La realtà aumentata e la realtà bucata: i cieli d’Afghanistan e il formaggio svizzero

24 Novembre 2009

Quando un pilota americano attraversa i cieli d’Afghanistan, e dentro al casco visivo si materializzano alcune info scientifiche in stile hollywoodiano, abbiamo a che fare con un esempio di realtà aumentata. Sono dei “contenuti extra” somministrati insieme al film nella guerra senza stuntman inscenata per il grande pubblico. Al pilota non interessa la terra, il colore, la forma. L’esito della missione dipende dai numerini che gli scorrono davanti, dalla conoscenza supplementare ancorata a dei pezzi di realtà.

Ebbene, la realtà aumentata si sta diffondendo ed è alla portata di tutti. Nel numero di Colors del mese scorso c’erano molte meno parole rispetto alla media di un numero. Come si dichiara in copertina, “questa rivista è incompleta”. I contenuti extra sono disponibili sul web, dopo un accesso sorprendente: basta posizionarsi con il giornale davanti a un computer e mostrare alla webcam un codice QR, per vedere apparire in video i personaggi delle foto.

Nella realtà aumentata, però, le cose non sono le cose. Gli strutturalisti direbbero che il valore delle cose è determinato dai rapporti con le altre cose. Questa, certo, non è una novità. Se  passeggio lungo una strada, se vedo una casa che mi ricorda casa di mia nonna, forse mi distrarrò abbastanza da dimenticare la casa in sé, finirò per perdermi nel ricordo dei giochi e dei regali a casa di mia nonna. Anch’io ho i miei rapporti con gli elementi, strutturalisticamente parlando.

Ma la realtà aumentata non è né personale né memoriale. È una realtà virtuale in cui è la realtà a sembrare incompleta. Se passeggio lungo la strada dei Contenuti Extra, le cose sono dotate di codici che le rendono immediatamente virtuali e aumentate, se solo lo voglio. Gli scaffali sono pieni di cose aumentate. Anche le case delle nonne sono piene di cose aumentate: contengono Hansel e Gretel della Walt Disney dentro a un codice QR. Ed è così dannatamene attraente, così nuovo e scintillante che non farò più in tempo a ripensare a mia nonna. Troppo distratta, troppo deconcentrata.

La strada dei Contenuti Extra è piena di buchi. Buco di YouTube, buco di Facebook, buco di Twitter, buco di Google. Perchè ogni realtà aumentata è anche una realtà bucata, dove si esportano continuamente altrove i barlumi di attenzione, con un effetto colabrodo. È un formaggio svizzero gigante con oblò verso altri mondi. Vedo più il buco che il formaggio.

Ogni volta che la realtà ci sembra incompleta, e vorremmo correre a completarla con una connessione  internet, il Regno della Realtà Aumentata avanza. Non rimarrà che un granello di sabbia, di Fantàsia.

Ma potrà ancora risorgere, dai nostri sogni, dai nostri desideri.


Cyrano 2.0

16 Novembre 2009

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Cyrano è un eroe moderno che si nasconde per parlare d’amore. Ha un avatar di nome Cristiano, un bello senza belle parole. Sul web cercano in tanti il coraggio, parlando senza farsi vedere. Cyrano_Smith, Cyrano_73, Cyranomoreno. Cyranoj, Cyrano_xu, Cyranoszolgalat…

Non ridete alle loro parole, sono solo ombre (e lei, Rossana, il sole). Sono Signori di Bergerac. In vita saranno tutto, e lo saranno invano.

Lasciateci approfittare per una volta di quest’occasione che ci è data… di parlare così, dolcemente, senza vedersi. Il cuore non fa che nascondersi dietro lo spirito per pudore.

In vita saremo tutto, e lo saremo invano. E se lasciassimo perdere la letteratura per fuggire verso spazi più ariosi? Se invece di bere goccia a goccia da un ditale dorato l’acqua insipida di un fiumiciattolo, cercassimo di vedere come l’anima si disseta bevendo a fiotti dalle onde d’un grande fiume?

(thanx to Rostand/Guccini)


Einstein e Darwin

9 Novembre 2009

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Dice un mio amico che in questa società moderna il tempo è accelerato, e se il tempo è accelerato ci stanno dentro molte più cose, ma sono idee e i pensieri che muoiono presto e presto sostituiti, non hanno il tempo di decantare ed evolversi.

