebook non smetta di funzionare, per piacere. Che possano continuare gli inviti agli eventi e le richieste di amicizia. Restiamo in contatto.

Bauman sostiene che restare in contatto è una forma di resistenza all’ansia della modernità liquida, quella per cui potresti perdere il lavoro, soffrire per la riduzione delle fonti idriche mondiali, beccarti la pandemia di cui parlano i giornali.

Sono qui e ovunque allo stesso tempo. Ci sono tante cose a portata di password. Ci sono i voli low cost subito prenotabili e banner intelligenti che conoscono le mie mete turistiche privilegiate.

Siete qui e ovunque nello stesso tempo. Vedo le foto delle vostre città e le case dove passavamo le serate insieme a parlare sui divani.

Potrei essere ovunque il prossimo fine settimana. Quante volte, disseminati nelle coordinate del mondo e dell’Italia, mi avete detto: Ma dai, perché non vieni a trovarmi? Potrei essere ovunque, e invece sono qui. Nell’infinita possibilità di essere altrove, ma nella necessità di restare, avere una casa, un lavoro, appuntamenti locali, bar preferiti, tratti di strada soliti.

E allora devo solo convivere col rifiuto degli inviti. Delle infinite cose che non stanno dentro a una giornata. Restare in contatto comporta l’ansia di non essere abbastanza vicini. La modernità liquida è ovunque – lei sì – e qui allo stesso tempo.


Verbicidio colposo

5 Ottobre 2009

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Le parole cambiano significato col passare del tempo. A volte il significato si restringe o si perde per ragioni televisive, come il “tugurio” ridotto all’accezione da Grande Fratello, ma pur sempre protagonista di un rinnovato periodo di notorietà: resta un ambiente angusto e squallido, ma si gode la luce dei riflettori.

Questo meccanismo diabolico può rivelarsi una fortuna se applicato in modo intenzionale. Creare un nuovo significato per una parola significa anche distogliere l’attenzione dal significato precedente, fino a che quest’ultimo addirittura non si perde, passano le generazioni e resta solo nei dizionari.

È quello che potrebbe accadere al matrimonio, se la gente su Facebook comincia a dichiarare di essere sposata con qualcuno degli amici, e il giorno dopo cambia idea sposando qualcun altro. Le bacheche in poco tempo si riempiranno di una serie di “sposarsi”, Lucia sposa Leonardo e poi Andrea e poi Federico, ma anche Maria sposa Roberto e poi Riccardo e chissà chi. Ma tu sei ancora sposata? ho chiesto alla mia coinquilina impegnata a girare il risotto. Aveva festeggiato il face-matrimonio da meno di 24 ore, con uno conosciuto la sera prima.

Abusando del termine, si può sperare che questo col tempo perda le sue accezioni condivise e ne acquisti delle altre di nuova concezione. Noto con piacere che i ragazzini di 12 anni gridano in coro “prof, ti stimo”, e lo gridano anche all’altra prof e all’educatore che passa per i corridoi della scuola, perché la stima è una cosa eccessivamente seria e da giudizio universale onnicomprensivo, è un’idea così poco compatibile con la mia valutazione limitata di cose e persone che non riesco ad assegnarla a nessuno, men che mai a me. È una cosa da mitigare. Così mi astengo dai verdetti complessivi, ma custodisco gelosamente la capacità di apprezzare e ammirare in base alle informazioni di volta in volta in mio possesso.

Visto che l’abuso ha tendenze verbicide, si tratta solo di selezionare accuratamente la vittima e cercare alleati. Quale accezione far fuori?

Chiunque intenda abbassare la carica semantica del matrimonio, dunque, oggi ha un’opportunità in più: sposarsi. Conviene approfittare del vuoto legislativo che c’è su Facebook in tema di unioni. Magari lo colmano da un giorno all’altro e ci impediscono di sposarci con leggerezza.


Un test sul Disturbo da deficit dell’attenzione (un regalino del multitasking)

26 Settembre 2009

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Ricerche scientifiche dimostrano che il multitasking è spesso alla radice della sindrome del Disturbo da deficit dell’attenzione e di molti altri malesseri, come ad esempio la stanchezza cronica, lo stress, l’ansia, la sensazione che la memoria non sia più così efficiente come lo era una volta. Il multitasking può indurre una risposta di stress producendo adrenalina. Se questo processo va avanti per un periodo prolungato nel tempo, può danneggiare le cellule che producono la memoria a breve termine.

Soffrite già del Disturbo da deficit dell’attenzione? Io sì. Non rispetto i turni di parola, temo di dimenticare cosa sto per dire, annuisco anche se non seguo, mi annoio maledettamente. Tante altre cose, e soprattutto questa strana sensazione di palline-che-rimbalzano-nella-testa.