Se il tempo è accelerato – penso – e se ci stanno dentro molte più cose, forse bisogna che le idee e i pensieri si scannino a vicenda e che vincano only the brave, bisogna trattarli con sufficienza finché non si fanno notare, bisogna consegnarli alle leggi severe dell’evoluzionismo cerebrale.

 


Facebook mette a rischio la privacy. E se lo facesse sempre di più?

2 Novembre 2009

Se io accettassi la tua richiesta di amicizia adesso, scopriresti un sacco di cose sul mio conto, e io ne scoprirei di te. Come dice Vanelsas, è un po’ come  presentarsi a uno sconosciuto durante una festa e raccontarsi, pieni di entusiasmo, mentre tutti stanno zitti e seguono la conversazione. Nella vita reale saremmo accusati di follia, se estorcessimo a un tizio tante informazioni subito dopo aver suonato alla sua porta.

Ma io, sono davvero la somma delle mie info? O dei comportamenti in bacheca?

Sono sempre stata poco sensibile alla questione della privacy in rete, almeno per alcuni aspetti. Non mi interessa se Facebook scopre che il mio orientamento religioso è lo “phthònos tòn theòn”, che adoro i Radiohead e che mi diverto a giocare con la situazione sentimentale. In fondo non mi spiace che i banner pubblicitari accedano ai miei interessi: prima o poi la smetteranno di propormi partite di pugilato. Essere una fonte di dati a cui il mercato si adegua mi darebbe un senso di protagonismo, se il mio peso statistico riuscisse davvero a contrastare una crew di adolescenti D&G.

Quello che mi preoccupa non è che Facebook possa cedere a terzi il mio indirizzo mail.

Quello che mi preoccupa è che io possa somigliare sempre più a quelle informazioni. Che decida di seguire con osservanza i dettami dello “phthònos tòn theòn” o che dimentichi che esiste qualcos’altro a parte i banner pubblicitari tagliati sui miei interessi. Voglio rischiare di avere voglia di seguire una partita di pugilato.

Ma c’è una cosa che mi preoccupa ancora di più. Che le informazioni esposte diventino sempre più dettagliate, raccontino in un quadro sinottico cosa mi piace fare mentre ascolto i Radiohead o la dinamica dei miei occhi durante una festa. Quando un giorno avrò accettato la tua richiesta di amicizia, saprai istantaneamente che tendo a stare un po’ in disparte e a guardare la cannuccia dentro al bicchiere stretto fra le mani. Forse c’è un algoritmo su come lo stringo.

Mi preoccupa che possa essere datizzato l’indatizzabile, processato l’improcessabile o – come dire – informa…zionato un dato non trattabile. E mi preoccupa anche essere circondata da pessime parole nuove, capaci di esprimere tutte queste cose.


Aggiornare lo status anche se sei in compagnia (Dal “Galateo della realtà bucata”)

28 Ottobre 2009

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Raffaele naviga da più di dieci anni, ma non è rimasto indifferente una sera, mentre era con quattro amici al pub attorno a un tavolo. Si sono messi ad aggiornare il proprio status ognuno con il proprio aggeggio fra le mani. E anche se Raffaele è cresciuto un po’ geek, alla fine ha chiesto ai quattro amici di piantarla.

Un mio alunno dodicenne scrive che la playstation gli piace soprattutto in pizzeria. La prof di lettere prova a spiegare ai genitori che nessuno dei ragazzi sopporta più i momenti morti. “Una volta ci saremmo girati verso il compagno per proporgli un “tris” sul banco”, dice una mamma. Adesso si alzano dalla sedia e fanno rumore.

Al Policlinico Gemelli si cura la dipendenza da internet. Nell’ambulatorio psichiatrico è previsto un percorso riabilitativo con sedute di gruppo.  Forse li costringono a guardarsi negli occhi.

Viviamo in una realtà bucata, in un formaggio svizzero gigante con gli oblò verso altri mondi. Vedo più il buco che il formaggio. Ma questa è un’altra storia.



Il livello di cortesia nei social network

22 Ottobre 2009

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Ogni tanto, nella storia, si manifesta la necessità di un abbassamento epocale dei livelli di cortesia. Prima del 1870 una conversazione educata non avrebbe avuto inizio senza una stretta di mano. Con l’invenzione del telefono, si rese necessario tradurre l’incipit in modo non visivo. Nacquero formule come il Pronto?, convenzioni per comunicare che il collegamento era attivo (fonte: Wired).

Oggi, nella condivisione diffusa di cui godiamo grazie alla rete si manifesta un abbassamento ulteriore (o una traduzione). Mancano spesso precise linee di demarcazione che segnano l’apertura e la chiusura. Si può fare a meno delle formalità quando si commenta sulla bacheca. Anche quando a una richiesta e accettazione di amicizia non ha fatto seguito il copione standard fitto di “Come stai?” e “Che fine hai fatto”.

Senza le strette di mano e senza il Pronto? si risparmia un sacco di tempo. Tempo per farsi nuovi amici. Così tanti nuovi amici da non avere più tempo.

Sento già il bisogno di un altro abbassamento epocale.


Google è il peggior nemico della creatività linguistica

18 Ottobre 2009

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Oggi finalmente ho deciso di fare un mezzo check up a questo blog per vedere come si relaziona con i motori di ricerca. E ho avuto un’amara conferma su dove va la lingua.

Pare che la keywords density di Sentimentodigitale sia troppo bassa: il check up mi avvisa che il contenuto della pagina è molto diluito; non sono state riscontrate parole con densità di oltre il 2% sul totale delle parole usate. Poi mi consiglia di ottimizzare la keyword density di questa pagina cercando di aumentare il numero delle parole per le quali vorrei avere un miglior punteggio nei motori di ricerca e/o ridurre il numero totale delle parole usate. Più il punteggio è basso, meno visibile è il blog.

Mi rifiuto di ridurre il numero totale di parole usate. Mi sembrano già troppo poche.

Tengo in considerazione l’ipotesi di martellarvi con parole come “effetti”, “impatto”, “conseguenze”, “digitale”, “internet”. Non me ne vogliate: lo faccio per i motori di ricerca.

In teoria, secondo il web-writing, dovrei anche preferire una struttura soggetto-verbo-complemento e una punteggiatura all’americana. Corta. Spezzata. Non mi va neanche questo.

Quello che voglio dire è che una parte di quello che leggete in rete si adegua a questi comandamenti. Una buona parte di quello che leggete in rete ha una lingua derivata dalla maestà di Google, che detta dizionari e sintassi orientate al punteggio. Sto cercando di non farlo, di non farlo troppo. Scrivo difficile, e quello che scrivo diventa sempre più difficile a ogni trovata indicizzante di Google.

Prima o poi ci stancheremo di cotanta semplicità.

Una volta volevo scrivere “una sbottata”, inteso come “l’atto di sbottare”. Mi sono chiesta se fosse un’espressione già usata e l’ho cercata su Google. Forse cercavi “una sbo**ata? Ricerca a esito pornografico. Mi è sembrato anche un tantino…invadente.

Era il 5 luglio. Oggi non è più così. Google ha imparato le buone maniere. O – semplicemente – che in certi casi le sbottate vengono prima delle sbo**ate.


Facebook ti aiuta a rimanere in contatto (ma poi ti arrangi)

12 Ottobre 2009

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Bruci la città, ma Facebook non smetta di funzionare, per piacere. Che possano continuare gli inviti agli eventi e le richieste di amicizia. Restiamo in contatto.

Bauman sostiene che restare in contatto è una forma di resistenza all’ansia della modernità liquida, quella per cui potresti perdere il lavoro, soffrire per la riduzione delle fonti idriche mondiali, beccarti la pandemia di cui parlano i giornali.

Sono qui e ovunque allo stesso tempo. Ci sono tante cose a portata di password. Ci sono i voli low cost subito prenotabili e banner intelligenti che conoscono le mie mete turistiche privilegiate.

Siete qui e ovunque nello stesso tempo. Vedo le foto delle vostre città e le case dove passavamo le serate insieme a parlare sui divani.

Potrei essere ovunque il prossimo fine settimana. Quante volte, disseminati nelle coordinate del mondo e dell’Italia, mi avete detto: Ma dai, perché non vieni a trovarmi? Potrei essere ovunque, e invece sono qui. Nell’infinita possibilità di essere altrove, ma nella necessità di restare, avere una casa, un lavoro, appuntamenti locali, bar preferiti, tratti di strada soliti.