La conferma arriva da un test trovato in questo sito. Per fortuna Google e Delicious fungono da strumenti compensativi e mi aiutano a recuperare i link, visto che la memoria non è più efficiente come lo era una volta.

La soluzione? Posso assumere del Ritalin, somministrato in gran quantità agli studenti negli USA. Ma non so se riuscirei a sopportare la tossicodipendenza.

In compenso, gli psicologi cognitivi hanno trovato che c’è un rapporto inversamente proporzionale fra concentrazione e creatività. Gli individui più bravi nel focalizzarsi su un compito e nel filtrare le distrazioni tendono a essere meno creativi.

Queste e altre considerazioni farmaceutiche sono disponibili su una rivista di carta, Wired del mese scorso. Me ne ricordo, l’ho letto lì, me ne ricordo. Anche senza Google.

Forse non tutto è perduto.

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Facebook contro il rumore informativo, la tv per l’opinione pubblica

15 Settembre 2009

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Stasera spengo Facebook e accendo la TV. Ecco perché.

Su Facebook la fonte di informazione principale sono i nostri amici: gli immensi materiali del web vengono selezionati e resi finiti da un quotidiano lavoro di filtraggio condiviso. Facebook – secondo Zuckerberg – sarebbe più amichevole è personalizzato, e in questo senso più confortante e vincente, rispetto alla freddezza di Google. In effetti non ha torto. È probabile che l’opera collettiva dei nostri amici – ovvero, delle persone con cui abbiamo scelto di condividere pezzi di vita – ci offra notizie in sintonia con la nostra opinione. Ma più questa comunità ci assomiglia, più le informazioni scambiate rafforzano i nostri pregiudizi (Andrew Keen, Dilettanti.com).

Sono finiti da un pezzo i tempi in cui si osannava la rete perché “su internet c’è tutto”. Adesso la preoccupazione principale è stanare quel che vale la pena di conoscere, in una massa abnorme di dati. I social network si propongono di farlo attraverso una divisione del lavoro. E così Facebook vuol diventare una via d’accesso al web, anche nella ricerca: perché leggere le recensioni anonime disseminate in rete, quando posso sapere cosa pensa in merito un mio amico?

Risultato: non so più dove andare a cercare l’opinione pubblica. Ogni tanto mi viene voglia di saperla, l’opinione pubblica. Potrebbe essere in tv, so che non è sul mio Facebook, ma anche che probabilmente non esiste. Dev’essere colpa delle affinità fra me e i miei face-amici, del fatto che per stanchezza e mancanza di tempo mi lascio difendere da cavalieri inconsapevoli, congegni di filtraggio del rumore informativo. L’opinione pubblica non so cosa sia, però sembra qualcosa che non condivido.

Credo che dovrei correre qualche rischio, organizzare spedizioni al bar in cerca di discorsi un po’ sport. Credo che accenderò la TV, in questa serata in cui bisognerebbe tenerla spenta per difendere la libertà di informazione. Berlusconi consegna le prime case in Abruzzo: come faccio a sapere di cosa ingozza la gente?


Perché non tutti potranno godersi i propri 15 minuti di celebrità

10 Settembre 2009

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“Tutti hanno i propri 15 minuti di celebrità”, diceva Andy Warhol. Ma secondo i miei calcoli la frase di Warhol non è più attuale. Considerato che al mondo – nell’istante in cui scrivo – siamo ben 6,791,798,103, perché tutti possiamo goderci il nostro quarto d’ora di celebrità sarebbero necessari 101.876.971.545 minuti. Ovvero 193829 anni. Considerando un’aspettativa di vita di 65 anni, la celebrità non è accessibile a tutti. Al massimo possono esserci 96 persone famose al giorno.

Certo, è possibile che due persone siano famose contemporaneamente, almeno finché i famosi non superano il numero dei fan che li supportano (principio minimo della notorietà). E qui entra in gioco il concetto di micro-celebrità, (David Weinberger, dell’ Harvard Berkman Center for Internet and Society): essere molto famosi per alcuni, sconosciuti per tanti altri. Come fa notare Gianluca Riccio su “Futuro prossimo”, internet sta creando un nuovo standard per la notorietà: non ci saranno più persone-che-hanno-il-loro-quarto-d’ora, ma piuttosto persone-famose-per-15-persone.

Per quanto mi riguarda, non ho ancora finito di scrivere questo post e il worldometers segna già 6,791,799,445 abitanti sulla faccia della terra. Per farla breve, rispetto a pochi minuti fa ho già irrimediabilmente perduto qualcuno dei miei preziosi warholistanti di celebrità.


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