E allora devo solo convivere col rifiuto degli inviti. Delle infinite cose che non stanno dentro a una giornata. Restare in contatto comporta l’ansia di non essere abbastanza vicini. La modernità liquida è ovunque – lei sì – e qui allo stesso tempo.


Verbicidio colposo

5 Ottobre 2009

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Le parole cambiano significato col passare del tempo. A volte il significato si restringe o si perde per ragioni televisive, come il “tugurio” ridotto all’accezione da Grande Fratello, ma pur sempre protagonista di un rinnovato periodo di notorietà: resta un ambiente angusto e squallido, ma si gode la luce dei riflettori.

Questo meccanismo diabolico può rivelarsi una fortuna se applicato in modo intenzionale. Creare un nuovo significato per una parola significa anche distogliere l’attenzione dal significato precedente, fino a che quest’ultimo addirittura non si perde, passano le generazioni e resta solo nei dizionari.

È quello che potrebbe accadere al matrimonio, se la gente su Facebook comincia a dichiarare di essere sposata con qualcuno degli amici, e il giorno dopo cambia idea sposando qualcun altro. Le bacheche in poco tempo si riempiranno di una serie di “sposarsi”, Lucia sposa Leonardo e poi Andrea e poi Federico, ma anche Maria sposa Roberto e poi Riccardo e chissà chi. Ma tu sei ancora sposata? ho chiesto alla mia coinquilina impegnata a girare il risotto. Aveva festeggiato il face-matrimonio da meno di 24 ore, con uno conosciuto la sera prima.

Abusando del termine, si può sperare che questo col tempo perda le sue accezioni condivise e ne acquisti delle altre di nuova concezione. Noto con piacere che i ragazzini di 12 anni gridano in coro “prof, ti stimo”, e lo gridano anche all’altra prof e all’educatore che passa per i corridoi della scuola, perché la stima è una cosa eccessivamente seria e da giudizio universale onnicomprensivo, è un’idea così poco compatibile con la mia valutazione limitata di cose e persone che non riesco ad assegnarla a nessuno, men che mai a me. È una cosa da mitigare. Così mi astengo dai verdetti complessivi, ma custodisco gelosamente la capacità di apprezzare e ammirare in base alle informazioni di volta in volta in mio possesso.

Visto che l’abuso ha tendenze verbicide, si tratta solo di selezionare accuratamente la vittima e cercare alleati. Quale accezione far fuori?

Chiunque intenda abbassare la carica semantica del matrimonio, dunque, oggi ha un’opportunità in più: sposarsi. Conviene approfittare del vuoto legislativo che c’è su Facebook in tema di unioni. Magari lo colmano da un giorno all’altro e ci impediscono di sposarci con leggerezza.


Un test sul Disturbo da deficit dell’attenzione (un regalino del multitasking)

26 Settembre 2009

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Ricerche scientifiche dimostrano che il multitasking è spesso alla radice della sindrome del Disturbo da deficit dell’attenzione e di molti altri malesseri, come ad esempio la stanchezza cronica, lo stress, l’ansia, la sensazione che la memoria non sia più così efficiente come lo era una volta. Il multitasking può indurre una risposta di stress producendo adrenalina. Se questo processo va avanti per un periodo prolungato nel tempo, può danneggiare le cellule che producono la memoria a breve termine.

Soffrite già del Disturbo da deficit dell’attenzione? Io sì. Non rispetto i turni di parola, temo di dimenticare cosa sto per dire, annuisco anche se non seguo, mi annoio maledettamente. Tante altre cose, e soprattutto questa strana sensazione di palline-che-rimbalzano-nella-testa.

La conferma arriva da un test trovato in questo sito. Per fortuna Google e Delicious fungono da strumenti compensativi e mi aiutano a recuperare i link, visto che la memoria non è più efficiente come lo era una volta.

La soluzione? Posso assumere del Ritalin, somministrato in gran quantità agli studenti negli USA. Ma non so se riuscirei a sopportare la tossicodipendenza.

In compenso, gli psicologi cognitivi hanno trovato che c’è un rapporto inversamente proporzionale fra concentrazione e creatività. Gli individui più bravi nel focalizzarsi su un compito e nel filtrare le distrazioni tendono a essere meno creativi.

Queste e altre considerazioni farmaceutiche sono disponibili su una rivista di carta, Wired del mese scorso. Me ne ricordo, l’ho letto lì, me ne ricordo. Anche senza Google.

Forse non tutto è perduto.